SE L'EUROPA SI INFRANGE SULLA VOCE

di Roberto Nassi

Da un articolo di Federico Fubini sul «Corriere della sera» del 28 marzo si apprendono alcuni retroscena del vertice a distanza tra i leader europei estenuatosi in fumata nera due giorni innanzi.
Oggetto del consiglio è la ricerca di risposte adeguate alla bufera economico-sociale che flagella l’Europa (in buona compagnia sul pianeta) nel tempo del contagio.
Il giornalista, facendo riferimento a una pluralità di fonti, riferisce di un dialogo tra sordi, in ripetuto stallo e carico di tensione.

Colpisce come la cancelliera Angela Merkel abbia scelto di partecipare alla teleconferenza. Con le parole di Fubini, Merkel sceglie «di restare invisibile». Di lei i colleghi europei vedono sui monitor solo l’icona, «una sua vecchia foto in giacca azzurra». Non condivide neppure la lingua veicolare inglese adottata dagli altri capi di stato e parla in tedesco al suo interprete.
Particolarmente significativa è la sottrazione della voce. Merkel non solo non appare, ma non si fa sentire.
La voce è un tratto naturale, intimo e rivelatore dell’essere umano. Ci identifica eppure non la possediamo, viene da dentro di noi e, abbandonandoci, incontra l’altro fuori, oltre noi. Soffocata nel silenzio o esplosa nel grido, si fa carico degli estremi ineffabili della disperazione o della gioia. In quanto voce che parla è di fatto e per figura – soffio e spirito – il nodo indissolubile di corpo e psiche, di bios e logos, ed è in grado di trattenere e «tradire» nelle sue porosità, ovvero nel timbro, nel tono, nell’altezza ecc., le emozioni, la vitalità del desiderio, finanche la parte ombrosa di un pensiero che ancora non conosce se stesso.
A questa grana della voce rifugge la cancelliera Merkel.
Dal punto di vista dell’ordine costituito, della lingua del potere come della lingua della tecnica, le spie emozionali della voce sono un pericolo o sono debolezze.
Gli allievi di Pitagora, ci racconta Diogene Laerzio, seguivano il maestro in silenzio per cinque anni, limitandosi ad ascoltare le sue parole. In questo modo la voce del maestro, disancorata dalla presenza, acquisiva un surplus di forza e di carisma.
Ecco cosa interessa a Merkel (dietro lo scudo di cartone della quarantena): desoggettivarsi, disincarnarsi nella voce neutra dell’autorità.
Merkel va oltre Pitagora, negando la propria voce, surrogandola con quella dell’interprete, il cui dire è un gesto puramente recettivo, come di chi si limiti a leggere la formula della prescrizione incisa immutabilmente sulle tavole.
Nell’eclissi della voce si cancella Angela Merkel per far spazio alla Cancelliera, anzi al Cancelliere, perché l’autorità sta dalla parte del padre e la voce udita dai suoi colleghi è quella maschile dell’interprete. Meglio ancora, la voce mediata è ambigua, ubiqua, senza genere.
Attraverso la voce anonima dell’interprete Merkel dà voce alla Legge stessa.
Che cosa dice questa voce senza mittente? Lo riporta Fubini nel suo articolo: che si devono «difendere le catene del valore negli scambi internazionali».
Merkel va fuori tema e si infossa nella trincea della lingua tecnocratica.
A voci che cercano di articolarsi in un nuovo linguaggio e in un rinnovato sapere (non) risponde la voce senza la voce della Legge che non ammette discussione, una voce verticale come quella divina con cui non ci può essere dialogo. L’immagine della cancelliera azzurrovestita anche senza aureola è l’icona di fronte alla quale ci si può solo inchinare in ascolto della Verità.
Ma quella che risuona è la verità della lingua tecnocratica, una verità che ha poco a che fare non solo con le buone novelle e con l’amore, ma anche con la scienza, la ricerca del sapere: la voce della scienza è una voce brancolante, che esplora il buio e scopre creando e ricreando nuove strutture e modelli interpretativi per illuminarlo.
Se la simpatia, nel senso etimologico del termine – sentire insieme – è scritta nella biologia dell’animale umano da ben prima che fossero scoperti i neuroni-specchio e se l’uomo non diventa tale rinnegando la sua parte di natura ma riconoscendo e ristabilendo sempre come propriamente umano l’inestricabile legame di natura e cultura e di amore e conoscenza (come ci insegnano le capitali esperienze della vita e la poesia di Dante e degli stilnovisti), la voce della Legge e quella, sua ancella, della Tecnica sono voci disincarnate, disumane. Solo di fronte alla minaccia di misconoscimento della legge del presidente del consiglio italiano Giuseppe Conte, che alza i toni (mette in rilievo la propria voce) e dichiara di non essere disposto a firmare accordi scritti secondo le regole di una tecnocrazia che, riproponendo il loop dei propri formulari, è ormai incapace di leggere e tantomeno dare risposte a un mondo in crisi, insomma solo di fronte al sacrilegio della disobbedienza, Merkel ribatte in prima persona. La presa in carico della parola rivela la sorpresa per la durezza di un attacco che la costringe a emergere dalla trincea. Ed è la parte di lei più legata alla sfera emotiva, la voce appunto, che scatta in quel momento e la tradisce. Ma la lingua di quella voce, che è lecito immaginarsi passare dallo shock iniziale a punte di risentimento, ribadisce il partito preso, la parte della legge vigente, che trova tautologicamente in se stessa la ragione della propria affermazione impositiva: «Questo è lo strumento che abbiamo [il riferimento è al Mes]. Non capisco perché tu voglia minarlo».
Quando Merkel sostiene di non poter far approvare al Bundestag un eurobond sta dicendo semplicemente: la legge dice no. La perspicuità di questa lingua imperativa come i comandamenti è tale solo entro il sistema che la governa, per il semplice fatto che non è affar suo l’ombra immensa che la costringe e di cui nulla può dire. Nella contrapposizione tra la voce che apre la lingua alla ricchezza della sua inesausta e creativa potenzialità semantica scardinando la norma e la autoreferenzialità della lingua del potere cristallizzato affidata a una voce fuori campo, acusmatica, si consuma la crisi di senso dell’Europa.

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