IMMIGRAZIONE: ACCOGLIENZA O CONTENIMENTO - Un nuovo approccio, di M. D'Angelo

“Aiutiamoli a casa loro”. Costa qualche milione di euro ma è meglio un programa di aiuti che affrontare costosi programmi di accoglienza e di integrazione.

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Blog di Gisella Evangelisti
                                                                        AFFARI DI CUORE

Da qualche tempo  l'organo prezioso che palpitando instancabile  giorno e notte mi ha permesso di godere di una vita intensa e colorata, fa un po' i fatti suoi: a volte scavalla imbizzarrito, e poi prosegue zitto per non farsi notare. Embé? Che succede, mi dico.
Cosí, un giorno di due anni fa,  decido di fare un controllo nell'ambulatorio piú vicino, nel centro storico di Barcelona. Dopo l'elettrocardiogranma, ecco che la dottoressa salta su agitata.
“Lei ha al massimo un quarto d'ora di vita!!!” mi grida. “Angina pectoris acuta!!!!!”
Un quarto d'ora di vita? Guardo l'orologio. Accidenti, non posso salutare nessuno...  Mi vengono due lacrimoni agli occhi. Poi ho  uno scatto di luciditá. Ehi, mi dico, se devo morire in un quarto d'ora dovrei  sentire un dolore forte da qualche parte, no? Invece niente di niente.
PATRIA FAMIGLIA E SECESSIONE
Quale futuro per la Spagna
di Paolo Basurto

Gli occhi puntati sulla Spagna. Le elezioni di Domenica 20 hanno dato risultati che i giornalisti di tutt’Europa hanno decodificato secondo il loro umore personale. I pessimisti (soprattutto italiani) hanno parlato di Parlamento in frantumi, di stallo politico, di sgretolamento del sistema bipartico che tanti meriti aveva avuto riuscendo soprattutto a portare la Spagna dall’autoritarismo franchista alla piena libertà democratica. Gli ottimisti, in particolare gli spagnoli, hanno salutato con interesse e a volte con entusiasmo, la fine di un’era che aveva visto l’alternanza tra destra e socialismo in quello che poteva ben ritenersi un sano avvicendamento ma che la tremenda crisi politica aveva rivelato essere un meccanismo al servizio di una stessa classe dirigente; discorsi diversi ma interessi uguali. Ma l’attenzione sulla Spagna non sarebbe mai stata così grande se non si fosse temuto che i risultati di queste elezioni avrebbero potuto avere un serio contraccolpo su un’Europa già fragile e certamente affetta dalla malattia cronica di mancanza di istituzionalità politica riconosciuta.

PAURA E DEMOCRAZIA
 
di Marco Borsotti
Quasi tutti i commenti e titoli di giornali letti dopo il voto in Francia del 6 dicembre, associano il risultato del Fronte Nazionale con i fatti di sangue che solo poche settimane prima avevano insanguinato Parigi. Certamente, questi fatti hanno avuto la loro rilevanza, ma non dobbiamo scordarci che il Partito di Marine Le Pen raggiunge risultati di rilievo da molti anni. Come non ricordare quando, a sorpresa, Jean-Marie Le Pen, padre dell'attuale presidentessa del partito e fondatore dello stesso, riuscì a candidarsi per il ballottaggio per le presidenziali in Francia del 2002 scavalcando nei favori popolari il candidato del Partito Socialista. In queste elezioni regionali, concluso il secondo turno, con una crescita di poco meno del 10% di votanti, il FN pur sconfitto in tutte le regioni da una coalizione impossibile, fatta da persone senza nulla in comune se non il voler impedire che il FN ottenesse il controllo di una regione, rimane pur sempre il primo partito per maggioranza relativa nel paese con oltre 6,7 milioni di voti aumentando i voti in relazione a quanto ottenuto il 6 dicembre. Nel 2010, alle precedenti elezioni regionali, il FN aveva ottenuto il 9,7% dei voti, oggi sfiora a livello nazionale il 30%, un francese su tre vota chi propone alla Francia d'abbandonare l'Europa.
NON RINUNCIAMO ALLA SPERANZA
DIBATTITO DOLOROSO TRA LA FALLACI E TERZANI
ODIO PACIFISMO E LEGITTIMA DIFESA


a cura di Gisella Evangelisti

“Così, quando ho visto bianchi e neri piangere abbracciati, dico abbracciati, quando ho visto democratici e repubblicani cantare abbracciati «God save America, Dio salvi l' America», quando gli ho visto cancellare tutte le divergenze, sono rimasta di stucco. Lo stesso, quando ho udito Bill Clinton (persona verso la quale non ho mai nutrito tenerezze) dichiarare «Stringiamoci intorno a Bush, abbiate fiducia nel nostro presidente». Lo stesso, quando le medesime parole sono state ripetute con forza da sua moglie Hillary ora senatore per lo Stato di New York. Lo stesso, quando sono state reiterate da Lieberman, l' ex candidato democratico alla vice-presidenza. (Soltanto lo sconfitto Al Gore è rimasto squallidamente zitto). E lo stesso quando il Congresso ha votato all' unanimità d' accettare la guerra, punire i responsabili. Ah, se l' Italia imparasse questa lezione! È un Paese così diviso, l' Italia. Così fazioso, così avvelenato dalle sue meschinerie tribali! Si odiano anche all' interno dei partiti, in Italia....”
Cosi scrisse Oriana Fallaci in una parte del suo articolo “La rabbia e l'orgoglio”, nell'ottobre del 2001, dopo l'attentato alle Torri Gemelle e la dichiarazione di Bush di Guerra al terrorismo.
Cosí le rispose Tiziano Terzani, toscano e grande testimone del '900 come lei, nella lettera aperta “IL Sultano e san Francesco-Non possiamo rinunciare alla speranza”, di cui riportiamo alcuni brani.
" Il tuo sfogo mi ha colpito, ferito.Pensare quel che pensi e scriverlo è un tuo diritto. Il problema è però che, grazie alla tua notorietà, la tua brillante lezione di intolleranza arriva ora anche nelle scuole, influenza tanti giovani e questo mi inquieta. Il nostro di ora è un momento di straordinaria importanza. L’orrore indicibile è appena cominciato, ma è ancora possibile fermarlo facendo di questo momento una grande occasione di ripensamento.
 LA FABBRICA DELLA PAURA

di Gisella Evangelisti
 
                                 "Vale piú accendere una candela che continuare a lamentarsi del buio"  [proverbio diffuso in tanti paesi]
 
La crisi umanitaria que affronta l'Europa in questo momento non rappresenta solo un'enorme sfida logistica e organizzativa,  ma suscita e rimuove emozioni profonde, mettendo allo scoperto la nostra vulnerabilitá di fronte alle masse di persone che si accalcano ai nostri confini, con bimbi e fagotti. Ci stanno invadendo!  E sono musulmani, e parlano lingue strane. Gli Sconosciuti che entrano nel nostro giardino.  Mamma, li Turchi!
Questo articolo è l'introduzione dello studio condotto da Luciano Carpo assieme a Gisella Evangelisti sul tema dell'emigrazione e i suoi stereotipi. Chi avesse interesse a leggerlo lo può scaricare in versione word oppure e.book dall'area download di questo sito
Sono la stesse emozioni che un individuo sperimenta quando l'avvisano che gli resta pochissimo tempo di vita, osserva lo psicoanalista e filosofo sloveno Slavoj Zizek: all'inizio risponde con la Negazione:  (faccio finta di niente, finché possibile), poi con la Rabbia, (perché proprio qui, a me, a noi?), poi col  Negoziato (si spera di posticipare il problema),  poi con la Depressione, (siamo perduti!) e finalmente con l'Accettazione: é parte della vita, ( o della storia ): cosa si puó  fare? 
Per ora, nel confuso panorama europeo sembrano prevalere Rabbia, Paura e Incertezza, anche se a metá di settembre, la foto del bimbo sirio annegato nel mare fra Turchia e Grecia parve scuotere  le coscienze e portó  migliaia di persone nelle strade a manifestare Solidarietá ed Empatia verso i rifugiati, moltiplicando le iniziative di volontariato un po' dappertutto.  Dai, almeno un po' di pasta e qualche coperta possiamo raccoglierle, per tutta questa gente che deve dormire all'aperto, no?
SIAMO IN GUERRA
"Pour eux, la mort c'est la vie"(*)

   della Redazione di Partecipagire

'Quello che voglio dire ai francesi è che noi siamo in guerra e poiché siamo in guerra le misure che prenderemo saranno eccezionali. Colpiremo il nemico per distruggerlo,
            WE ARE AT WAR
'What I want to tell the French is that we are at war and we are at war because the measures that we will take will be exceptional'.
            [English version-read more]

qui in Francia, in Europa, ma anche in Siria e in Iraq'. Queste le parole di rabbia e di vendetta del Primo ministro francese Manuel Valls, a 24 ore dal massacro di Parigi. Tutti siamo commossi dai tanti morti e feriti che il sanguinoso attentato ha provocato, ma c'è da domandarsi se le parole di Valls, un Primo ministro di una grande nazione, abbiano davvero senso in queste circostanze. La stessa parola 'guerra' sembra avere solo una valenza emozionale che dà subito spazio a molte perplessità. Da un lato dare dignità di guerrieri a degli assassini che hanno agito con vigliacca premeditazione può apparire un tanto inopportuno, dall'altro una guerra non è solo un'operazione di polizia e richiede almeno una definizione chiara del nemico.
                        I 70 anni dell' ONU
                                                      
ONU PERCHE' ?

di Massimo D’Angelo                                                                                                                 

Una conversazione al ristorante
Non ne so molto delle Nazioni Unite, ma sinceramente non credo che servano a un granché. Per me il mondo può funzionare altrettanto bene anche senza di loro.” Con questa frase, il mio commensale, un anziano signore di origine italiana che mi guardava serio e alquanto perplesso dall’altro lato del tavolo ove stavamo seduti, avviò una breve conversazione, anche se un po’ bruscamente. Ci eravamo appena scambiati i convenevoli preliminari con cui mi ero presentato. Pochi minuti prima ero stato accolto con simpatia da un gruppo di italo-americani che si incontra regolarmente due volte al mese, cenando in un ristorante qualsiasi di ispirazione italiana nella città di Charlotte, nella Carolina del Nord, dove ormai abito dal 2006. Una tavolata allegra di circa una trentina di persone. La persona che mi aveva invitato, mi aveva appena presentato come un romano, ormai negli Stati Uniti da circa trent’anni, già funzionario delle Nazioni Unite, e questo aveva destato la curiosità dei presenti, tutti di origine italiana, se non altro perché si trattava di una professione inusuale da queste parti. Quasi nessuno era capace di esprimersi in italiano, essendo per lo più di seconda o di terza generazione di immigrati.
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