ASPETTANDO IL 23 FEBBRAIO

sul ponte Simon Bolivar

Testimonianza raccolta da Gisella Evangelisti

Venezuela. Terra di miss Universo e  di caudillos, e paesaggi dalla bellezza mozzafiato...dove ti possono far fuori per un cellulare.  Un paese con una quantitá smodata di risorse, dal petrolio all'oro all'uranio, al coltan e all'acqua dolce, che ne fanno appunto oggetto di appetiti smodati di varie potenze, dagli Stati Uniti alla Russia e la Cina, e l'Iran e la Turchia,   mentre la gente é da due anni allo stremo,  perdendo giornate intere per trovare uova o pane, o carta igienica, in una guerra quotidiana per la sopravvivenza. Tre milioni di persone sono fuggite dal 2015 nei paesi vicini alla disperata, anche a piedi. Manena Colasante, un'architetta venezuelana dal cognome italiano, che si é trovata a vivere questo dramma collettivo, ha da raccontarci qualcosa in piú di quello che si legge sui giornali.“Sono figlia di un miracolo”, dice accennando alla sua storia familiare, “e forse anche il mio paese ha bisogno adesso di piú di un miracolo. Anch 'io ho resistito finché ho potuto in questi ultimi anni difficili in Venezuela, ma era impossibile sopravvivere con un'inflazione a sei cifre. Adesso mi trovo a sessant'anni a dover reiventarmi la vita a Barcelona. Sto per finire i miei risparmi di docente di architettura e difficilmente qui troveró un lavoro adeguato. Ma se non trovo di meglio mi rimboccheró le maniche e laveró pavimenti, come stanno facendo altri amici. L'importante é guardare avanti, non mi hanno abituata a lamentarmi quando tanti stanno peggio di me.

Vi dicevo, sono figlia di un miracolo. Mio padre era un giovane ingegnere abruzzese a cui toccó partecipare alla seconda guerra mondiale come pilota di aerei, senza credere ai sogni di grandezza della sua patria. Il suo aereo fu colpito dagli inglesi in Africa e precipitó prendendo fuoco. E per miracolo gli inglesi riuscirono a riscattare quella torcia umana, a fasciarlo come una mummia, a somministrargli una nuova medicina che era la penicillina, ad attaccargli gambe e braccia a dei ganci per un anno finché le ossa si saldarono. Una storia che ricorda quella del film “Il paziente inglese”. Finalmente  un bel giorno riuscí a rimettersi in piedi e poté riprendere la sua passione di costruttore. Ma stavolta tentando la fortuna al di lá del mare, in un paese che stava aprendo le porte ai laboriosi europei, “perché aiutassero il Venezuela a modernizzarsi”. Il paese aveva allora sette milioni di abitanti in un territorio grande tre volte l'Italia. Peró il giorno del suo arrivo, nel novembre del 48, l'aereo non poté atterrare a Caracas ma dovette deviare a New York per 3 giorni, perché un golpe militare aveva spodestato il governo legittimo di Romulo Gallegos, uno scrittore progressista,  il primo presidente eletto in elezioni democratiche. Uno dei congiurati, Marcos Pérez Jimenez, divenuto dittatore dal '52 al '58, attrasse  in Venezuela un milione di europei. Per evitare ai poveri di progettare qualche furto, li metteva in prigione preventiva. Ma anche lui col tempo finí in carcere per corruzione. 

L'italiano Colasante si sistemó in un capannone per migranti, dormendo su un materasso per terra, con la valigia a lato. Il giorno dopo la valigia non c'era piú, cosí prese a camminare verso la cittá, con le mani in tasca, e il naso in aria, osservando con molta attenzione quel mondo cosí vitale e colorato, che vedeva per la prima volta.  Il caso volle che si fermasse a osservare un edificio in costruzione. Non gli parve molto solido,  e lo commentó con il capomastro, suggerendo, se le accettava, delle alternative. A farla breve, l'italiano e il venezuelano misero su un'impresa insieme, che prosperó e permise a mio padre di formarsi una numerosa famiglia.  Un dettaglio: mio padre non divenne un milionario perché spesso fra i suoi clienti c'era chi non pagava il dovuto, ma non per questo bloccava i lavori. Per lui l'importante era terminare i lavori al meglio, era fatto cosí, a volte rimettendoci di tasca propria. Tutti noi sei, tra figli e figlie abbiamo studiato diventando buoni professionisti. La nostra università é quella delle Andes, a Merida. Vivemmo gli anni Settanta come anni di moderato benessere, una tranquilla vita di provincia.  Ebbi una grande soddisfazione durante un  postgrado a Parigi, in un ambiente internazionale, quando col mio gruppo vinsi un premio riguardante un progetto di architettura. Ossia, la nostra universitá venezuelana ci aveva dato una  preparazione, e ne eravamo orgogliosi. Adesso purtroppo siamo allo sfacelo, scuole e ospedali sono allo sbando, i professori se ne sono andati perché non sono pagati, gli ospedali sono agonizzanti, qualcuno é tirato avanti dai medici che hanno delle attivitá private e con quello che guadagnano si danno da fare per prestare servizio anche negli ospedali pubblici, per un senso del dovere.

Com' é possibile, ci chiediamo, che in questo paese che Colombo definí “un paradiso in terra”, ricco di  risorse e minerali tali da garantire benessere a una popolazione ben maggiore di quella attuale, si sia arrivati a questa crisi umanitaria, con un ritorno di malattie una volta scomparse, nel dilagare di povertá, fame e criminalitá, con la gente che é dimagrita in media 10 kg in un anno?

Un'occhiata alla storia ci mostra che anche dopo l'indipendenza il Venezuela fu soggetto a una sfilza di caudillos criollos che governavano con pugno di ferro mantenendo la gente povera o addirittura schiavizzata nei latifondi.  Quando si cominció a estrarre il petrolio, negli anni venti del '900, i proventi andavano alle grandi compagnie statunitensi e a un ristretto gruppo di burocrati e latifondisti locali. Fu questa situazione di ingiustizia strutturale a creare le condizioni perché in Venezuela sorgesse un Hugo Chavez, un figlio del popolo intenzionato a dare prioritá agli esclusi dalla storia, ossia la maggioranza india e meticcia.  Chavez era nato in una casa di fango e paglia, divenne militare e poi politico con grande passione e carisma, credo sia stato l'uomo piú amato e odiato del suo tempo. Di notte scappava per ritrovarsi con altri gruppi, i guerriglieri degli anni '70-'80, per preparare la presa del potere nel '92. Riuscirono a deporre il corrotto Carlos Andres Perez, (che aveva stroncato nel sangue di centinaia di vittime nell'89,  il “caracazo”, una protesta contro il caro vita) e gli subentró Rafael Caldera, che concesse l'amnistia a Chavez. Chavez andó a Cuba, dove si innamoró della revolución, e dicono anche della macumba.   Voleva eliminare la povertá e la piaga dei bambini di strada.  Vinse le elezioni del '98. E tra inni e bandiere  partirono cosí i grandi programmi, le “Missioni” di salute e educazione, le migliaia e migliaia di case costruite  per i poveri, le cooperative, le comuni, la riforma agraria per distribuire i latifondi. Con assemblee nei barrios perché la gente avesse una parte attiva nei cambiamenti. Chi lo appoggiava? Un po' tutti, grazie a questa politica di donazioni a destra e manca:  oltre ai poveri e ai militari,  di cui si garantí il sostegno affidando loro  molti ministeri,  favorí anche le imprese attraverso una politica di cambi. E poi i detenuti ricevevano un salario senza lavorare, a ogni famiglia veniva assegnata una quota mensile per i figli. Peró cominciarono a crearsi  imprese fantasma di chavistas che si approfittarono del cambio ufficiale. Fino al 2009- 2010 il prezzo alto del petrolio permise una politica di regalíe, l'importazione di 20.000 medici cubani negli ambulatori in ogni angolo del Venezuela, ma oggi che il prezzo del barile é bassissimo non ci sono fondi neanche per i servizi essenziali. Dei medici cubani  ho sentito dire che non potevano fare molto di piú che ricettare paracetamol, ma certo l'Operación Milagro del 2004, che ridette la vista annebbiata dalle cataratte a 1 milione  e mezzo di persone,  fu qualcosa di memorabile. Ecco, il Venezuela da paese tra i piú poveri dell'America Latina si sentí improvvisamente importante. Poté non solo essere molto generoso coi paesi dei Caraibi, Cuba in primis, ma addirittura permettersi di regalare per qualche anno il diesel per il riscaldamento di migliaia di poveri statunitensi, su richiesta della fondazione di un familiare dei Kennedy. E in politica estera, si poteva dimenticare di appartenere da sempre al cortile di casa statunitense, rafforzando l'alleanza fra paesi del sud con l'ALBA (mercato comune) e la Banca del Sud, in alternativa alla Banca Mondiale. Insomma, furono  tempi in cui il bistrattato Venezuela alzó la testa.

Ma in questi tempi di vacche grasse c'era un vizio di fondo, secondo me. Non venivano fatti sufficienti corsi di formazione ai disoccupati, non si davano sufficienti incentivi al lavoro. Anzi, come riconosce anche Pepe Mujica, l'ex presidente uruguayano, si é distrutta una cultura del lavoro. Perché sforzarsi a produrre, se si poteva importare di tutto? E poi, il festival degli espropri. Arrivavano con le tv nelle aziende da intervenire, voi fuori! Uno show. E si prendevano tutto. Certo, si solleticava un risentimento sociale che covava da secoli.  Poi peró succedeva che i chavistas che si impadronivano  delle aziende non sapevano farle funzionare, da lí é cominciato il disastro, aggravato poi dal fatto che il prezzo del petrolio diminuí, dai 115 dollari al barile nel 2014 si passó ai 26 nel 2016, mentre oggi é sui 70.   I conti dello stato finirono  in rosso, e ci si dovette rivolgere a Russia e Cina per dei prestiti sostanziosi, a cambio di petrolio. 

Possiamo dire che Chavez  fino al 2004 poteva contare sul favore popolare, anche se lo scontento cominció nel gennaio 2001, con una gran marcia del ceto medio contro una riforma dell'educazione che puntava all'indottrinamento bolivariano (e poi  fu bloccata). Ma un momento veramente critico fu quando Chavez decise di intervenire  l'azienda petrolifera di stato, la PDVSA, sostituendo i suoi funzionari con gente ideologicamente affine al governo, saltando ogni criterio meritocratico. Immediatamente  l'opposizione, i media, la Federcamara, la gerarchia ecclesiastica  proclamarono uno sciopero generale per deporre Chavez. L'11 aprile del 2002 si crearono due grandi manifestazioni, una favorevole e una contraria a Chavez. Alcuni cecchini (poi catturati e rilasciati) spararono in mezzo alla folla che passava sul ponte Laguno, Chavez fu trasportato al forte Tiuna, tutti si aspettavano che fosse politicamente  finito, ma Chavez rinunció al potere per non alimentare una guerra civile. Intanto sei milioni di persone scesero in piazza nel paese per deporre il golpista Pedro Carmona, che si era proclamato presidente ma scontentava tutti. Stavolta  Chavez, dopo aver amnistiato i ribelli, decise di rafforzare il sistema infiltrando migliaia di agenti segreti cubani nell'esercito, con il famigerato G2.  Dovette accettare la sconfitta quando propose la sua rielezione indefinita  con un referendum, peró nel dicembre 2007 si concesse poteri di emergenza, prima otto mesi poi altri di seguito, introducendo modifiche alla Costituzione, e poi si ammaló.

Chavez morí nel 2013,  e da tempo si poteva osservare come avesse dei tic quando prometteva cose che non poteva mantenere. Gli USA  da sempre incoraggiavano l'opposizione, ma mentre con Obama un funzionario del governo dichiarava che non c'era bisogno di intervenire, perché il Venezuela si stava distruggendo da solo, con Trump si é tornati nel linguaggio e  nei fatti,  all'arroganza di chi crede che l'America Latina sia il cortile di casa, il “patio trasero” degli Stati Uniti. E adesso assistiamo  a una sfida fra due presidenti, Guaidó e Maduro. Guaidó,  il giovane presidente dell'Assemblea Nazionale,  secondo la Costituzione ha potuto assumere la presidenza transitoria del paese  dato che l'altro presidente é considerato “usurpatore” in quanto eletto nel 2018  in elezioni riconosciute irregolari da una cinquantina di paesi. Alto e magro,  Guaidó avvisa che se si va avanti cosí chiama il grosso Zio Sam a intervenire in Venezuela. Promette amnistia per tutti i militari, se si arrenderanno, ma intanto, “é importante che l'esercito permetta l'arrivo degli aiuti umanitari dalla Colombia, soprattutto medicine e cibo, perché la gente sta morendo per mancanza di medicine!”, grida. “Ma quale crisi umanitaria? Qui si sta benissimo, proclama l'altro presidente grassotto con baffi, con l'aria di chi si é appena alzato da una tavola imbandita. “ Guai a voi se ci mandate aiuti, non vogliamo elemosine! Anzi, siamo noi a farne”. E manda una nave di aiuti a Cuba, colpita da un uragano. Intanto nell'ombra si schierano ed esercitano una quantitá  di uniformati di varia pinta e colore, dai paramilitari russi in difesa di Maduro,  alle migliaia di cubani addetti ai servizi segreti, piú gruppi di ELN e FARC dissidenti , Hezbollah e anche qualche gruppo di Al Qaeda, pare, tanto per gradire. D'altra parte il vecchio Trump ha rimesso in pista per trattare gli affari venezuelani un personaggio che piú sinistro non si puó, come vedremo poi.

Mi chiedete quali sono i principali motivi di scontento contro il governo di Maduro? Molto semplice, anzitutto la corruzione e il narcotraffico. Lo stato venezuelano é finito in mano a una banda di delinquenti, ve lo dico in parole povere.  La cupola dell'esercito é ancora stretta intorno a Maduro grazie ai privilegi concessigli, dallo sfruttamento dei minerali dell'Arco Minero, alla gestione della compagnia petrolifera di stato, la  PDVSA, e quella di porti e aeroporti dove si pratica il contrabbando,  oltre che alla  lucrosa gestione  degli alimenti da distribuire al popolo, un settore in cui si sono fatte vere fortune, se é vero che una figlia di Chavez, Maria Gabriela, che ha gestito il commercio di alimenti con l'Argentina, ha dei conti correnti fra Andorra e Stati Uniti con piú di 4000 milioni di dollari.  D'altro canto la moglie di Maduro,  Cilia Flores, che ha sistemato una quarantina di nipoti come dirigenti di istituzioni statali, ha visto due dei suoi parenti (detti “narco- nipoti”), catturati a New York con 800 kg di cocaina. Nell'uniforme dei generali della Guardia Nacional Bolivariana ci sono delle stelle che hanno dato il nome al cosiddetto “Cartel de los soles”, una rete di narcotrafficanti dipendenti o no dallo stato, che operano con la protezione di importanti fugure del governo, da Diosdato Cabello a Tareck El Aissami, a Nestor Reverol, Vladimir Padrino e molti altri: c'é  un lungo elenco di nomi di grandi papaveri del regime attualmente  oggetto di sanzioni e di congelamento di beni in vari paesi. 

Poi c'é lo stravolgimento della legalitá, quando si dá licenza di uccidere a dei corpi paramilitari, come le FAES, (Fuerzas de Acciones Especiales della Polizia) presentate ufficialmente da Maduro nel 2017 per combattere crimini e terrorismo come forze di élite, mentre in realtá hanno licenza di uccidere oppositori e gente comune senza che la polizia possa  intervenire. Poi ci sono i “Colectivos”, organizzazioni paramilitari di difesa della rivoluzione bolivariana, presenti in quasi tutto il paese, ma che si dedicano anche all'estorsione e al sequestro restando impuniti. Adesso come indici di violenza in Venezuela siamo secondi nel mondo solo alla Siria, che é in guerra. Possiamo continuare parlando della magistratura asservita al governo, dell'oscuramento di un canale storico del Venezuela, il RCTV, o la grave erosione della democrazia, quando nel 2017 il Tribunale Supremo di Giustizia (TSJ) tolse poteri all'Assemblea Nazionale o Parlamento, dove é maggioritaria l'opposizione, imponendo una Assemblea Nazionale Costituente progovernativa. Oltre alla disastrosa gestione dell'economia, a cui ho giá accennato.

E´molto triste che il vecchio zio Sam stia puntando adesso per aiutare a “riportare la democrazia” in Venezuela su un personaggio, Elliot Abrams,  che organismi di diritti umani come Human Rights Whatch e Amnesty International denunciano per aver coperto le atrocitá commesse negli anni '80 dagli eserciti di Salvador, Honduras e Guatemala addestrati e finanziati dagli Stati Uniti. Abrams arrivó a negare il massacro di mille civili, includendo donne e bambini, a El Mozote in Salvador nell'81, e mentí al Congresso negando la vicenda Iran-Contra in cui era implicato. Del resto, fu il Congresso a vendere legalmente le armi al Guatemala di Rios Montt, si difese.  Vero. Rios Montt poi fu processato come criminale di guerra per aver ordinato il massacro di migliaia di indios, mentre gli Stati Uniti continuavano a esportare “democrazia” e distruzione in paesi ricchi di petrolio come Iraq e Libia. Mi si drizzano i capelli al pensiero che personaggi sinistri come Abrams siano incaricati di “sistemare” anche  il Venezuela. 

Vorrei gridare al mondo che non c'è solo il bianco e il nero, Guaidó o Maduro. Basta con la guerra fredda inventata dalle grandi potenze sulla pelle della gente.  In Venezuela c'é una popolazione, e credo che siamo ormai la maggioranza, stanca di corruzione e malgoverno, stanca di essere un territorio aperto per chi venga a esercitare le proprie milizie. Non vogliamo tornare indietro nei diritti fondamentali come salute e istruzione, e vogliamo poter gestire le nostre risorse per dare un futuro ai nostri giovani, che non siano obbligati a diventare criminali.  Potrebbe essere utile che la OEA e il piú possibile dei paesi nel mondo ci aiutino a realizzare vere elezioni, con garanzie internazionali. Apprezzo che il papa, con parole educate ricordi a Maduro che gli chiede ancora di mediare, che quando lo fece due anni fa, Maduro non ha mantenuto una sola promessa, allora ci vuoi prendere per i fondelli figliolo?  Giorno dopo giorno abbiamo visto agonizzare il nostro meraviglioso paese,  fra gente affamata e cinici assessori.

In questo momento sul nuovo ponte  Simon Bolivar, al confine con la Colombia a Cucuta, sono bloccati i Tir carichi di aiuti (soprattutto medicine e latte in polvere) sorvegliati dall'esercito colombiano e da marines americani. Dal lato venezuelano si sono schierati i militari fedeli al regime per bloccare i Tir, affiancati da gruppi di giovani come Tupamaros e Colectivos, che  gridano in coro  “Seremos tu Vietnam”, rivolti  a Trump. “Gli Stati Uniti dovrebbero togliere le sanzioni alle ditte che commerciano col Venezuela, cosí non avremmo bisogno di aiuti, ce li compreremo noi.”, aggiungono.  “Voglio vedere se avrete il coraggio di bloccare ancora gli aiuti, sarete responsabili davanti alla storia della morte di tanti venezuelani malati!”, insiste Guaidó. E chiede che arrivi una valanga umana, pacifica, a rompere il blocco militare. Il 23 febbraio  si avvicina, la tensione sale.

 Mentre mi preparo a lavare pavimenti, prego tutti i santi perché ci evitino altri bagni di sangue e prevalga, almeno una volta, il fantomatico bene comune”.

 

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