IMMIGRAZIONE: ACCOGLIENZA O CONTENIMENTO? UN NUOVO APPROCCIO

PREVENZIONI PSICOLOGICHE, PERCEZIONI E RAZZISMO

L'OSTACOLO MAGGIORE

di Massimo D'Angelo

  1.Politiche migratorie e consenso sociale

Una nozione tratta dal moderno diritto pubblico è che la capacità di una legge (e, per estensione, della politica che la ispira) di essere applicata con efficacia

I N D I C E

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      (a)          Il contenuto dei messaggi e la scelta del pubblico destinatario
      (b)          La deformazione del contenuto dell’informazione
      (c)          La scelta del liguaggio
      (d)          La scelta delle modalità di comunicazione: creare le notizie
      (e)          L’amplificazione della comunicazione
          ° Dalla cultura della paura alla ricerca di un “nemico” da odiare
          ° Involuzione culturale, deterioramento del linguaggio e tentativi di moderazione a confronto
          ° Alla ricerca di una rivoluzione culturale: segnali di una resistenza basata sui valori
          ° Un fenomeno tutto italiano: il movimento delle “sardine”
non dipende soltanto dal suo valore coercitivo,[1] ma trae la sua forza dal consenso sociale che la sostiene e ne condivide le premesse, le modalità, e le attese conseguenze della sua promulgazione.[2] Tale “consenso sociale” diviene pertanto una condizione necessaria per assicurarne l’applicabilità. Mancando il consenso sociale, l’operatività della stessa legge e della relativa politica svanisce, rischiando di venir disattesa nonostante la sua obbligatorietà formale. Questo vale tanto più in una società democratica,[3] che continuamente persegue l’obiettivo di tradurre la volontà popolare nelle sue leggi, e che considera le istituzioni rappresentative come mezzi ideali per canalizzare il consenso sociale attraverso criteri maggioritari, libere espressioni dei cittadini.   Ma la mediazione della democrazia rappresentativa non sempre garantisce che i suoi meccanismi riflettano adeguatamente la volontà popolare: molte leggi sono approvate soltanto perché “ci sono i numeri” nell’organo legislativo del paese (parlamento, congresso, o assemblea che sia), e ciò può dipendere solo dalle specifiche circostanze in cui il provvedimento legislativo è adottato. Non necessariamente l’opinione pubblica è stata coinvolta. Possono essere stati utilizzati espedienti come il “voto di fiducia” o il ricatto dell’approvazione della legge di bilancio. L’adozione di leggi o misure può avvenire all’insaputa di grande parte del pubblico, che raramente è al corrente dei dettagli normativi. Gli orientamenti della psicologia collettiva, premessa del consenso sociale, non necessariamente sono riflessi nei meccanismi istituzionali della democrazia. Per questo, molte leggi o misure esecutive hanno vita breve, se non sono sostenute da un amplio consenso sociale, ponendo le premesse per una loro sostituzione.[4]

Questo legame fondamentale tra consenso sociale e applicabilità di norme legislative (e delle politiche relative) vale in particolare in materia migratoria. La fattibilità di misure che regolano flussi migratori (sia favorendoli che ostacolandoli) non può prescindere dall’esistenza di un adeguato sostegno dell’opinione pubblica. Infatti, il maggiore ostacolo all’implementazione di politiche migratorie, qualunque sia il loro segno, non è la difficoltà di eseguire le misure operative adottate, quanto l’atteggiamento psicologico prevalente rispetto a quelle misure. È di questo di cui mi occuperò in questa Parte IX.

Nei capitoli precedenti, abbiamo analizzato i flussi migratori dal sud del mondo e la natura delle motivazioni di fondo degli immigranti (Parte VI), in contrasto con una visione dominata dalla criminalizzazione degli immigranti spesso pubblicizzata dagli oppositori dell’immigrazione (Parte III).  Dopo aver esaminato nei dettagli le politiche di contenimento dell’immigrazione (Parti II, III e IV) e di esternalizzazione delle frontiere (Parte V), abbiamo concluso che una politica aperta all’immigrazione presenta un valore etico superiore (Parte VII), perché permette una migliore tutela dei diritti umani nel perseguimento dell’obiettivo supremo di assicurare il diritto allo sviluppo a tutta l’umanità. Ciò non di meno, questo non è sufficiente per sostenere politiche di accoglienza per gli immigranti, pur dopo aver illustrato (nella Parte VIII) i benefici che l’immigrazione produce all’economia del paese ospitante, attraverso il mercato del lavoro, i processi produttivi e le dinamiche demografiche. Abbiamo visto che le politiche di accoglienza comportano risparmi notevoli rispetto ai costi delle politiche di respingimento, nonostante gli esborsi fiscali che l’accoglienza e l’integrazione causano. Riducono i costi d’esclusione (degli immigranti) impliciti nelle misure di contenimento, e generano maggiori contributi erariali perché gli immigrati, diversamente da quanto spesso sostenuto, pagano imposte e danno apporti finanziari a vantaggio dei paesi ospitanti.[5] Ma tutto ciò non porta automaticamente al sostegno popolare a politiche migratorie più aperte alla mobilità internazionale, se non c’è anche un adeguato consenso sociale che appoggi quelle politiche. E purtroppo questo consenso sociale non è facilmente riscontrato in materia migratoria. Le conclusioni analitiche cui siamo pervenuti, e che dimostrano la superiorità delle politiche di apertura rispetto a quelle di contenimento dell’immigrazione, non sono sufficienti di per sé per generare quel consenso sociale.

Apparentemente, la razionalità dei benefici prodotti dall’immigrazione non è in grado di creare un momentum sociale e politico nell’opinione pubblica. C’è un ostacolo che non ha nulla a che vedere con la logica o la natura dei vantaggi dell’immigrazione: ci troviamo di fronte ad una diffusa resistenza psicologica contro queste aperture. Nonostante le opinioni favorevoli a una politica di apertura all’immigrazione espresse da gruppi sociali, organizzazioni non governative, istituzioni religiose, partiti politici, movimenti sociali e molti individui, l’animosità nei confronti dell’immigrazione è frequente, riflettendo convinzioni individuali radicate e pregiudizi collettivi accumulati nel tempo, nonché una disinformazione distorta sulla realtà del fenomeno migratorio.

Per questo, non possiamo concludere che le politiche di accoglienza possano contare sul necessario consenso sociale per sostenerle.  È questa la vera ragione che ha favorito politiche di contenimento e di respingimento un po’ ovunque, negli Stati Uniti come in Australia, nei paesi dell’Europa centrale e settentrionale, come nei paesi dell’est europeo che si sono aperti all’Unione Europea, così come nei paesi dell’Europa meridionale. L’Italia rappresenta un esempio specifico in questo contesto, sia per la sua posizione geografica, che la espone agli arrivi dal Mediterraneo, ma ancor più per le politiche migratorie varate nel corso degli ultimi anni e l’influenza esercitata dalla destra politica (ma a volte anche da altri governi).  Le peculiari difficoltà dell’economia italiana hanno reso meno chiaro il cammino per assorbire flussi ingenti di immigranti, vista la sua incapacità di intraprendere un sentiero di crescita che benefici appieno dell’apporto migratorio. Ma più che questi ostacoli obiettivi, anche in Italia è stata la mancanza di un appoggio di settori significativi dell’opinione pubblica che ha favorito politiche di contenimento dell’immigrazione rispetto a quelle dell’accoglienza, preferendo coniugare il rapporto con i flussi migratori come una continua contrapposizione tra “noi e loro”.

Ma il consenso sociale non è un concetto facile. Si presta a molti equivoci. Su tematiche controverse come la politica migratoria, opposte opinioni non permettono di individuare una linea unica nell’opinione pubblica, ma solo fazioni contrapposte. Né esistono meccanismi di tipo maggioritario che attribuiscano un peso diverso a ciascuna fazione per determinare un orientamento “medio” o “prevalente” degli umori sociali, come espressione accettata del consenso sociale.  Gli orientamenti di una fazione potranno essere sempre contestati da fazioni opposte, e spesso tutte le fazioni rivaleggianti sono un’espressione minoritaria dell’opinione pubblica, mentre la maggioranza della popolazione potrebbe non avere posizioni esplicite. Ciò non impedisce, tuttavia, di vagliare orientamenti prevalenti o particolarmente influenti nella psicologia sociale e valutarne l’importanza relativa in termini qualitativi. Per questo motivo possiamo ipotizzare con ragionevole convinzione che l’ostacolo maggiore per raggiungere un consenso sociale a favore di politiche di apertura verso l’immigrazione sia proprio la tendenza prevalente nella psicologia sociale che ha influenzato l’immaginario collettivo in molte società occidentali in direzione ostile o avversa verso l’immigrazione dal sud del mondo.

Le cause maggiori di questa tendenza vanno riferite ai seguenti fattori:

a) Una percentuale elevata di coloro che sono avversi all’immigrazione dal sud del mondo nutrono un diffuso sentimento di avversione o di paura o di diffidenza per il diverso, che causa un disagio legato a presunti inconvenienti generati dalla presenza di immigranti.

(b) A questo gruppo, si aggiunge una percentuale numerosa di persone che hanno una totale indifferenza nei confronti degli immigranti e della loro condizione, e non prestano alcuna attenzione all’utilità degli immigranti per il paese ospitante.

(c)  Ambedue i gruppi (a) e (b) spesso subiscono l’influenza di tutta una serie di pregiudizi e miti condivisi da moltissimi residenti, fondati su distorsioni della realtà ed un’errata informazione. Questi pregiudizi e miti amplificano paure e resistenze psicologiche individuali e di gruppo.

(d) Tra i pregiudizi, quelli più gravi sono quelli culturali e preconcetti razzisti, che hanno un ruolo centrale per favorire ostilità verso gli immigranti, specialmente da certe aree geografiche.

(e) A loro volta, i sentimenti di paura, di avversione e di diffidenza verso il diverso, e le percezioni basate su pregiudizi o miti, compresi gli atteggiamenti razzisti, non dipendono solo da posizioni personali dei residenti ma sono fortemente influenzati da fattori esterni, tra i quali domina la manipolazione dell’opinione pubblica esercitata da gruppi di opinione e movimenti politici di orientamento sovranista, che non esitano ad utilizzare mezzi di comunicazione di massa e social media, con gli strumenti più sofisticati, per influenzare gli orientamenti sociali nei confronti dell’immigrazione con cliché che alterano le opinioni individuali con vere e proprie distorsioni.

2.“Noi e loro”: la paura del “diverso”

La diffusa animosità contro gli immigranti ha raggiunto a volte livelli elevati in alcuni paesi, con una sistematica contrapposizione tra “noi” e “loro”.  È un atteggiamento psicologico attenuato solo per frange ristrette di immigranti, quelli più “omogenei” rispetto ai residenti, ai quali viene più facilmente concesso il diritto ad immigrare. Essi sono:

(a) gli immigranti provenienti da paesi con le stesse tradizioni “culturali” del paese ospitante (immigranti anglosassoni negli Stati Uniti, in Australia o in Canada, immigranti belgi o lussemburghesi in Francia, immigranti austriaci in Germania o tedeschi in Austria, e via di seguito);

(b) gli immigranti di elevata condizione economica (ironicamente, sembra che la “ricchezza” riesca a cancellare qualsiasi differenza culturale);

(c) gli immigranti di elevato livello culturale o preparazione accademica (gli intellettuali possono così vantare vantaggi grazie all’universalità del linguaggio della cultura, che sembra non avere confini rilevanti).

A tutti gli altri immigranti, la psicologia sociale dominante riserva un trattamento diverso, in base ad una contrapposizione tra “noi” ed un qualche concetto di “loro”, comunque definito.  Tra i criteri per questa distinzione, frequente è un sentimento di avversione o di paura o di diffidenza per il diverso, anche se non tutti i residenti lo condividono. Per chi subisce questa ossessione collettiva che stigmatizza la diversità dell’immigrante, risulta spontaneo sentire disagio in presenza degli immigranti, a causa di inconvenienti, presunti o immaginari che siano, sufficienti per esprimere un giudizio di inaccettabilità sociale per l’immigrante. Il disagio può raggiungere livelli estremi quando si trasforma in un fastidio a dover condividere spazio e attività con persone così “diverse”, divenendo un ostacolo insormontabile all’accoglienza e all’integrazione.  Questa paura non è sempre ben definita e rimane difficilmente decifrabile nei suoi contenuti, ma è sufficiente per desiderare di non mescolarsi con gli immigranti, di non averli come vicini di casa e di mandare i "nostri” figli a giocare con i “loro” figli.  Non risulta strano sentire la gente comune usare espressioni, magari balbettate sottovoce, come queste: “meglio tenerli a distanza”, “hanno un aspetto diverso”, “non capiamo quando parlano”, “si vestono in modo strano”, “hanno una cultura incomprensibile”, “hanno una religione che non ha nulla a che vedere con la nostra”, “hanno un altro modo di concepire i rapporti all’interno della famiglia”, “sono degli straccioni”, “non si lavano”, “sono dei pezzenti”, “sono sporchi o maleodoranti”, “bivaccano per strada come barboni”, “si ubriacano facilmente”, “chiedono l’elemosina anziché lavorare”. 

Alcune di queste espressioni suonano come insulti, collegate a pregiudizi razziali, e riflettono il modo distorto con cui molti guardano alla realtà che li circonda, incapaci di interpretare le immagini della miseria umana. A volte chi usa queste espressioni lo fa senza troppo pensarci, e dopo averle biascicate magari se ne vergogna. Sono espressioni che proiettano paure seminascoste e profonde insicurezze personali, riflettono immagini reali percepite nell’esperienza quotidiana, ma più spesso sono pure distorsioni della realtà.[6]

Casella di testo

Dietro la paura o l’avversione per il diverso vi sono tutta una serie di ragioni, alcune profonde, altre superficiali, che motivano gli individui, a volte ispirate da cliché stereotipati che richiamano ora apparenze fisiche, ora differenze culturali, trasformando osservazioni superficiali e reazioni istintive in paure. La prevenzione nei confronti dei diversi ha origini lontane nella psicologia umana. Dopotutto l’uomo normalmente diffida dei diversi, e percepisce la loro presenza come un pericolo immediato, una minaccia.  Viviamo queste paure, a livello individuale, sin da tempi ancestrali e sicuramente sin dalla nostra infanzia. È un istinto animalesco che anche le bestie hanno nei confronti di altri esseri viventi percepiti come pericoli. Queste paure riflettono insicurezze personali, perché in fondo abbiamo paura di chi e di ciò che non conosciamo (il “buio oltre la siepe”). Così gli immigranti diventano una minaccia all’incolumità pubblica o privata e alla stabilità della vita quotidiana, un rischio per il benessere della nazione, un pericolo per la vita privata e pubblica, un attacco alle tradizioni e alle nostre abitudini.

Ci sono individui particolarmente predisposti a nutrire quest’avversione verso il diverso e altri meno inclini ad assecondare questi sentimenti, a seconda della complessa dinamica sociale e la storia di ogni paese. Ma è difficile accettare queste paure quando si riferiscono a interi gruppi sociali e si traducono in un’incapacità a convivere con persone diverse. Ciò nega i pilastri della nostra civiltà basata su valori fondamentali di convivenza e di fratellanza universale. L’avversità verso gli immigrati non è una novità, e fa parte della storia dell’umanità che ha sempre visto contrasti di questo tipo sin dai tempi più remoti. Migrazioni continentali si sono sempre accompagnate a profondi sconvolgimenti, perché spesso erano il risultato di vere e proprie guerre d’invasione, e l’invasore è stato sempre visto con resistenza, se non con odio. Negli ultimi due secoli, le migrazioni sono avvenute in contesti più pacifici, [7] anche se accompagnate da miserie, sofferenze ed enormi trasformazioni economiche e sociali.[8] Pur se non riscontriamo più l’odio verso l’invasore armato, l’arrivo di immigrati ha continuato a generare contrasti, anche nelle migrazioni interne,[9] contrapponendo “noi e loro”.

Le cause più frequenti dell’avversione per il diverso sono:

(i)    L’ignoranza, che è forse il fattore più rilevante, anche se raramente ammesso da chi è ostile contro gli immigranti. Eppure, è ben noto che si ha spesso paura di ciò che non si conosce. Ma ammettere di non sapere, di non essere al corrente, di non conoscere il fenomeno migratorio, equivale ad ammettere una debolezza che non tutti sono disposti a riconoscere.[10]  

(ii)   Insicurezza personale, da parte di chi soffre di frustrazioni sociali ma indentifica negli immigranti la causa primaria della propria mancata affermazione personale, facendone un capro espiatorio. Sono coloro ad alto rischio di disoccupazione, che non arrivano alla fine del mese con il proprio modesto reddito, che non riescono a coprire le spese mediche urgenti, coloro che hanno solo una misera pensione di anzianità.

(iii)  Mancanza di familiarità con gli immigranti.  L’ignoranza non è necessariamente voluta, ma può essere la conseguenza della mancata familiarità con il fenomeno dell’immigrazione. Ci sono residenti che non hanno mai interloquito con immigranti o con persone di un’altra razza, e provano disagio per il solo fatto di rivolgere loro la parola. L’abbigliamento di chi viene da una cultura completamente diversa è visto come una stravaganza incomprensibile.  Non concepiscono che qualcuno non apprezzi la cucina nazionale e non capisca la lingua nazionale.  Non accettano la non familiarità dell’immigrante con “convenzioni sociali” locali, fonte di disagio reciproco che ostacola il dialogo e che si aggiunge alle barriere linguistiche.[11]

(iv)  Ridotta presenza multietnica nel paese ospitante. In paesi ove l’immigrazione multietnica è recente, gli immigranti, specialmente nei piccoli centri urbani, sono ancora “mosche bianche”, una eccezione, e destano preoccupazione. Questo è meno frequente nei grandi centri metropolitani, socialmente più eterogenei. L’assenza di una presenza multietnica si associa alla mancanza di familiarità con gli immigranti e all’ignoranza del loro stato.  Questa diversità, tuttavia, è in parte motivo di avversità, in molte società multietniche, a causa del ruolo svolto dalla rivalità etnica. 

Queste cause non sono distribuite in modo uniforme. Sono meno frequenti tra le generazioni più giovani dei residenti, tra chi si dichiara politicamente progressista, e ha un livello elevato d’istruzione, ed è più esposto a rapporti internazionali e più incline ad accogliere le diversità culturali con favore.  Per altro verso, la paura per i diversi è maggiore tra residenti d’età più avanzata, persone con idee politiche più conservatrici, coloro con un minore livello d’istruzione o che non hanno viaggiato all’estero. Ovviamente ci sono eccezioni significative a questa predisposizione all’avversità, alla paura o alla diffidenza per il diverso. Atteggiamenti di questa natura non sono necessariamente ammessi da chi li mostra, nascosti dietro silenzi o posizioni apparentemente tiepide in materia migratoria, che in realtà esprimono visioni “scettiche” di chi dubita che esistano le condizioni per integrare immigranti e rifugiati nel contesto nazionale, anche se riconosce l’obbligo morale ad accogliere chi si trova in gravi emergenze umanitarie.  Sono generalmente gli appartenenti alle generazioni più anziane che esprimono più facilmente posizioni “scettiche” verso gli immigranti, per la loro maggiore sensibilità alle difficoltà di adattamento a consuetudini culturali e a convenzioni locali, ritenendo a volte quelle distanze invalicabili (vedi sezione 5 sul razzismo culturale).

 

Prendendo l’autobus di notte

Ho fatto un’esperienza personale, prendendo un autobus notturno a Roma, alle prime ore del mattino, quando la maggioranza delle persone è già a letto, a riposare. L’autobus era abbastanza affollato, vista la scarsa frequenza delle corse notturne. A bordo vi erano soltanto due cittadini di apparenza italiana: mia moglie ed io. C’erano tre giovani turisti europei, e gli altri passeggeri erano per lo più immigranti extra-comunitari, o apparivano tali. I romani a quell’ora, se sono ancora in giro, preferiscono usare il loro veicolo personale. Mi è venuto spontaneo confrontare questa situazione con l’atteggiamento frequente di diffidenza e di sospetto che alcuni passeggeri italiani manifestano prendendo i mezzi pubblici durante le ore diurne nei confronti dei viaggiatori di chiara origine extra-comunitaria. Ma a quell’ora, gli utenti nostrani era già a letto o dietro il volante delle loro automobili. 

Ho guardato con attenzione quei passeggeri. Sembravano tutti lavoratori che avevano appena finito il loro turno, presumibilmente dopo un protratto orario di lavoro, forse più lungo di quello del loro collega italiano. Volti stanchi, assonnati, forse assorbiti dal pensiero della famiglia lontana, o presi dalle incertezze del domani, o dalla fatica che li aspettava nei mesi a venire. Ho pensato: sono immigrati fortunati, visto che hanno un lavoro, un reddito, forse anche una casa, ed un permesso di lavoro. O forse no, lavorano solo in nero, ma ancora possono ritenersi in parte privilegiati perché non sono costretti a chiedere l’elemosina davanti ad un supermercato. Forse riescono a mandare qualche soldo nel loro paese e sperano di migliorare la propria posizione nel prossimo futuro.

Mi sono chiesto se avessi paura di stare su di un autobus pieno di immigranti provenienti dai paesi più poveri, un mezzo di trasporto praticamente evitato accuratamente da molti potenziali passeggeri nazionali. Non si nascondono tra quei passeggeri notturni un po’ di immigranti “clandestini”? Sicuramente. Quanti sono criminali? Forse c’è qualche borseggiatore? No, non a quell’ora. A quell’ora, sugli autobus viaggiano solo lavoratori stanchi. Anche i borseggiatori stanno a dormire: aspettano le ore di punta diurne per assalire i passeggeri che si accavalcano frettolosi nei mezzi pubblici strapieni. E poi chi l’ha detto che i borseggiatori sono tutti stranieri? All’una di notte, ci sono solo gli immigrati che hanno lavorato tutta la giornata per guadagnarsi un pezzo di pane. E non c’è bisogno di aver paura. È forse uno dei momenti più sicuri per prendere un autobus affollato a Roma. Siano essi immigranti con regolare permesso di soggiorno o immigranti arrivati senza visto, il viaggio con loro è tranquillo.  Sono solamente lavoratori che non vedono l’ora di tornare a casa e riposarsi nel proprio letto. Pochi sorridono. Per lo più hanno uno sguardo fisso nel vuoto, pieno di intensa umanità. Alcuni fanno finta di dormire, per nascondere la stanchezza. Soffrono come molti di noi, lavorano come noi, forse più di noi, con noi e per noi. Perché aver paura di loro? 

3. Dalla paura del “diverso” ai pregiudizi sugli immigranti

Oltre ai sentimenti di paura e di diffidenza nei confronti degli immigrati e all’indifferenza che un’alta percentuale della popolazione prova per essi, quegli atteggiamenti sono rinforzati da diffusi pregiudizi e miti fondati per lo più su distorsioni della realtà ed un’errata informazione. Molti attribuiscono all’arrivo degli immigranti la responsabilità di aver turbato l’equilibrio interno del paese, sottraendo “privilegi” che i residenti considerano di loro esclusiva appartenenza. Di qui il concetto di invasione: “ci tolgono il lavoro; sono concorrenti sleali nel mercato del lavoro; sono degli invasori; ci prendono le case; invadono le aule scolastiche dei nostri figli; ci occupano le strade, le piazze, gli autobus, i tram e gli ospedali; non pagano le tasse ma approfittano dei nostri servizi pubblici; minacciano la nostra cultura, le nostre tradizioni, la nostra storia e la nostra religione; ci tolgono l’aria che respiriamo; hanno pessime abitudini; sono gente inferiore.[12]  Potremmo continuare all’infinito con questi pregiudizi.

È vero che gli immigranti irregolari spesso non hanno regolari alloggi, che bivaccano in condizioni miserevoli nelle zone periferiche, magari dormendo sotto i portici di una stazione ferroviaria o sotto i ponti o nei parchi cittadini. Spesso li vediamo in Europa che chiedono l’elemosina lungo le nostre strade, per mancanza di un regolare posto di lavoro, dando l’impressione di un degrado nelle zone ove essi si concentrano.  Vedere ambulanti abusivi agli angoli delle piazze, che appaiono o scompaiono a seconda della presenza dei vigili urbani, o la vista di spacciatori di droga di origine straniera nei posti più diversi, alle uscite delle scuole o vicino a luoghi di ritrovo notturno, rafforza l’immagine diffusa di illegalità e di degrado.  Si tratta di immagini quasi indelebili che si formano nella mente di molti, che rafforzano l’intolleranza nei confronti di questa presenza “intrusiva” degli immigranti. Ma molte di queste immagini corrispondono solo ad un giudizio superficiale della loro condizione, a veri pregiudizi che riflettono ignoranza o non familiarità con gli immigranti e si traducono in atteggiamenti di natura xenofoba o addirittura razzista.

Il pregiudizio che gli immigranti siano dei veri e propri invasori riflette un’esagerazione della loro dimensione quantitativa, immaginando migliaia di persone che arrivano giornalmente sulle nostre spiagge o alle nostre frontiere, ondate oceaniche che, se non arrestate, occuperebbero tutti gli spazi disponibili nelle nostre strade, piazze, case, scuole, ospedali. L’invasione, vista insieme al pregiudizio sulla criminalizzazione, porta a concepire l’immigrazione come minaccia alla stessa esistenza e all’individualità del paese ospitante, una sfida al suo sistema di vita.  In realtà la dimensione quantitativa dell’immigrazione va ridimenzionata, essendo una porzione modesta della popolazione residente,[13] anche se i flussi di immigranti sono significativi e i loro effetti non possono essere ignorati.  Più che “invasori”, gli immigranti sono persone che arrivano con l’obbiettivo di “cercare un lavoro”.  Ma molti vedono gli immigranti solo come concorrenti sleali nel mercato del lavoro che rubano lavoro ai nostri lavoratori. Il loro arrivo causerebbe inevitabilmente l’abbassamento del livello salariale delle nostre maestranze, anche se ciò è stato ripetutamente confutato dalle evidenze empiriche. Lo stesso vale per l’accusa che gli immigranti non paghino le tasse, mentre è noto che è vero il contrario, tanto che limitare l’immigrazione produce un impatto negativo sull’erario nazionale nel lungo periodo.[14]  Pur con le dovute precisazioni su possibili effetti negativi dell’immigrazione per alcuni segmenti della popolazione lavorativa, pregiudizi sugli effetti economici negativi dell’immigrazione sono sostanzialmente errati.

Ma ci sono condizioni oggettive che generano pregiudizi, circostanze che portano a considerare gli immigranti la causa primaria (il capro espiratorio) di tanti problemi.[15] L’elevata concentrazione di immigranti in aree urbane o periferiche delle grandi città o in piccoli centri può determinare un deterioramento della qualità di vita di quegli ambienti urbani ove i residenti sono costretti a convivere in situazioni di affollamento vicino a grandi concentrazioni di immigranti, molti irregolari, magari ammassati in accampamenti, o ubicati in centri di detenzione e di accoglienza.  A questo si aggiungano le difficoltà di residenti ad accedere a servizi pubblici come scuola, casa, assistenza medica, sussidi sociali e trasporti pubblici, e il deterioramento dell’igiene pubblica e della sicurezza nelle strade dove vivono. In effetti non è facile convincere chi soffre, chi combatte quotidianamente per arrivare alla fine del mese, chi non ha un fisso lavoro o è disoccupato, chi ha un bisogno disperato di sussidi per sopravvivere, che aiutare gli immigranti non sia una distrazione a suo danno. [16] Per chi vive in quartieri ove mancano servizi, ove prevale la povertà, ove l’ambiente urbano è degradato, ove l’indice di criminalità è più elevato della media, ove gli spazi pubblici non sono mantenuti con la stessa cura di zone urbane più privilegiate, ove le zone verdi sono piene di sterpaglie, le panchine dei giardini pubblici sono rotte e occupate da vagabondi, gli attrezzi per i giochi per i bambini non sono praticabili, e ci sono accumuli di immondizie deodoranti abbandonate, la presenza degli immigranti può essere vista come causa di tutti questi problemi. Gli immigranti possono addirittura suscitare sentimenti di fastidio e di intolleranza, un misto di reazioni in parte oggettivamente motivate e in parte puramente soggettive.

Questi pregiudizi sono più intensi fra gli appartenenti a gruppi sociali vulnerabili, classi più povere e individui emarginati. Svolgono un ruolo importante nella formazione dell’immaginario collettivo, determinando un’idea di immigrante fondata su stereotipi, specialmente se appartiene a gruppi etnici e culturali considerati inferiori. Questi pregiudizi possono tradursi in una rabbia proporzionale alla condizione di sofferenza subita, in una vera e propria fobia per gli immigranti. Ignorare la valenza di questi risentimenti sarebbe un grave errore, ma avallarli sarebbe altrettanto grave.[17] Sappiamo che questi problemi hanno cause non attribuibili all’immigrazione, e che la loro soluzione non sta nel chiudere le porte ai lavoratori stranieri ma nel lancio di politiche sociali ed economiche mirate a risolvere i problemi ambientali e sociali dei settori della popolazione che si trovano in condizioni più vulnerabili e precarie. Le contraddizioni della società contemporanea suggeriscono che le cause di molti di quei problemi sociali vanno spesso trovate nella forbice sempre più ampia che distanzia classi lavoratrici a basso reddito dalle fasce ad alto reddito che beneficiano da questi squilibri. Le carenze strutturali o l’inadeguatezza dei servizi pubblici nelle aree urbane più povere ben poco hanno a che fare con l’immigrazione, ma dipendono da processi di esclusione sociale e dalle politiche che la accentuano. Ma il pregiudizio che attribuisce agli immigranti la causa di quei problemi fomenta una “guerra tra poveri” (poveri residenti contro poveri immigranti),[18] mentre ciò di cui abbiamo bisogno è una “guerra contro la povertà”.  Povertà, degrado urbano e criminalità sono collegati tra di loro e si combattono promuovendo lavoro, istruzione, sviluppo sociale, assistenza pubblica, e non proibendo l’arrivo agli immigranti. Ma l’esistenza di questi profondi pregiudizi suggerisce che non si possono risolvere i problemi degli immigranti senza affrontare al tempo stesso i problemi degli esclusi della società, e questo richiede una volontà politica per risolvere sia i problemi dei ceti sociali più a rischio che quelli degli immigranti. La classe intellettuale e i politici progressisti sono spesso accusati di non aver capito questo dilemma, dando l’impressione a molti esclusi sociali di ignorarne le condizioni per favorire l’assistenza a favore degli immigranti. 

Allo stato attuale, i pregiudizi preferiscono associare immagini di miseria con presenze multietniche di immigranti, attribuendo i disagi dei residenti alla presenza di persone con fattezze, lingua, vestiario, abitudini e credi diversi.  E sappiamo che nell’immaginario collettivo la percezione della realtà è più importante della realtà. Se il sostegno agli immigranti è percepito come alternativo al sostegno alle classi più povere dei residenti, la credibilità di qualsiasi intervento di politica sociale verrà meno. L’accumulazione di insuccessi di chi si è sentito continuamente sbattere le porte in faccia per assicurarsi un lavoro sicuro, un alloggio decente, reddito sufficiente, e di chi si sente escluso dal processo di sviluppo, giustifica scetticismo nei confronti dell’accoglienza agli immigranti. L’assistenza umanitaria internazionale a favore di questi ultimi è vista come alternativa alla lotta contro la povertà interna.  La credibilità della politica sociale nei confronti dei residenti più vulnerabili richiede risultati tangibili a breve termine, che incidano con efficacia sulle loro necessità fondamentali. Solo così l’atteggiamento psicologico verso gli immigranti migliorerà. Ciò richiederà fatti concreti: stanziamenti di bilancio, piani concreti ed immediati per la casa, la scuola, l’occupazione e il reddito o salario minimo, amplio sostegno diretto alle famiglie, migliori asili nido, strutture sanitarie più adeguate e accessibili agli emarginati. Altrimenti l’apertura all’immigrazione sarà vista come una contraddizione rispetto alle politiche sociali interne.[19]

I pregiudizi di cui stiamo qui parlando si manifestano in modo diverso a seconda del paese d’origine degli immigranti e del paese ospitante, della composizione demografica ed etnica di quest’ultimo, della sua storia migratoria, e delle caratteristiche culturali e sociali della sua popolazione.  L’avversione per i diversi è alimentata da pregiudizi che stigmatizzano una distinzione tra residenti e immigranti in base ad una serie di criteri standard che possono essere così classificati:

  1. Distinzione rigida tra chi è nato nel territorio e chi è nato altrove. È una distinzione che si applica particolarmente nei paesi ove vige lo ius soli,[20] che attribuisce automaticamente una superiorità (e anche la cittadinanza) a chi è nato nel paese rispetto chi è nato altrove.[21] Spesso il pregiudizio si estende agli immigranti di seconda o terza generazione, nonostante siano nati nel paese d’immigrazione, perché stigmatizzati per discendere da chi è nato altrove.[22] È la negazione del valore della mobilità geografica, non solo tra un paese all’altro, ma anche all’interno dello stesso paese, tra nord e sud, da zone rurali a quelle urbane, da una regione all’altra, da una città all’altra. È il campanilismo al massimo livello. È un criterio fattuale iper-semplificato che definisce l’omogeneità dei residenti e l’autenticità della loro appartenenza al territorio in base ad un legame puramente fisico con il suolo dello stato (o della città).[23]
  2. Distinzione tra chi ha radici culturali analoghe a quelle prevalenti nel paese ospitante e chi ha radici fondamentalmente diverse. Mentre la distinzione ha basi obiettive che spiegano differenze culturali tra gruppi diversi, aver timore di immigranti sulla base di questo criterio crea non pochi problemi sulla stessa natura della società del paese ospitante e sul suo approccio rispetto ai propri valori culturali in un contesto universale, in quanto essa crea barriere artificiali a livello internazionale difficilmente giustificabili sul piano razionale. Radici culturali e differenze etniche sono strettamente legate, ma queste ultime sono a volte interpretate in modo puramente fenotipico.
  3. Distinzione tra chi appartiene a gruppi razziali diversi rispetto al gruppo razziale prevalente nel paese ospitante. Si tratta di un tipo di paura molto più frequente di quanto non vorremmo ammettere, ed è basato su una distinzione sostanzialmente di matrice razzista. È un modo di focalizzarsi sulle differenze etniche in modo antagonistico, utilizzando stereotipi per discriminare gruppi considerati inferiori. Su questo ci dilungheremo nelle sezioni 4 e 5.
  4. Distinzione tra chi professa religioni molto diverse rispetto a quelle prevalenti nel paese ospitante. È una sottocategoria della distinzione basata su diversità culturali, ed interagisce anche con il razzismo. È una distinzione sempre più frequentemente applicata in tempi recenti, specialmente con riferimento agli immigranti di religione islamica.

4. Immigrazione e razzismo biologico

È inquietante sottolineare che l’atteggiamento avverso agli immigranti sia stato spesso alimentato da preconcetti razzisti verso immigranti che sono etnicamente diversi, specialmente verso quelli “di colore”, anche se quei preconcetti riflettono in generale pregiudizi culturali più profondi nei confronti di coloro che hanno un’origine geografica e culturale diversa. L’intensità di questi atteggiamenti varia considerevolmente da un paese all’altro e da un individuo all’altro. Si tratta di atteggiamenti che spesso prescindono dal processo di immigrazione, e sono segnali allarmanti di diffuso razzismo.  È noto che la nozione di razza è stata fortemente criticata sul piano concettuale,[24] nonostante in passato ideologie fasciste e naziste abbiano cercato di ancorarla a tratti (markers) fenotipici, pensati come criteri puramente biologici. In tal caso parliamo di razzismo biologico,[25] cui sono spesso aggiunti stereotipi culturali al fine di stigmatizzare gruppi etnici da considerare inferiori. Tra i markers utilizzati per sottolineare differenze razziali, le fattezze fisiche del corpo sono le più frequenti, specialmente il diverso colore della pelle, pur rappresentando una nozione vaga e inadeguata, ma sorprendentemente usuale fra coloro che manifestano atteggiamenti razzisti. 

Generalmente, gli atteggiamenti razzisti che si focalizzano oltre alle differenze fenotipiche basate sulle diversità fisiche del corpo, considerano anche altri aspetti come il diverso modo di vestirsi, di comportarsi o di parlare, ma anche pregiudizi più propriamente culturali, come quelli religiosi, o sintomi più banali, come il cognome o il nome delle persone,[26] scelti per identificare in modo telegrafico persone appartenenti ad un gruppo etnico da considerare inferiore.  Anche se il colore della carnagione è soltanto uno dei tratti stigmatizzati da questo tipo di razzismo, è sintomatico che esso abbia ancora tanta prominenza. Ciò spiegherebbe l’atteggiamento diverso verso gli immigranti provenienti dall’est europeo, considerati facilmente più “omogenei” o “assimilabili” perché di chiara carnagione, anche se anche quegli immigranti sono discriminati sulla base di altri pregiudizi. 

Pregiudizi legati al “colore della pelle” degli immigranti sono in generale negati dalle autorità ufficiali, ma sono frequenti in pubblico, raggiungendo livelli estremi come insulti agli stadi nei confronti di giocatori di colore, bullismo razzista nelle scuole, uso di espressioni volgari ed epiteti scurrili nei confronti di personalità pubbliche di colore, aggressioni verbali di passeggeri di mezzi di trasporto pubblico, aggressioni fisiche lungo la strada, o assalti armati ad assemblamenti di persone con quei tratti.  Ostilità razziste contro immigranti fondate su queste basi possono raggiungere livelli estremi nei confronti di immigranti di origine africana o asiatica, o anche latino-americana, sempre che siano classificabili come immigranti “di colore”, anche prescindendo dalle differenti radici culturali e religiose.  “Hate groups” (“gruppi di odio”) sono sorti ovunque, in risposta a rigurgiti neonazisti apparsi in molti paesi. Sono gli atteggiamenti che non esitano di usare slogan come “send them back” (“mandali indietro”) o espressioni simili.  Negli Stati Uniti, questi pregiudizi razziali estremi ricordano con preoccupazione una storia di discriminazioni etniche che ha afflitto quel paese per secoli, discriminazioni non completamente superate ma riproposte in nuove manifestazioni, che includono episodi di violenza e incidenti promossi da suprematisti bianchi che non hanno problemi nel ricorrere ai simboli del razzismo biologico. Negli USA pregiudizi di questo tipo colpiscono la popolazione afro-americana (siano residenti o immigranti africani, siano essi nord-africani che sub-sahariani), gruppi di origine prevalentemente centro-americana o andina, e quella asiatica (che, in diversi momenti storici, ha incluso popolazioni medio-orientali, cinesi, giapponesi, coreani, indiani, pakistani, e immigranti dall’asia sud-orientale), nonché popolazione indigena americana, stigmatizzandone gli aspetti fisici, anche prescindendo dal colore della pelle.  Anche in Europa non sono mancate analoghe esplosioni di sentimenti razzisti e di atteggiamenti discriminatori nei confronti di immigranti a seconda del colore della pelle, specialmente se africani o asiatici, senza far molta distinzione tra un gruppo o l’altro.  Manifestazioni ostili a fondo razziale sono esplose in Germania, a partire dagli anni ’90, dopo la riunificazione tedesca, con l’affermazione di gruppi neonazisti che frequentemente hanno attaccato residenze di rifugiati o singoli stranieri colpiti nelle strade del paese. La sensibilità discriminatoria per differenze fenotipiche degli immigranti si estende anche a gruppi che potrebbero essere classificati come “caucasici”, se hanno caratteristiche “mediterranee” (con carnagione olivastra, capelli neri e bassa statura). Sono questi gli aspetti stigmatizzati nei paesi dell’Europa centrale e settentrionale, e che riguardano molti immigranti provenienti dall’Europa meridionale. Riscontriamo così in Germania un aumento del numero di omicidi che riguardano stranieri di origine turca o greca, stranamente accomunati da molti residenti, anche se l’interpretazione ufficiale di quegli incidenti ha spesso negato motivazioni razziali. Nel Regno Unito, attacchi violenti spesso hanno selezionato immigranti appartenenti ad un determinato gruppo razziale, scelti per la loro vulnerabilità (come i tassisti o i lavoratori notturni, colpiti perché svolgono le proprie attività in condizioni isolate). Lo stesso fenomeno è stato riscontrato in Australia, specialmente nei confronti di immigranti di origine asiatica. Comunità rom sono state oggetto di particolare violenza, anche con attacchi incendiari ai loro accampamenti. A queste manifestazioni razziste si sono aggiunte frequenti esplosioni di antisemitismo, anche se non sono espresse necessariamente in termini di razzismo biologico e possono riguardano persone non immigrate, ma il razzismo non guarda sempre il passaporto delle persone.  Queste manifestazioni esasperate di intolleranza le ritroviamo anche in Italia, stimolate da gruppi politici che si richiamano a concetti quali la “superiorità della razza”, che portano facilmente a ricorrere a espressioni del tipo “dagli al negro”, che ci ricordano i periodi più scuri della nostra storia passata.

La diffusione di questi pregiudizi non è un caso, e quanto più scura è la carnagione, tanto maggiore è la discriminazione: è la paura del “nero”?  Molta gente si difende dall’accusa di favorire atteggiamenti razzisti ricorrendo sempre alla stessa reazione: “Io non sono razzista, ma…” Quelle affermazioni seguite da un “ma” rivelano orientamenti razzisti, perché sottintendono – sempre più spesso in modo subdolo – la difesa della “supremazia bianca” e dell’omogeneità etnica del paese, magari solamente esprimendo scetticismo o reticenze nei confronti dei rapporti interrazziali, esibendo preoccupanti “silenzi di connivenza” di fronte a manifestazioni estreme di odio razziale, favorendo indirettamente la crescita di crimini motivati da odio razziale. 

 5. Pregiudizi culturali, neo-razzismo e “identità nazionale”

Attualmente le manifestazioni più frequenti di razzismo con ricorrono alle nozioni tipiche del razzismo biologico, ma usano forme più sofisticate e sottili più di discriminazione tra etnie di natura prevalentemente culturale,[27] anziché limitarsi ai tratti visivi degli immigranti, pur continuando a stigmatizzare occasionalmente le persone di diversa etnia per i loro aspetti fisici.

Nell’ambito di questi pregiudizi razzisti di natura culturale, frequente è la discriminazione nei confronti di immigranti di ogni origine di religione mussulmana, [28] provenienti da un vasto arco di paesi. In tal caso, dovremmo più propriamente parlare di pregiudizi religiosi.[29] I mussulmani includono gruppi etnici diversi, popolazioni maghrebine, mediorientali e di altri paesi nord-africani, popolazioni sub-sahariane, immigranti di origini asiatiche tra le più diverse (Pakistan, Malesia, Bangladesh, Indonesia, Afganistan e ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale), ma anche europee (balcaniche). Sono immigranti stigmatizzati per presunti legami con il terrorismo internazionale e per le loro tradizioni culturali (regole dietetiche, pratiche di preghiera, abbigliamento), e per non rispettare i diritti umani, specie nei rapporti all’interno della famiglia (vedi al riguardo il riquadro sui Diritti umani e valori culturali irrinunciabili). 

Diritti umani e valori culturali irrinunciabili

La diffidenza verso chi è culturalmente diverso non è sempre un’invenzione di chi è contrario all’immigrazione. Può scaturire da fatti obiettivi. Superare ‘salti’ culturali non è sempre semplice. Chi proviene da paesi ove la tutela dei diritti umani è limitata, può trovare strano l’accento dato alla tutela dei diritti umani nel paese d’immigrazione, e ciò può creare problemi nei rapporti all’interno della famiglia. Ma certi diritti umani non sono negoziabili nella maggioranza dei paesi occidentali, per lo meno in teoria. Gli immigranti possono incontrare seri problemi di adattamento se non accettano il rispetto della libertà di opinione e di espressione, la libertà di scegliere la propria religione, la tolleranza per le religioni altrui, la protezione della donna e dei bambini e dei loro diritti, la tutela dei diritti di proprietà e dei diritti politici e civili dei singoli membri della famiglia, l’accettazione dei meccanismi della democrazia, il rispetto per l’ordine pubblico e per le forze dell’ordine come strumento di protezione dei cittadini (e non come strumento di repressione o come istituzioni corrotte).[30] Quei diritti umani sono irrinunciabili, rappresentando valori culturali fondamentali per il paese ospitante. I residenti potrebbero non comprendere che gli immigranti incontrino difficoltà ad adattarsi a questi nuovi valori, e potrebbero giustificare un certo scetticismo sulla possibilità di integrarli nella società nazionale. Tuttavia, l’esperienza dei paesi a grande tradizione migratoria insegna che gli immigranti superano queste diversità culturali nel tempo, assorbendo nuovi stili di vita, acquisendo un rispetto per questi valori umani fondamentali, pur continuando a rispettare le proprie tradizioni culturali portate dai paesi d’origine.

L’uso delle differenze religiose come scusa per pregiudizi razziali non riguarda soltanto gli immigranti ma anche i rapporti all’interno della popolazione residente.[31] In un mondo sempre più secolarizzato, sottolineare pregiudizi religiosi sembra assurdo, visto che il mondo occidentale professa la completa libertà religiosa, che dovrebbe garantire a chiunque di seguire il proprio credo religioso o di non professarne alcuno, rassicurando libertà di culto e dando spazio per erigere chiese, moschee, sinagoghe, templi o altri luoghi di preghiera e di meditazione, nel pieno rispetto delle libertà altrui. Eppure, l’arrivo di immigranti di credo religioso diverso (e questo avviene particolarmente con i mussulmani, ma in passato potevano essere i cattolici o i buddisti o aderenti ad altre religioni) desta reazioni negative anche in nazioni estremamente secolarizzate, o tra sovranisti che riscoprono all’improvviso radici cristiane “profonde”.[32]  La secolarizzazione, inoltre, fa sorgere incomprensioni con chi proviene da paesi non usi ad una varietà di confessioni religiose o a pratiche secolari, creando disagi reciproci.  

Altro gruppo etnico frequentemente oggetto di rigetto sociale, specialmente in Europa, è quello dei rom, anche se non sempre i rom sono immigranti (spesso sono cittadini). Inoltre, se immigrano da paesi appartenenti all’Unione Europea (ad esempio, dalla Romania), possono godere del diritto legale a circolare nell’ambito della regione europea.  L’integrazione dei gruppi rom, siano essi residenti che immigrati, è ostacolata non solo e non tanto per le loro differenze fenotipiche quanto per la loro diversità culturale in quanto popolazione originariamente nomade.  I rom sono spesso accusati per la loro presunta criminalità, ma al tempo stesso in alcuni paesi sono rigettati dal mercato formale del lavoro, creando un circolo vizioso tra esclusione dal mercato del lavoro e coinvolgimento in attività economiche illegali.[33] Ciò crea un’ostilità permanente con i rom, anche se ci sono esperienze positive di integrazione con i rom che rischiano, tuttavia, di essere casi isolati.

L’inclusione di pregiudizi culturali nella nozione di razzismo rende a volte meno definito il suo concetto. Non a caso, oggi giorno, il termine razzismo è impiegato con estrema disinvoltura come sinonimo di xenofobia, di odio nei confronti degli stranieri, di islamofobia, e di ostilità nei confronti di tutti gli immigranti di colore, come se fossero espressioni equivalenti. È chiaro che occorre stare attenti a queste differenze concettuali.

Le dichiarazioni ufficiali sanciscono veemente l’opposizione totale al razzismo biologico e a qualsiasi forma di discriminazione razziale, normalmente vietata per legge, come affermato spesso nelle leggi costituzionali.  Eppure, il razzismo continua ad esistere, anche se non è più un razzismo istituzionale, e assume più spesso la forma nota come razzismo culturale o neo-razzismo o nuovo razzismo o razzismo differenziale o razzismo post-moderno.[34] Questi termini si riferiscono a discriminazioni razziali che non fanno leva esclusivamente o in prevalenza sulle differenze fisiche tra gruppi etnici, ormai screditate dagli orientamenti politici prevalenti dopo il secondo conflitto mondiale, per preferire un approccio informale, che predilige pregiudizi culturali (a volte associati anche a discriminazioni economiche, vista la correlazione tra distribuzione del reddito e struttura etnica della popolazione), anche se questi pregiudizi culturali si possono combinare con residui di pregiudizi legati ai tratti fisici delle singole etnie, mimetizzandoli in forme subdole per non dichiararli esplicitamente.

Il neo-razzismo suppone che i gruppi etnici siano ben definiti rispetto ad una chiara nozione di identità etnica, [35] che corrisponde a quella che gli antropologi chiamano situational ethnicity (etnia situazionale), e che consiste nell’accettazione di una situazione ove esiste da un lato una cultura nazionale dominante, corrispondente alla cultura del gruppo maggioritario nel paese d’immigrazione, con una precisa identità etnica, e dall’altro una serie distinta di culture delle minoranze etniche (come una diversità di culture per i diversi gruppi di immigranti). Il neo-razzismo[36] sorge dal confronto tra culture di gruppi etnici differenti e consiste nell’identificare la superiorità di una cultura rispetto all’altra, dopo aver verificato i punti deboli delle culture delle minoranze etniche rispetto alle norme o standard culturali dell’etnia maggioritaria nella nazione. Il razzismo culturale nega che una società possa avvantaggiarsi di civilizzazioni diverse attraverso processi di trasformazione culturale, e rifiuta a priori la possibilità di creare culture ibride, cioè delle nuove identità culturali generate con contributi di diversi gruppi etnici, poiché si suppone l’immutabilità delle radici culturali di ogni gruppo etnico, sia della comunità nazionale che delle etnie minoritarie, in base ad una nozione statica di identità etnica. In altri termini, si sostiene che le differenze culturali tra etnie diverse sono incolmabili, non si possono adattare reciprocamente, né essere oggetto di alcun dialogo, ma sono destinate ad essere in contrasto conflittuale permanente.  Ogni cultura è vista come una minaccia all’altra, che rischia di essere violata e contaminata nella sua coerenza dall’altra, provocando una destabilizzazione del suo equilibrio culturale naturale (un equilibro sacro da preservare da influenze esterne a tutti i costi).[37] L’unica soluzione sarebbe mantenere le culture separate e tutelarne la purezza escludendo il contagio tra coloro che appartengono a culture diverse.

Questo approccio al razzismo non è in realtà di natura culturale, ma è la negazione stessa della cultura, che di per sé si alimenta di contributi che vengono dalle fonti più diverse.  Il razzismo culturale è il rifiuto della tolleranza tra gruppi etnici diversi, per difendere ad oltranza le tradizioni locali contro “l’invasione culturale” dall’esterno, fomentando in tal modo la xenofobia. Le tradizioni culturali locali vengono osannate e sono viste sotto attacco, ignorando che esse non sono necessariamente in contrasto con altre culture, ma potrebbero avvantaggiarsi del loro contributo reciproco.[38] Questo approccio razzista strumentalizza possibili contrasti tra valori culturali nazionali (come quelli indicati nel riquadro “Diritti umani e valori umani irrinunciabili”) e i comportamenti e valori culturali di gruppi minoritari, per dimostrare l’incompatibilità assoluta tra approcci culturali diversi. In tal modo, però, trascura che tra i valori fondamentali nazionali vi possono essere anche la protezione dei diritti delle minoranze e delle persone vulnerabili, la solidarietà, la libertà di espressione, la valorizzazione dei progressi nella conoscenza umana acquisibile con scambi e dialogo tra culture diverse.  In un certo senso, il neo-razzismo sceglie quello che gli fa più comodo quando si tratta di difendere i valori nazionali, per utilizzare le differenze culturali come strumenti di opposizione nei confronti di gruppi considerati inferiori, che saranno oggetto di emarginazione e di discriminazione. 

Nel razzismo culturale, la nozione di identità etnica è usata per opporre un gruppo etnico contro un altro per affermarne la superiorità.[39] Utilizzando la stessa nozione, l’identità etnica può essere usata anche per lamentare una “sudditanza” del gruppo oppresso rispetto ad altro gruppo accusato di abusare della sua presunta superiorità sociale. Questo non è l’unico modo di usare il concetto di identità etnica, che in questa maniera viene usato come nozione conflittuale. Alternativamente, l’identità etnica può essere concepita in modo molto più innocuo come mera autoidentificazione sentimentale di un gruppo etnico, al puro scopo di permettere ad un certo numero di individui di riconoscersi come parte integrante di un gruppo omogeneo, al fine di definirne l’omogeneità etnica occasionalmente riferita a somiglianze fisiche o fenotipiche, ma più spesso espresso in termini puramente culturali, che raggrupperebbe coloro che provengono dalle stesse zone geografiche. L’identità etnica acquisisce in tal caso un valore puramente strumentale e strategico,[40] e intende far leva sulla consapevolezza etnica degli appartenenti a quel gruppo, consapevolezza che viene incoraggiata per esprimere un orgoglio identitario. L’identità etnica diviene così un sentimento di conforto psicologico per chi si assomiglia, parla la stessa lingua (magari con lo stesso accento dialettale), ha le stesse abitudini quotidiane, e si traduce in manifestazioni di fratellanza e di sostegno reciproco,[41] simbolo di solidarietà e di simpatia per chi condivide origini geografiche e tradizioni.[42] Ma il neo-razzismo non usa questa nozione sentimentale di identità etnica, preferendo un approccio più conflittuale che oppone un’etnia ad un’altra.

È su questa base che il neo-razzismo, visto nel contesto dei processi migratori, argomenta che l’identità nazionale sia minacciata da contaminazioni esterne di gruppi etnici diversi che destabilizzano la natura culturale del paese d’immigrazione, minandone lo stile di vita e le condizioni sociali. Riecheggiando gli effetti stravolgenti delle invasioni armate del passato,[43] l’immigrazione è vista come “invasione culturale”, uno scontro con culture diverse (anziché un incontro), un’intrusione.  La difesa dell’identità nazionale cerca di rendere il razzismo più accettabile e popolare rispetto al razzismo biologico in paesi democratici e liberali ove quest’ultimo è bandito per legge, anche perché l’identità nazionale richiama princìpi di solidarietà reciproca all’interno di una comunità nazionale, un concetto apparentemente innocuo e addirittura positivo per la vita di una nazione, senza alcuna implicazione necessariamente xenofobica. La tutela dell’identità nazionale viene ribadita come virtù fondamentale, e utilizza simboli come la bandiera, l’inno nazionale, la difesa dei confini, la protezione orgogliosa delle leggi nazionali, delle tradizioni, della cultura e della storia di una nazione. Tutto ciò sembra innocuo, anzi lodevole, è l’amor patrio.[44]  Ma c’è il rovescio della medaglia. La difesa dell’identità nazionale può portare alla mitizzazione dell’odio nei confronti di culture minoritarie e alla mistificazione dell’omogeneità culturale di una comunità nazionale, su cui si basa il concetto di nazione-stato.[45] Che succede se uno stato-nazione raggruppa etnie diverse?[46]  Il tentativo di preservare presunte omogeneità culturali all’interno di una nazione potrebbe portare alla disintegrazione di aggregazioni regionali, come l’Unione Europea, stati federali, o grandi paesi, per moltiplicare divisioni interne, aumentando contrasti al fine di garantire omogeneità culturale, minando unità nazionali e incitando secessioni o rivoluzioni separatiste, per favorire autonomie di gruppi linguistici o culturali diversi, giustificando la parcellizzazione di stati esistenti.[47] 

Il neo-razzismo si alimenta continuamente del ricorso a pregiudizi culturali e percezioni soggettive, che si sovrappongono, influenzati da emozioni e convinzioni personali non basate su di una interpretazione accurata di fatti concreti e della realtà migratoria,[48]puntando sulle differenze culturali, sociologiche ed economiche tra gruppi etnici diversi come sono percepite dai residenti.[49] È il dominio assoluto delle percezioni della realtà, rispetto alla realtà oggettiva, e le percezioni possono essere molto tenaci, [50]  particolarmente quelle di chi appartiene ad un gruppo relativamente omogeneo sul piano etnico e culturale, magari perché meno esposto a contatti con popolazioni diverse.[51]  Beneficiando di cliché e luoghi comuni per rafforzare l’immagine d’incompatibilità tra culture diverse, il razzismo culturale esalterà la paura istintiva per chi ha radici culturali diverse, in termini di storia, lingua,[52] usanze, festività, e abitudini quotidiane,[53] fino ad includere aspetti della vita di tutti i giorni: vestiario, cibi, modo di parlare e di gesticolare, tradizioni familiari, rapporti all’interno della famiglia, con le donne, tra genitori e figli, approfittando dell’ignoranza dei residenti, stigmatizzando differenze apparenti, generando equivoci e fomentando disagi reciproci. Il razzismo culturale farà frequente uso di metafore apparentemente innocue, che ribadiscono nozioni discriminatorie non esplicite. Si preferirà parlare dell’ondata umana dell’immigrazione di massa, anziché di invasione di gente di colore. Anziché riferirsi al traffico di immigranti di razze inferiori, si additeranno i pericoli del traffico di esseri umani. Si parlerà dell’arrivo di carichi di miseria umana per riferirsi ai naufraghi soccorsi in mare, ma l’espressione “carichi” riecheggia il trasporto di schiavi che attraversavano l’Atlantico verso le Americhe. I pregiudizi razziali si camufferanno dietro argomentazioni nativiste.  Non si useranno riferimenti espliciti ai tratti fenotipici, o non si cadrà nelle volgarità degli insulti razzisti, ma si rafforzeranno cliché che danno per scontato il carattere, il comportamento, i difetti e le capacità di persone di una certa etnia. Gli immigranti non verranno più definiti come razzialmente inferiori, non si useranno più espressioni del tipo “il negro è inferiore”, ma si preferirà dipingerli come culturalmente diversi rispetto ai valori della cultura nazionale, non omogenei e incompatibili culturalmente con il paese d’immigrazione. Non si parlerà dell’arrivo di persone di razza diversa ma del rischio di inserire nella popolazione elementi “non raccomandabili”, con tendenze promiscue[54] incontrollabili (basta vedere il loro più alto tasso di fertilità!), o a più bassa produttività lavorativa. Tuttavia, i segnali fenotipici continueranno a svolgere il loro ruolo stigmatizzante, anche se verranno coperti da tanti pregiudizi culturali e luoghi comuni (l’immigrante è incline al crimine, è disonesto”).  Si temerà che l’arrivo degli immigranti comporterà un aumento del tasso di criminalità, suggerendo che l’immigrante sia incline naturalmente a commettere reati, spinto da istinti violenti con atteggiamenti predatori che si traducono in furti, violenza sessuale, aggressioni fisiche, disturbi alla quiete pubblica, narcotraffico, [55] come se l’immigrante fosse affetto da una deviazione morale originale.[56]   

Il razzismo culturale può causare l’esasperazione della ghettizzazione degli immigranti e dei loro discendenti, come in alcune nazioni europee, ove interi quartieri vengono stigmatizzati perché abitati esclusivamente da gente proveniente da un certo paese ed etnicamente omogenea. La ghettizzazione a volte è solo temporanea (come nelle “Little Italy” o “China town” di molte città americane, che sono state anche una forma di autodifesa di fronte alle difficoltà dell’integrazione), ma altre volte è cronica, ostacolando il processo di integrazione, come in certe realtà urbane in Gran Bretagna, Francia o Belgio, ove discendenti da immigrati provenienti dal Pakistan e paesi arabi si concentrano.

Il neo-razzismo si veste anche di un paternalismo di facciata, offrendo assistenza ai naufraghi soccorsi in mare, ma rivelando la sua natura quando le persone salvate vengono ricondotte nei lager libici.  Il linguaggio politico del neo-razzismo enfatizza la protezione degli interessi nazionali, concetto di per sé ineccepibile, anche se allo stesso tempo si nega la protezione della dignità umana degli immigranti e si avalla la violazione dei loro diritti umani. Il neo-razzismo nega che esistano discriminazioni razziali nei confronti di persone etnicamente diverse, ma ribadisce la preoccupazione che la “crescente eterogeneità” della popolazione residente mini il tessuto culturale e sociale del paese, e sottolinea la necessità assoluta di difendere l’Italianità o l’Englishness, per suscitare sentimenti nostalgici tra gli elettori. L’arrivo dei “diversi” sarebbe un rischio per l’ordine pubblico e per la sicurezza nazionale. Si lanciano gridi d’allarme per il pericolo che gli immigranti siano portatori di malattie epidemiche ed infettive (l’ebola, la malaria, il colera, la peste, l’AIDS) – c’è chi ha addirittura accusato l’immigrazione come causa primaria della diffusione del CODIV-19! – anche se questa è una totale distorsione dei fatti. 

6. Manipolazione dell’informazione sull’immigrazione

Sentimenti di avversione per gli immigranti, siano essi il risultato di percezioni soggettive o pregiudizi culturali (compresi quelli razzisti), non dipendono solo da convinzioni personali, ma sono spesso influenzati di fattori esterni, ambientali, demografici, economici e strutturali. La realtà demografica del paese d’immigrazione, in particolare la percentuale di immigranti rispetto alla popolazione totale, e le condizioni del mercato del lavoro, possono modificare le percezioni sull’effetto di un numero elevato di arrivi di lavoratori stranieri. Sono fattori questi che spesso hanno un ruolo contraddittorio, inviando segnali opposti sulle conseguenze dell’immigrazione.

Tra i fattori esterni che influenzano le percezioni sugli immigranti, un ruolo preponderante è esercitato dai media, da gruppi di opinione e da movimenti politici e, recentemente, sempre più dall’informazione ricevuta quotidianamente dai c.d. social media, che ci martellano con invadenza crescente con valanghe di messaggi, notizie, aggiornamenti e conoscenze, spesso non richiesti, senza poter distinguerne l’origine e l’autenticità. La loro influenza sarà tanto più forte quanto minore sarà l’informazione di cui disponiamo sugli immigranti e quanto più ridotto sarà il numero di occasioni di entrare in diretto con loro. L’importanza di questa informazione non è solo legata alla sua enorme dimensione, ma alla sua dinamica, che porta ad un effetto amplificato rispetto ai messaggi originari. È proprio questa circostanza che ha reso possibile la manipolazione dell’informazione ostile all’immigrazione, facendo leva su queste caratteristiche della comunicazione sociale. Ne deriva un enorme impatto sull’opinione pubblica.

Chi sono questi manipolatori dell’informazione sull’immigrazione? Qual è il loro pubblico ideale? Quali sono le modalità con cui intervengono? Perché riescono ad esercitare un impatto così amplio? I principali attori di queste sistematiche manipolazioni sono gruppi di pressione interessati ad appoggiare il rigetto dell’immigrazione, attivisti provenienti dai quadri di movimenti estremisti o di alcuni partiti politici interessati a cavalcare l’onda della “paura” per gli immigranti al fine di influenzare l’opinione pubblica, spesso per ottenere puri vantaggi elettorali a favore di alcune fazioni partitiche, facendo da cassa di risonanza a chi plaude per il successo di misure repressive contro l’immigrazione. Se il pubblico è indifferente, occorre manipolarlo, sostituendo l’indifferenza con l’ostilità aperta contro gli immigranti.

La metodologia adottata da questi manipolatori comprende: (a) scelta del contenuto del messaggio e del pubblico destinatario; (b) stravolgimento della realtà dei fatti da comunicare; (c) scelta del linguaggio con cui esprimere i messaggi; (d) scelta delle modalità di trasmissione dei messaggi (in particolare, come “creare notizie”); e (d) moltiplicazione dei messaggi per massimizzarne l’impatto.

(a)          Il contenuto dei messaggi e la scelta del pubblico destinatario

Se vogliamo amplificare l’avversione, paura e diffidenza nei confronti dell’immigrante, occorre in primo luogo raggiungere la psicologia dell’uomo della strada, interagendo con la sua esperienza quotidiana. Il pubblico ideale è la vasta platea di chi ignora tutto sull’immigrazione, e quindi è più facilmente permeabile a influenze esterne, non essendo in grado di formulare giudizi autonomi perché non dispone di nozioni e criteri critici, ed è costretto a ricorrere ai meccanismi di comunicazione di massa. Anche se questa ignoranza potrebbe essere compensata da processi culturali ed educativi, questi processi sono molto lacunosi.  Il grande pubblico in generale subisce in modo passivo e acritico valanghe di informazioni, e non è intenzionato a formarsi opinioni obiettive autonome basate sui fatti.  Tra i potenziali interlocutori, si privilegerà il pubblico più “scontento”, frustrato dagli insuccessi nella propria vita professionale e dalla mediocrità della propria condizione, più predisposto al fascino del qualunquismo, pronto ad attribuire ad un nemico esterno la causa ultima dei propri problemi.  Il messaggio da inviare privilegerà immagini che traggono spunto da possibili disagi o impressioni negative che la presenza degli immigranti può destare, con immagini sconvolgenti, anche inventando presunti effetti negativi  sull’economia e sul lavoro, isolando fatti di cronaca nera che possano avallare l’ostilità per gli stranieri, richiamando tutti i possibili pregiudizi culturali e le difficoltà d’integrazione degli immigranti nella società ospitante, anche se si tratta di luoghi comuni o cliché di basso livello. L’importante è che il messaggio sia unidirezionale, ribadisca l’intolleranza per gli immigranti contrabbandata come forma di patriottismo, basata sul fanatismo settarista nazionalista, esibita con faziosità xenofoba, ma presentata come un concetto innovativo a generazioni che non hanno alcuna memoria storica. La comunicazione non necessariamente percorrerà la strada degli approcci esplicitamente xenofobi o razzisti. Più spesso, come osservato parlando di razzismo culturale, userà le formule retoriche del nazionalismo sovranista, esaltando l’identità nazionale e la difesa della sicurezza nazionale per ottenere lo stesso risultato. L’idea è di creare un enorme appoggio popolare a favore del contenimento dei flussi migratori. Gli slogan preferiranno ripetere continuamente i timori per l’invasione dei migranti, per la perdita dei valori nazionali, per la nostra sicurezza, in modo che questo diventi il contenuto costante dei messaggi trasmessi dai social media, dai giornali, dalle interviste televisive e dai talk-show, dai comizi e dai cortei.

(b)          La deformazione del contenuto dell’informazione

La sistematica disinformazione messa disposizione del grande pubblico è una necessaria componente di questa manipolazione, e usa vari espedienti per rendere difficile qualsiasi contro-informazione.  Spesso si usano “cifre” statistiche allarmanti (non importa se verificabili o fasulle), supponendo giustamente che i lettori non abbiano né il tempo, né la voglia, né i mezzi per verificarne l’esattezza o l’attendibilità. Una statistica esagerata incide sull’immaginazione collettiva più di un’analisi accurata. È difficile contrastarla, anche se una semplice riflessione quantitativa può contraddirla.[57] Per questo, i messaggi abuseranno dell’uso incontrollato di dati quantitativi, senza citarne la fonte, contando sulla scarsa probabilità che vengano condotte verifiche sulla loro attendibilità e autenticità.  L’accuratezza del messaggio non è importante. Nessuno si preoccuperà se le osservazioni comunicate siano superficiali, se la base cognitiva su cui si fondano sia fragile o distorta, né se verranno trascurate le conseguenze a medio o lungo periodo della propaganda distorta, pervenendo a risultati insostenibili. Non importa se gli incitamenti al respingimento degli immigranti produrranno solo uno spostamento fisico insignificante, se gli immigranti riappariranno altrove, si dilegueranno nel nulla, si nasconderanno nella folla e si disperderanno nel territorio nazionale. Ciò che conta è orientare l’informazione in una precisa direzione, anche a costo di travisare la realtà. Notizie sugli attraversamenti clandestini alla frontiera, sul numero degli sbarchi, sulla cattura di navi soccorso, sugli immigranti coinvolti nello spaccio di stupefacenti o sul numero di prostitute straniere sono utili anche se non sono verificabili o ricorrono a statistiche inesistenti. Manifestazioni di protesta saranno esaltate anche se sono pochi attivisti con megafoni a parteciparvi. Carovane di migranti dall’Honduras o dal confine algerino verranno descritte come invasioni di criminali, anche se riguardano famiglie con bambini in misere condizioni. L’importante è ribadire che il paese sta rischiando il sovraffollamento e che non c’è posto per altri immigranti.

(c)          La scelta del linguaggio

Non basta scegliere con cura il contenuto del messaggio ed il suo destinatario preferito. Dobbiamo usare un linguaggio adatto per una facile divulgazione e rapido assorbimento, con espressioni sintetiche e semplificate, traducibili in slogan propagandistici da ripetere su grande scala. La gente deve usare quelle espressioni in continuazione, e contagiarsi a vicenda. I messaggi, per essere efficaci, dovranno usare immagini telegrafiche che dipingono l’immigrazione come il risultato di una tratta di trafficanti di esseri umani, o come una invasione di briganti, o come un’operazione concordata da ONG internazionali in combutta con cricche criminali. Le ONG che soccorrono i naufraghi nel Mediterraneo saranno denominate “taxi del mare” (come d’altronde fatto da alcuni uomini politici), perché quella definizione esprime in tre parole una critica spietata, senza ricorrere a lunghe spiegazioni, statistiche noiose ed analisi elaborate. Dalla scelta del linguaggio dipende la capacità di diffusione dell’informazione e il suo impatto sull’immaginario collettivo di un pubblico ingenuo e impreparato, anche se i messaggi sono distorti. È un linguaggio che parla alla “pancia”, che la gente percepisce immediatamente, anche se risveglia gli istinti peggiori che si annidano in ciascuno di noi: l’odio razziale, la paura per chi non conosciamo, il desiderio di vendetta per chi ci fa un torto, la voglia di insultare il nostro possibile nemico e, qualche volta, l’istinto di voler “menar le mani”, incitando alla violenza. È un linguaggio che non invita a riflettere sui problemi, ma propone soluzioni rozze ed immediate: via da qui, tornate a casa vostra

(d)          La scelta delle modalità di comunicazione: creare le notizie

La manipolazione dell’informazione ricorre ad una grande varietà di modalità con cui comunicare.  In primo luogo, occorre generare occasioni sfruttabili per una comunicazione negativa sull’immigrazione, drammatizzandone il contenuto. E se le occasioni mancano, si creano. Si va dall’utilizzo della “piazza” per creare episodi da pubblicizzare attraverso i media all’uso sistematico dei social media e provocare notizie, o commentarle, o attaccare opinioni avverse. Ciò che conta è “creare la notizia”. La “piazza” può essere utile per cercare lo “scontro” e suscitare repulsione di fronte all’invasione barbarica degli immigranti. Si metteranno striscioni di protesta all’arrivo di pullman di immigranti o di rifugiati in piccole città o ai cancelli di un centro di accoglienza, con attivisti pronti a urlare slogan e proclami infuocati contro i malcapitati. Si saluterà lo smantellamento di accampamenti di profughi con espressioni di giubilo. Si manifesterà con forti rimostranze contro l’assegnazione di alloggi ad immigranti, denigrando gli eventuali beneficiari con urla al “furto” a danno dei senza-tetto nazionali. Vigilantes andranno alla frontiera per rafforzare la difesa dei confini, od opporsi ai soccorsi per gli immigranti o i rifugiati. Gli scontri fisici vanno cercati, perché fanno notizia e sono ottimi strumenti di propaganda. A iniziative di solidarietà occorre opporre reazioni scandalizzate, che mostrino una volontà plebiscitaria di rigetto: “il popolo non li vuole”. Si urlerà per la mancata distribuzione dei rifugiati arrivati in Italia o in Grecia in altri paesi europei, o perché i naufraghi soccorsi non sono stati portati indietro sulle coste africane o rispediti nel paese d’origine. Tutto questo creerà la notizia da diffondere a mezzo della stampa, con tweets e post su Facebook, e altri tradizionali mezzi di comunicazione di massa e manifestazioni pubbliche.  

(e)          L’amplificazione della comunicazione

Gli avversari dell’immigrazione non si accontentano di diffondere messaggi ostili agli immigranti, ma predispongono strategie comunicative tese a moltiplicare l’effetto informativo dei loro messaggi in modo esponenziale, così da raggiungere un pubblico di gran lunga più amplio di quanto ci si aspetterebbe in base alla dimensione quantitativa dei loro attivisti. I denigratori dell’immigrazione non sono poi così tanti sul piano numerico, sono una minoranza, così come sono una minoranza anche coloro che sostengono l’apertura delle frontiere, ma la forza dei primi consiste nel sapersi organizzare con manifestazioni ostili all’immigrazione, campagne di propaganda, e ancor con un utilizzo sistematico dei mezzi di comunicazione in modo da raggiungere il grande pubblico, la maggioranza silenziosa, che rappresenta un terreno vergine da conquistare, grazie all’uso di metodologie comunicative tanto subdole quanto efficaci. Il loro intento è quello di allargare la claque, rendendola sempre più chiassosa, dando l’impressione che ci sia un consenso sociale ostile all’immigrazione. Per ottenere questo effetto amplificato, la manipolazione dell’informazione conta su questi fattori cruciali:

(i)   Un volume crescente di persone oggigiorno apprende le notizie non dalla grande stampa o dai telegiornali, ma da apps e dati web che appaiono sullo smart-phone, sul tablet o sul laptop anche senza averli richiesti. Sono messaggi trasmessi su social media come Facebook, Apple News, Microsoft, Google, Twitter, WhatsApp, Instagram e You Tube, tanto per citare i più noti. Questi non sono mezzi di informazione come la stampa, telegiornali o la radio, ma meccanismi tecnologici che “vendono” l’accesso all’informazione (non verificata) concepito come spazio pubblicitario. 

(ii)   L’accesso a quei messaggi è manipolato dall’uso di algoritmi usati dai social media, che estraggono dati sulle preferenze dei loro utenti in base alla storia delle loro ricerche informatiche, che ne riflettono la psicologia, dati venduti come qualsiasi spazio pubblicitario.

(iii) Ciò permette di orientare la diffusione di informazioni e messaggi in base agli orientamenti personali contenuti in queste banche, che segnalano preferenze tematiche sistematicamente strumentalizzate attraverso l’uso di complessi algoritmi informatici. Questi espedienti permettono l’invio di messaggi a destinatari predeterminati per massimizzarne l’effetto, con un martellamento di stimoli volti a influenzarne le opinioni. I manipolatori della comunicazione avranno già modellato il contenuto dei loro messaggi, ma la loro divulgazione utilizzerà corridoi preferenziali sfruttando le conoscenze acquisite dalle banche dati sull’uso informatico degli utenti. Questa comunicazione si nasconde dietro motori di ricerca che danno un’apparenza di neutralità e di autenticità, ma i motori di ricerca o le varie apps utilizzate dagli utenti della rete “non rispondono” dei contenuti dell’informazione divulgata, diversamente da giornali, agenzie di stampa e telegiornali, che sono civilmente e a volte anche penalmente tenuti a rispondere della verità dei fatti riportati ai loro lettori o ascoltatori.[58] Un utente di Facebook, di Tweester, della posta elettronica, o di qualsiasi motore di ricerca, riceve ogni giorno, oltre ai post o ai messaggi dei suoi contatti, una quantità incredibile di informazioni non richieste proposte alla sua lettura in base alle sue presunte preferenze. Anche i giornali o i canali televisivi fanno amplio uso di questi canali di comunicazione, visto il calo delle vendite dei giornali stampati, ed il numero ridotto di abbonamenti on line, essendo spesso la rete l’unico modo per raggiungere il lettore o l’ascoltatore distratto.[59] Ma molti post o notizie ricevute sono promozionali, a pagamento o scaturite da interventi esterni che hanno solo uno scopo propagandistico. L’utente può decidere di non leggerli, ma essi continueranno ad apparire, magari con un nuovo nome, ed il martellamento sarà continuo. Si aggiungeranno fonti nuove che non avremmo mai pensato di consultare o sospettato che esistessero. Alcune fonti sono di origine completamente sconosciuta. Altre sono sospette. Ecco come ci arriva una varietà di notizie che non avremmo mai immaginato, anche senza sollecitarle. Inevitabilmente, molte sono le fake news, le notizie false. 

(iv)  La strategia della manipolazione della comunicazione in generale, e quella ostile all’immigrazione in particolare, sceglierà di convogliare un grande volume di messaggi camuffati come notizie allarmanti, presentate in brevi annunci, poco più di un titolo da giornale, pochi caratteri o poche righe, eventualmente suffragati da succinti commenti a forte contenuto polemico. Questi messaggi includono anche reazioni automatiche avverse a eventuali opinioni favorevoli all’immigrazione apparse nei social media, reazioni che verranno esaltate e inserite come un vero fuoco di sbarramento, in modo da generare artificiosamente un grido diffuso di biasimo verso posizioni aperturistiche sull’immigrazione. I messaggi dovranno essere numerosi e frequenti, anche se il contenuto dell’informazione è di scarsa qualità. L’intento primario è incidere sulle “percezioni” degli individui, per plasmarne la psicologia sociale, intensificare i pregiudizi contro gli immigranti, anche a costo di distorcere la verità, e produrre notizie non vagliate né verificabili.

 (vi)  La manipolazione dell’informazione non si limita a ripetere slogan distorti per raggiungere il grande pubblico, ma ne amplifica la diffusione in modo esplosivo. Scandali clamorosi come quello di Cambridge Analytica[60] hanno messo in evidenza che, attraverso l’uso di metodi subdoli e sofisticati,[61] è possibile produrre in modo pressocché automatico un effetto moltiplicativo di messaggi ostili anche nel settore dell’immigrazione attraverso i social media, amplificandone a dismisura l’impatto. Su di una popolazione mondiale di più di 7 miliardi di persone, si stima che esistano diversi milioni se non miliardi di usuari dell’Internet, il cui accesso è in teoria libero. Attraverso il fenomeno del trolling – cioè il tentativo di interferire nei messaggi dei social media, con commenti accesi e infuocati allo scopo di accentuare polemiche, acuire controversie, favorire attacchi e moltiplicare espressioni di completa condanna su certe materie in discussione – è possibile usare la rete informatica come una piattaforma operativa ideale per manipolare l’opinione pubblica al fine di ostacolare l’immigrazione, creando caos, dissidenza o confusione.  Molti di noi hanno potuto constatare che, dopo aver letto un post di un nostro commentatore preferito su Facebook o Twister che si esprima a favore degli immigranti, immediatamente seguono una quantità di reazioni esplosive, a volte violente e volgari, che piovono a valanga. Alcune di queste reazioni sono spontaneamente prodotte da singoli individui, ma più spesso sono artificiosamente programmate con algoritmi informatici che producono automaticamente reazioni a catena, generate da conti fittizi e nomi di fantasia di usuari immaginari, che producono una duplicazione di reazioni aggressive nei confronti di certe notizie o certi opinionisti, dando visibilità inaudita alle posizioni sfavorevoli agli immigranti. Con gli stessi automatismi, queste reazioni possono essere condivise (shared) in nuovi post, raggiungendo migliaia di utenti che non erano coinvolti nel dialogo iniziale. Gli stessi meccanismi sono usati per diffondere notizie non verificate, utilizzando modi fittizi per moltiplicarne la diffusione, “condivise” a catena amplificata, utilizzando in modo molto scientifico algoritmi informatici che garantiscono la più vasta copertura numerica, e distribuite su canali studiati in base alle preferenze degli utenti espresse nelle banche dati disponibili sul mercato informatico, raggiungendo destinatari prescelti per la loro permeabilità all’informazione ostile all’immigrazione.

Parlare di orientamento medio dell’opinione pubblica sull’immigrazione è perciò difficile senza tener conto delle interferenze amplificate artificiosamente da chi vuole manipolarla per fini di parte. Solo così si può spiegare la diffusione abnorme di posizioni fortemente ostili agli immigranti, sproporzionate rispetto alla dimensione numerica dei gruppi estremisti che le sostengono.[62]

7. Le implicazioni per gli orientamenti politici

Quando questa manipolazione della comunicazione di massa è condotta in modo sistematico e su vasta scala, riesce a far presa su larghi strati dell’opinione pubblica, incluse persone non allineate, i ben pensanti che non hanno particolari prevenzioni aprioristiche, ma che alla fine cominceranno a maturare dubbi sull’accoglienza degli immigranti, dopo esser stati bersagliati da una massiccia informazione che continuamente mette in risalto gli aspetti negativi dell’immigrazione. I ben pensanti forse si asterranno dall’uso del linguaggio esagerato e violento dei sovranisti, limitandosi a sostenere che gli immigranti sono troppi, che non possiamo accettarli tutti, che occorre garantire il rispetto delle leggi, che dobbiamo garantire il rispetto dell’ordine pubblico.  Accetteranno in qualche modo anche la criminalizzazione degli immigranti irregolari (“dopo tutto hanno infranto la legge entrando in modo fraudolento”). Sono questi gruppi “moderati”, potenziali rappresentanti di una maggioranza silenziosa, ad essere particolarmente vulnerabili alle influenze esterne. La loro scarsa conoscenza dei fenomeni migratori li rende un bersaglio ideale, ricettori acritici d’informazione distorta, divenendo facilmente scettici o timorosi.

La diffusione di questi atteggiamenti incide particolarmente sugli orientamenti della politica. Il tema migratorio è centrale per la destra sovranista, che ne fa il fulcro della sua propaganda elettorale, impegnata ad additare in continuazione i danni provocati dall’arrivo di immigranti sull’occupazione, sulla sicurezza nazionale, sull’ambiente e sull’identità nazionale, ribadendo, mentre manipola la comunicazione di massa con cliché, l’importanza vitale di contenere l’immigrazione per difendere i confini nazionali, per combattere il terrorismo, il traffico della droga e la criminalità organizzata. A questi si aggiungano organizzazioni para-partitiche di estrema destra, spesso non rappresentate negli organi legislativi o incapaci di avere sufficiente seguito elettorale per avere delegati nelle assemblee legislative, ma che appoggiano le posizioni sovraniste in modo molto esplicito. Dal lato opposto, ci sono i partiti e movimenti progressisti, esplicitamente a favore dell’immigrazione, che adottano line programmatiche e ideali basati su valori quali la difesa dei diritti umani e delle minoranze, includendo fra queste le masse di immigranti provenienti dal sud del mondo.

Ma la gran parte dei partiti e dei movimenti politici hanno posizioni intermedie, in cui il tema migratorio non è centrale.[63] Eppure, quando si presenteranno alle urne, dovranno confrontarsi con gli umori di un elettorato che è stato esposto alla massiccia manipolazione informativa sull’immigrazione. Diversamente dai gruppi di estrema destra che sono i principali artefici di quella manipolazione, le loro posizioni politiche più tiepide e moderate non strumentalizzeranno i mezzi di comunicazione di massa per respingere l’immigrazione, ma semmai sarà vero proprio il contrario: sarà l’opinione pubblica prevalente, risultante dalla manipolazione esercitata da forze apertamente ostili agli immigranti, che ne influenzerà gli orientamenti, generando linee politiche ambigue che riflettono la loro apprensione per non perdere consensi elettorali.  Per questo, anche questi movimenti e partiti politici, pur se non impegnati a ostacolare apertamente l’ammissione degli immigranti, saranno alla fine costretti a tener conto delle sensibilità dei loro potenziali elettori, assumendo posizioni che, in un senso o nell’altro, esprimeranno “prudenza” sul tema migratorio, evitando posizioni coraggiose di apertura all’immigrazione, perché non si possono permettere il rischio di perdere voti preziosi. Essi sono consapevoli che i loro elettori sono vulnerabili ai pregiudizi ostili agli immigranti, e non tenerne conto sarebbe un “suicidio politico”.

La conseguenza di questa situazione è duplice. Da un lato, la non centralità del tema migratorio per molti gruppi politici tiepidi favorirà l’omissione di una esplicita politica migratoria nella loro piattaforma elettorale.  Per questo l’immigrazione non è un tema favorito nelle campagne elettorali dei partiti moderati e molti politici prudenti eviteranno di parlarne, forse per imbarazzo, per non esser confusi con i sovranisti, ma allo stesso tempo per non essere presi per simpatizzanti degli immigranti, perché questo farebbe perdere i voti dei ben pensanti scettici sull’immigrazione. Anche i partiti disposti ad assumere posizioni aperturistiche sull’immigrazione, preferiscono spesso non parlarne troppo. È un tema che fa perder voti fra le frange di elettori che sono sensibili alla propaganda anti-migratoria e che, magari, su altri punti programmatici sono simpatizzanti del partito. Non si può perdere un voto solo per aver parlato troppo d’immigrazione! C’è il rischio che l’elettore medio e impreparato passi al fronte anti-migratorio di altri partiti. È così che l’immigrazione divenga il grande omissis tematico delle campagne elettorali. Meno se ne parla e meglio è, è il consiglio di molti opinionisti politici realisti e di consulenti elettorali.

Dall’altro lato, quelle stesse forze politiche dovranno adottare linee politiche che le proteggano dagli attacchi dei sovranisti, che potrebbero vedere in quelle omissioni punti deboli delle linee programmatiche dei loro rivali. Per difendersi, i partiti tiepidi includeranno punti programmatici che li proteggono da quegli attacchi insidiosi, ricorrendo a espedienti quali il riferimento alla necessità di porre “paletti” alle misure di apertura verso gli immigranti e i rifugiati, suggerendo “cautela” in materia migratoria, non cedendo al permissivismo a favore degli immigranti irregolari. Questi partiti tiepidi non arriveranno alle posizioni estreme dei sovranisti che sbandierano ad oltranza la difesa dell’identità nazionale come leitmotiv delle loro campagne, anche perché sposare quelle tesi significherebbe fare un salto culturale che i partiti tiepidi non sono disposti ad accettare. Eviteranno di chiedere espulsioni di massa o interventi armati al confine, ma dovranno dimostrare allo stesso tempo di non essere troppo tolleranti.  Useranno strategie politicamente corrette, quali la difesa della sovranità nazionale, principio ritenuto (a volte in modo ambiguo) come assoluto e inattaccabile (la sovranità nazionale non si tocca, è come la bandiera), anche se strumentalizzata per ribadire la centralità della sicurezza nazionale, concetto a sua volta abusato per nascondere politiche di contenimento. Raccomanderanno il rafforzamento dei controlli alle frontiere, la limitazione della concessione dei visti regolari e dei permessi di soggiorno al fine di tener fuori terroristi e criminali, la protezione della legalità, il mantenimento dell’ordine pubblico, la tutela della “decenza” nelle strade e nei quartieri. Si tratta di obiettivi considerati irrinunciabili e politicamente corretti, che permettono di contenere l’immigrazione nell’ambito della politica della sicurezza, senza avere l’etichetta violenta dei sovranisti. I risultati finali si assomigliano, senza usare i rimedi estremi. Tuttavia, la posizione dei partiti tiepidi sarà mitigata da qualche riferimento umanitario all’assistenza ai rifugiati, per non confondersi con i sovranisti. Mostreranno una “faccia umana” ribadendo il rispetto formale delle convenzioni internazionali come quella di Ginevra sui rifugiati, assicurando soccorsi ai naufraghi e misure di assistenza di emergenza ai rifugiati e agli immigranti in pericolo di vita, senza tuttavia impegnarsi troppo sull’accoglienza, e accompagneranno l’assistenza umanitaria con la detenzione degli immigranti irregolari e massicci espatri obbligatori.  Difenderanno a tutti i costi la rigida distinzione tra migranti economici e rifugiati, in modo da massimizzare i primi e minimizzare i secondi. Ma le misure umanitarie saranno sostanzialmente dei palliativi, una nota di ipocrisia, per coprire una politica sostanzialmente repressiva.

Questo è l’atteggiamento della maggioranza delle forze politiche in molti paesi europei,[64] ove l’intensificazione degli atteggiamenti ostili agli immigranti nell’opinione pubblica ha prodotto un impatto su molti governi moderati ma anche su alcuni governi di centro-sinistra,[65] influenzandone le politiche migratorie, favorendo un ibrido di politiche di respingimento, di assistenza umanitaria e di accoglienza. È così che la manipolazione dell’informazione pubblica in funzione anti-migratoria ha esercitato il suo impatto sulle politiche prevalenti in materia migratoria, anche sulle politiche dei governi che sono apparentemente favorevoli all’immigrazione.  Le preoccupazioni elettorali non si possono dimenticare. Lo abbiamo riscontrato in Italia anche quando non era il centro-destra al governo, e negli orientamenti della Commissione dell’Unione Europea.[66] È questo il motivo per cui molte socialdemocrazie europee sono reticenti ad abbracciare una politica di accoglienza “senza se e senza ma”. È la ragione dei grandi dissidi all’interno della CDU tedesca tra Angela Merkel e Horst Lorenz Seehofer sui rifugiati siriani. È la preoccupazione dei socialdemocratici danesi, che hanno vinto le elezioni contro una destra minacciosa, anche grazie ad un programma elettorale fortemente critico nei confronti dell’immigrazione.

Negli Stati Uniti, l’influenza della manipolazione della comunicazione in materia migratoria è enorme sul partito repubblicano e minore sul partito democratico, anche se quest’ultimo non è immune da scrupoli elettorali quando si parla di problematica migratoria. D’altronde, anche durante la presidenza Obama – nonostante le notevoli aperture verso i dreamers[67]  e le proposte avanzate al Congresso per una riforma dell’immigrazione e l’individuazione di un percorso legislativo per concedere la cittadinanza agli immigranti irregolari – l’amministrazione Obama non poté esimersi dall’applicare leggi fortemente anti-immigranti ereditate dal passato, intensificando le espulsioni di migranti irregolari, che risultarono più frequenti rispetto all’amministrazione di George W. Bush.[68] Al tempo stesso, nello stesso partito democratico americano esistono posizioni ambigue in materia migratoria, anche se la linea ufficiale è a favore di una riforma del sistema migratorio che permetta la regolarizzazione degli immigranti “non-documentati”. Diverse, però, sono le opinioni all’interno del partito sulla decriminalizzazione del reato di immigrazione clandestina e sulla protezione della frontiera meridionale del paese, mostrando che certi quadri del partito sono sensibili a settori dell’elettorato democratico che non accettano la politica delle porte aperte senza se e senza ma. La difesa tradizionale dei confini territoriali rimane un tabù che non si può toccare. D’altronde, nessun politico, in qualsiasi paese occidentale, vuole rinunciare alla difesa dei confini territoriali, che è un principio indiscusso, e la difesa dei confini si presta a molte ambiguità.

Di fronte al diverso ruolo delle forze sovraniste rispetto ai politici tiepidi in materia migratoria nella manipolazione della comunicazione di massa, si potrebbe dubitare che le politiche portate da questi ultimi esercitino alcuna influenza sugli orientamenti psicologici dei residenti. Ma tutto ciò non è corretto.  Anche se il loro ruolo nella manipolazione della comunicazione è solo indiretto, non è neutrale, perché la diffusione di posizioni ambigue e timide sull’immigrazione non solo tollera ma permette la perpetuazione di luoghi comuni e di messaggi distorti sulla natura del fenomeno migratorio, giustificandone un’interpretazione concentrata sulla difesa di interessi nazionali e sulla protezione dei confini, trascurando dimensioni come la difesa dei diritti umani, facendo così da cassa di risonanza alle stesse manipolazioni dell’estrema destra, pur adottando toni più attenuati.

Questa reticenza ad aprirsi all’immigrazione, condivisa da tante forze politiche non allineate, contrasta con quanto avveniva in passato, quando molti governi, sia a guida liberale o moderatamente progressista ma anche governi conservatori, incoraggiavano politiche aperte all’immigrazione, consapevoli dei benefici che avrebbe apportato alle economie nazionali.[69] Perché assistiamo a questa inversione di tendenza?  La risposta sta, a mio parere, nella crisi di identità del mondo occidentale nell’attuale fase di sviluppo post-industriale, crisi che ha portato alla sostituzione delle certezze di una crescita senza limiti che creò l’illusione di inarrestabili “miracoli economici”, capaci di assorbire volumi elevati di lavoratori stranieri, con l’insicurezza e il timore di aver raggiunto un limite allo sviluppo. Si tratta di un limite non solo ambientale o cosmico, ma legato alle frequenti crisi finanziarie che hanno impedito di mantenere ritmi sostenuti di crescita. Prima ancora della crisi del COVID-19, che si tradurrà in una grave depressione mondiale (sto scrivendo nell’aprile del 2020), le disuguaglianze prodotte dai postumi della crisi economica del 2008, le pressioni protezionistiche dell’amministrazione Trump, la crisi dell’economia cinese e quella russa, le contraddizioni dell’economia europea, – tanto per citare alcuni focolari di crisi – prefigurano un puzzle che giustifica sfiducia e di incertezza.

Ne consegue un sostanziale dubbio sulla capacità di assorbire volumi elevati di masse lavoratrici, sia nazionali che straniere, visto l’aumento dell’occupazione precaria, del lavoro a tempo parziale e a salari modesti, che non favorisce l’impiego di lavoratori stranieri. Il clima d’incertezza si combina con l’invecchiamento della popolazione in molti paesi di antica industrializzazione, con conseguenti squilibri economici e finanziari. Ciò scoraggia l’apertura ai flussi migratori per sostenere la crescita. A questo si aggiungano le preoccupazioni delle forze politiche, che riflettono questa incertezza generale espressa negli umori dell’elettorato, che adotteranno ottiche di breve periodo anziché perseguire obiettivi di grande respiro e si sentiranno intrappolate nelle contraddizioni di compagini partitiche, governative e legislative sempre più instabili che stentano a generare maggioranze robuste e durature. La politica, incapace di controllare le dinamiche economiche e sociali, contribuirà a questa incertezza e la gente comune diffiderà in misura crescente dei meccanismi politici,[70] esprimendo insoddisfazione per l’establishment, criticando indiscriminatamente la classe politica, attaccando i sistemi partitici tradizionali, mentre nuovi partiti e movimenti politici emergono (ma stenteranno a consolidarsi). 

È in questo contesto dominato dall’incertezza che le forze politiche preferiscono adottare strategie migratorie che non si scontrino contro le sensibilità di un’opinione pubblica sconcertata da questi timori.  Ciò spiega il sorgere dei movimenti populisti, ma ancor più il successo elettorale e di opinione di movimenti estremisti e partiti della destra sovranista un po’ ovunque, espressione della linea dura contro l’immigrazione. Sono quei movimenti ad essere particolarmente impegnati a garantire che il grande pubblico si allinei su posizioni sempre più scettiche e ostili sull’immigrazione.[71]

8. Percezioni e orientamenti politici: il caso dell’Italia

Quanto osservato finora vale anche per l’Italia, ove il panorama politico si è evoluto negli ultimi decenni con sconvolgimenti che hanno travolto i partiti tradizionali.  Mentre le coalizioni di centro-sinistra della prima repubblica (fino al 1994) avevano mostrato aperture verso l’immigrazione, che si stava intensificando negli ultimi anni, fu il centro-destra, con l’ingresso di Silvio Berlusconi nella scena politica, che portò ad un’inversione di tendenza, con l’appoggio dell’allora Lega del Nord, e con l’adozione della riforma Bossi-Fini del 2002 e la criminalizzazione dell’immigrazione clandestina. Pur con alterne vicende tra i vari governi a guida del centro-destra e quelli del centro-sinistra, con la presenza anche di un paio di governi tecnici, si consolidò la preoccupazione per l’arrivo crescente dei migranti. I governi del centro-destra contribuirono notevolmente a questa tendenza, ma anche gli altri governi non furono immuni da questa tendenza,[72] probabilmente influenzati anche dalla preoccupazione di non perdere consensi. 

L’evoluzione dello scenario politico italiano di questi ultimi anni ha portato ad un’ulteriore rivoluzione con la sostituzione del bipolarismo con un trilateralismo, a seguito dell’avvento nel 2014 del Movimento Cinque Stelle (M5S) come forza politica chiave, che tuttavia ha dato luogo a due diverse coalizioni governative di segno opposto, con profonde implicazioni per la politica migratoria. La prima coalizione, primo governo Conte (dal giugno 2018), vide l’alleanza tra M5S e la rinnovata Lega di Matteo Salvini, espressione della destra sovranista, con l’appoggio esterno di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni.[73]  Quella coalizione fu dominata dalla politica migratoria di Matteo Salvini, anticipata nella Parte V,[74] che esercitò un’influenza profonda sull’opinione pubblica italiana nella direzione ostile agli immigranti.

La stretta di vite di Matteo Salvini

Come ministro dell’interno e vice-presidente del Consiglio dei Ministri dal 1 giugno 2018 fino alla fine di agosto 2019, Matteo Salvini ha cercato di ridurre in misura sostanziale i flussi di immigranti irregolari, plasmando la politica migratoria del primo governo Conte e la sua legislazione in materia, con due decreti sicurezza e una serie di decisioni esecutive, che hanno portato a  scontri diplomatici con la Tunisia (accusata di mandare solamente criminali come immigranti), con la Francia, la Spagna ed altri paesi europei (per l’accoglienza dei profughi provenienti dal nord Africa). Fu Salvini che portò alla chiusura dei porti italiani alle navi soccorso che portavano naufraghi sulle nostre coste, causando scontri come quelli dell’Aquarius di Médecins Sans Frontières e SOS Méditerranée, della motovedetta Diciotti della Marina Militare, e della tedesca Sea Watch 3.[75]  Le iniziative di Salvini hanno esercitato una pressione enorme sull’opinione pubblica, fomentando avversione verso gli immigranti. Significativa è stata la sua azione contro le popolazioni Rom, additate come nemici della comunità nazionale, con l’intento di espellerle dal territorio italiano, nonostante che molti Rom siano cittadini italiani, e altri beneficino provengono da altri stati dell’Unione Europea.

I due decreti sicurezza hanno prodotto un effetto protratto nel tempo (il secondo governo Conte non è stato molto sollecito nel sostituirli). Il primo decreto[76] ha riformato il diritto d’asilo[77] e la normativa sulla cittadinanza,[78] rendendo più arduo richiedere asilo, riducendo l’assistenza a favore degli immigranti. La durata massima del trattenimento degli immigranti nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) è stata allungata per incoraggiarne il rimpatrio. I richiedenti asilo dovranno espletare le procedure per la richiesta prima di attraversare il confine, o in hotspot. I rimpatri volontari sono incoraggiati. La revoca della protezione internazionale e dello status di rifugiato è accelerata nel caso di comportamenti criminali, anche se il procedimento penale è ancora in corso. Il sistema di accoglienza previsto dallo SPRAR è stato ridimensionato e non sarà più accessibile a chi ha solo permessi speciali di soggiorno, ma sarà riservato a chi gode di protezione internazionale e ai minori non accompagnati.[79] Il decreto sicurezza bis[80] ha previsto il rafforzamento del potere del ministero dell’interno per limitare o vietare l’ingresso, il transito o la sosta di navi nelle acque territoriali del paese, limitando così l’accesso di navi impegnate in operazioni di soccorso ai porti italiani e imponendo gravose sanzioni pecuniarie e penali ai comandanti delle navi che infrangano questi divieti, oltre a prevedere la confisca amministrativa dei navigli con sequestro cautelare. [81]

La coalizione governativa che seguì, nel settembre 2019, vide di nuovo Giuseppe Conte come Presidente del Consiglio e poté contare ancora sul contributo centrale del M5S, ma le forze sovraniste furono sostituite dal PD di Zingaretti e da LEU (e successivamente da Italia Viva, quando quest’ultimo partito fu creato). Il cambio governativo e le sue implicazioni per la politica migratoria furono complicate dal fatto che il M5S era stato un alleato centrale a sostegno delle linee stabilite da Salvini in funzione anti-immigranti. Eppure, quel movimento, per sua natura fondamentalmente populista, avrebbe potuto esprimere anche posizioni completamente diverse in materia migratoria. Difatti, l’attuale Presidente della Camera Roberto Fico, leader di minoranza del M5S, ha sempre mostrato particolare attenzione ai problemi dell’immigrazione e dei rifugiati. Tuttavia, questa non è la posizione della maggioranza di quel movimento, [82] che ha mostrato posizioni molto ambigue in materia migratoria, tanto che quando divenne alleato di Salvini, non ebbe problemi a svolgere il ruolo di complice silenzioso della politica migratoria dell’allora ministro dell’interno, appoggiandone le decisioni esecutive e approvando i due decreti sicurezza che portarono alla chiusura dei porti italiani alle navi di soccorso fino al primo semestre del 2019.  Ma anche nel secondo governo Conte, nonostante l’alleanza con il PD, molti esponenti del M5S mostrarono reticenze a cancellare immediatamente quei decreti sicurezza (come richiesto dal PD), nonostante le proteste di Roberto Fico.  Probabilmente le nuove condizioni politiche della nuova coalizione favoriranno un ripensamento del M5S in questa materia, ma queste reticenze dimostrano che il M5S resta condizionato dalle percezioni dell’opinione pubblica avverse all’immigrazione.

Ma la preoccupazione per le tendenze dell’elettorato non interessa solo il M5S. Anche alcuni settori progressisti della politica italiana, come in altri paesi, si mostrano prudenti o persino reticenti in materia migratoria, esprimendo dubbi su possibili aperture, timorosi addirittura di menzionare, a volte, la parola “accoglienza” per non perdere consensi elettorali. C’è il sospetto che dietro certe richieste di revisione critica dell’approccio migratorio espresse da alcuni esponenti politici della tradizionale sinistra, che lamentano difficoltà di dialogo con i ceti più disagiati e suggeriscono il “ritorno nelle periferie”, si nascondano preoccupazioni di non urtare le sensibilità popolari di certe periferie, spesso elettori dei ceti meno abbienti, che vedono gli immigranti irregolari come avversari. Per ristabilire il dialogo con quell’elettorato con cui si era interrotto un rapporto di reciproca fiducia, si pensa a volte di percorrere la scorciatoia di indulgere sui pregiudizi anti-immigranti che li possano aver raggiunti in questi ultimi anni. È così che si cominciano a sentire alcuni esponenti del PD e di Italia Viva, o di altre formazioni centriste, sostenere che ci sono misure più urgenti da prendere prima di occuparsi d’immigrazione, e che le riforme dell’immigrazione possono attendere, nascondendo dietro queste timidezze un modo subdolo di frenare l’apertura agli immigranti. Sono queste le contraddizioni che abbiamo trovato, nel corso degli ultimi venti anni anche nelle posizioni adottate dai vari governi di centro-sinistra e dei governi tecnici di Dini e di Monti, che – pur se aperti sulle linee generali della politica migratoria – oscillarono sempre tra accoglienza e contenimento. Il secondo governo Conte sembra seguire, per lo meno nella sua fase iniziale, la stessa tendenza, anche se ci sono segnali di sostanziale miglioramento.  Sono le stesse contraddizioni che trovammo negli ultimi due governi a guida PD, prima delle elezioni del marzo 2018. Sintomatici furono i profondi contrasti interni al PD (ad esempio con il presidente del PD Matteo Orfini) sulla politica migratoria seguita dal ministro dell’interno Minniti ai tempi del governo Gentiloni specialmente sui soccorsi marittimi, sul rapporto con le ONG, sui sostegni alla guardia costiera libica e ai campi di detenzione in Libia, e sui rimpatri obbligatori, anche se non mancò la sperimentazione di forme innovative di accoglienza come i corridoi umanitari (lanciati dallo stesso Minniti) e il sostegno allo SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), e tentativi di dialogo con le ONG operanti in interventi di soccorso in mare, nonostante le polemiche di quel periodo.[83]

Troviamo di nuovo quelle ambiguità anche in opinioni che, per altro verso, vengono considerate di grande apertura politica. In un commento editoriale di Stefano Folli, apparso su La Repubblica il 24 giugno 2019, si legge: “Non si deve inseguire il ‘salvinismo’ sulla via dei porti chiusi, ma non ci si può nemmeno consegnare alla linea dell’accoglienza indiscriminata. Si tratta invece di stroncare tutti i canali illegali che favoriscono la clandestinità e promuovere l’apertura di passaggi leciti e controllati”. Dietro l’apparente accettabilità di quest’affermazione, che difende le posizioni del ex ministro Minniti, allora entrato in polemica con Salvini, scorgiamo la preoccupazione che posizioni troppo aperturiste apparse nel “nuovo” PD di Zingaretti possano nascondere il rischio di perdere “le simpatie della base elettorale”. Questa impostazione prudente sembra suggerire di non lasciare alle destre il dialogo per il consenso elettorale perduto nelle grandi città, evitando di favorire l’accoglienza indiscriminata, che rischia di relegare il PD ad un ruolo minoritario.  Stefano Folli non ignora le polemiche passate sugli accordi discutibili di Minniti con le tribù libiche che gestiscono i centri di detenzione e l’apparente cinismo delle sue scelte,[84] ma il riferimento alle lezioni apprese dalla socialdemocrazia danese fatto nell’articolo di Folli confermano che la preoccupazione del giornalista di perseguire il consenso elettorale di coloro che non accetterebbero volentieri un’apertura incondizionata agli immigranti irregolari.

Al momento in cui sto scrivendo queste righe (aprile 2020), sotto lo shock prodotto dalla pandemia del COVID-19 che ha colpito il mondo intero e l’Italia in particolare, l’opinione pubblica ha perso qualsiasi interesse per le polemiche della politica migratoria per concentrarsi sulla rivoluzione sociale e personale provocata dalla crisi sanitaria. Lamentarsi dei danni dell’immigrazione non ha più tanto senso in questi giorni. Il dibattito sui rapporti tra l’Italia e l’Unione Europea non riguarda più l’accoglienza dei naufraghi soccorsi nel Mediterraneo, ma il sostegno agli squilibri economici e finanziari enormi causati dall’emergenza sanitaria. D'altronde, qualcosa si sta muovendo anche sul fronte dell’immigrazione con il secondo governo Conte, anche se a rilento, e si potrebbe pensare che ci sia una evoluzione dell’opinione pubblica (si veda al riguardo la sezione 9). È l’atteggiamento psicologico dei residenti verso gli immigranti all’improvviso cambiato? Non sono molto sicuro. Ma di certo la nostra realtà quotidiana è profondamente diversa. In primo luogo, nessuno viaggia più. Turisti, uomini d’affari, studenti Erasmo, ma anche chi si muove in ambito locale, sono tutti a casa, neanche per la gita domenicale. Solo i barconi degli immigranti continuano ad arrivare sulle spiagge, anche se continuano le polemiche,[85] ma i media non ne parlano molto.  I residenti hanno ben altro di cui occuparsi. Nessuno presta molta attenzione ai nuovi arrivi di immigranti. La manipolazione della comunicazione di massa in materia migratoria ha avuto una battuta d’arresto, anche se solo in via temporanea.

Ma nel contesto di questa crisi sanitaria ci sono aspetti che riguardano l’immigrazione.[86] Gli immigranti irregolari che risiedono nei centri di detenzione, in Italia come altrove, non riescono ad applicare le regole di isolamento richieste per contenere il contagio con il COVID-19, e non dispongono di adeguata assistenza sanitaria.[87] Sono soggetti ad alto rischio. Quelli che non stanno in quei centri e non hanno regolare alloggio, non riescono ad applicare le regole di isolamento richieste, in assenza di una residenza. E gli immigranti che dispongono di un alloggio sono socialmente molto fragili, non disponendo spesso di un reddito di sussistenza e di assistenza sanitaria, costretti a cercare lavoro per sopravvivere, con occupazioni di emergenza (ad es. consegna a domicilio di approvvigionamenti alimentari).  Gli immigranti, specialmente gli irregolari, sono pertanto a particolare rischio di contagio.

Poiché la preoccupazione primaria di questo periodo di pandemia è come limitare la diffusione del COVID-19, si pongono le premesse per un insospettato vincolo tra tutti coloro che si sentono assediati da questo pericolo comune, con la consapevolezza che o ci salviamo tutti o continueremo a rischiare di morire.  Ciò genera un “altruismo interessato”,[88] in cui l’assistenza agli immigranti, compresi i naufraghi raccolti in mare, non è che un modo di prendersi cura della pubblica salute, a vantaggio di tutti. Se gli immigranti non sono protetti dal virus, nessuno è protetto. L’opinione pubblica sta scoprendo la necessità di esprimere solidarietà verso gli immigranti non per un altruismo autentico, ma per salvaguardare la propria sopravvivenza. Come in Portogallo il governo del socialista Antonio Costa ha regolarizzato tutti gli immigranti irregolari di fronte all’emergenza del Coronavirus, si sta prospettando questa soluzione anche in Italia, come proposto da Tito Boeri e lo stesso Marco Minniti su La Repubblica rispettivamente del 16 e del 17 aprile 2020,[89] anche se per ora si parla soltanto di provvedimenti limitati ad alcune fasce (poche centinaia di migliaia di lavoratori stranieri impiegati nell’agricoltura, all’improvviso riconosciuti come indispensabili per i nostri approvvigionamenti alimentari). Proposte di questo genere sono state possibili soltanto perché la percezione pubblica degli immigranti all’improvviso ha accantonato, per il momento, l’immagine del pericolo proveniente dall’immigrazione, perché il pericolo più grande è un altro, meno visibile: il virus. Ma non bisogna farsi illusioni: questa è una semplice interruzione di una tendenza. Non abbiamo motivo di ritenere che i meccanismi manipolatori dell’opinione pubblica contro l’immigrazione non si rimetteranno in moto di nuovo, una volta superata l’emergenza sanitaria. Il sovranismo non è scomparso con il COVID-19, si è solo camuffato dietro le pareti domestiche in cui ciascuno è costretto a vivere per qualche settimana (o mese). Il populismo non si è assopito, ma potrebbe addirittura aumentare la sua influenza durante la delicata “seconda” fase della crisi sanitaria, di fronte alle difficoltà a riattivare l’economia.

9. Cultura dell’odio e cultura dell’ospitalità a confronto: una sfida

         * Dalla cultura della paura alla ricerca di un “nemico” da odiare

Prescindendo per il momento dallo shock traumatico della crisi del COVID-19 e le sue possibili ripercussioni, torniamo al quadro generale degli atteggiamenti dell’opinione pubblica nei confronti degli immigranti. Abbiamo visto nelle pagine precedenti che l’avversione e la diffidenza verso l’immigrante, alimentata da enormi pressioni esterne, ha favorito una involuzione della nostra cultura, incoraggiando un campanilismo culturale esasperato da pregiudizi e preconcetti di ogni genere. Barriere sempre più alte sono state erette tra culture nazionali, rafforzando la convinzione che le incertezze della nostra epoca si risolvano solo con la sicurezza che ci proviene dalla preservazione delle nostre abitudini tradizionali, interagendo esclusivamente con la rete di persone che condividono i nostri usi e costumi, la nostra lingua e tradizioni. Questo è una specie di “cordone pseudo-sanitario” che ci stiamo costruendo per proteggerci dall’influenza del “contagio culturale” degli immigranti dal sud del mondo. Combinato con l’inarrestabile consumismo e con l’individualismo che hanno plasmato la società contemporanea ormai da decenni, questo approccio intensifica la ricerca della soddisfazione primaria dei bisogni materiali personali, come priorità assoluta, da realizzare seguendo stili di vita che ci sono abituali, protetti dall’aggressione esterna dei diversi.

Questa evoluzione ha portato alla diffusione di quella che è stata definita “cultura della paura”, pubblicizzata dalla manipolazione delle comunicazioni di massa sull’immigrazione, che ribadisce continuamente la necessità di difendersi dal diverso e dallo straniero. La cultura della paura non è nuova nella storia, anche se il suo oggetto è cambiato. Dalla paura per la peste nera di ricordo manzoniano arriviamo ai timori recenti per gli affetti da AIDS e da malattie epidemiche. La paura per il diverso, frequente nel periodo coloniale e associata a sentimenti di superiorità etnica, ha ora un nuovo bersaglio: gli immigranti. Ciò mette a dura prova i princìpi democratici dei sistemi liberali, aperti alla tutela dei diritti umani e delle minoranze, al multiculturalismo e agli scambi internazionali.  Purtroppo, coloro che subiscono l’influenza di questa involuzione culturale sono più numerosi di quanto vorremmo, e la manipolazione dell’opinione pubblica ne aumenta le schiere.  Sfruttando ingiustizie ed esclusioni sociali, è possibile additare gli immigranti e chi li aiuta come causa “unica” dei problemi, ribadendo immagini negative con una martellante ripetizione della retorica della sicurezza nazionale e dell’ordine pubblico, della “guerra al terrorismo”, della “repressione della criminalità”, e della “difesa dei confini”. Ampi settori del pubblico sono ormai convinti della gravità dei crimini commessi dagli immigranti irregolari e delle trame delittuose e dei complotti segreti delle ONG che soccorrono gli immigranti, e paragonano l’immigrazione al traffico di esseri umani e alla criminalità organizzata. Questa immagine è rafforzata dal megafono della propaganda politica di personaggi come Salvini e Meloni in Italia, Trump negli Stati Uniti, Le Pen in Francia, di Alternative fur Deutschland (AfD) in Germania, dell’FPO (che fu il partito di Haider) in Austria,  del PVV in Olanda, con l’appoggio non tanto subdolo e tutt’altro che secondario di formazioni extra-parlamentari di esplicita ispirazione fascista, come Ordine Nuovo e Casa Pound, o di squadristi neonazisti in altri paesi occidentali, che cercano in continuazione occasioni per scontri e atti di violenza, solo temporaneamente interrotti dalla tregua dell’emergenza del Coronavirus.

La diffusione di questa cultura dell’odio è la conseguenza del successo di movimenti politici di orientamento populista e del consolidamento di quelli di destra a forte orientamento sovranista, che esprimono forme nuove di qualunquismo. Il qualunquismo ricorre ad un linguaggio semplificato, che abusa di cliché per illustrare i problemi della società e che – per sopravvivere e svilupparsi – ha un bisogno disperato di nemici pubblici da additare all’uomo medio come facili bersagli. Il nemico pubblico numero uno è la causa dei problemi della nazione ed il vero avversario da abbattere. È l’approccio dell’antipolitica, che rifiuta la politica tradizionale e le sue strutture democratiche rappresentative (l’establishment) che avrebbero tradito la base elettorale, incapaci di captarne i risentimenti.[90] I nemici pubblici del qualunquismo variano a seconda dei tempi, delle opinioni individuali, dei gruppi sociali e dei paesi, ma frequentemente rientrano nei seguenti gruppi tipici:

  • È tutta colpa della classe politica, sostengono molti. I politici sono corrotti, rubano con eccessivo prelievo fiscale e per profitti personali. Gonfiano strutture governative senza produrre i benefici attesi. Cercano solo privilegi. È il qualunquismo di vecchia data (governo ladro). È anche la critica delle forze conservatrici al “grande governo”.[91] È colpa di chi sta nella “sala dei comandi”.
  • È tutta colpa delle multinazionali o dei miliardari che le gestiscono, sostengono altri. Essi investono e disinvestono ove e quando vogliono, cancellano posti di lavoro e impongono prezzi a danno dei lavoratori o dei consumatori. Il nemico si nasconde nei mostri del sistema economico, entità gigantesche dal potere assoluto. È un bersaglio astratto ma efficace, confermato dalle distorsioni distributive. È un modo di scaricare frustrazioni personali, sostituendole con nemici impersonali.
  • È la colpa degli intellettuali o della sinistra politica, ribadiscono molti, perché accecano la gente con la nebbia di ideologie e argomentazioni politiche, espedienti per coprire interessi personali e di potere, ignorando il grido di dolore della gente comune.[92] Non si può più sopportare che la sinistra favorisca chi non ha diritto ad appoggi, offrendo benefici a chi ha già privilegi o a immigranti appena arrivati, a spese dei lavoratori meno pagati, dei disoccupati e dei precari.
  • È colpa dei diversi – sostengono i più – cioè di coloro che non sono come noi, non parlano la nostra lingua, non hanno la nostra carnagione, non si vestono come noi, non si comportano nel nostro modo, perché quella diversità minaccia chi siamo, la nostra identità e quindi la nostra sicurezza. Questa è la diversità riferita a volte a chi è di un’altra razza, o più in generale a chi è straniero o immediato discendente di immigranti. Diversamente da altre categorie di nemici pubblici, i diversi sono persone fisiche, e non entità astratte, facilmente individuate per la strada, facili capri espiatori.

Nella crisi del COVID-19 può sembrare che tutti questi nemici comuni siano stati sostituiti da un altro nemico comune, il Coronavirus, creando le premesse per una nuova solidarietà che ci unisca tutti e rimpiazzi la cultura dell’odio che ha finora diviso la società. Eppure, il qualunquismo è sempre dietro l’angolo, per individuare nuove rivalità e riscoprire vecchie contese. Forze divisive cercheranno di attribuire la responsabilità dell’emergenza sanitaria e delle difficoltà a uscirne fuori ad un capro espiatorio, fomentando l’animosità di sempre. [93] Già si intravvedono i sintomi di questa dinamica alle prime battute della seconda fase della strategia emergenziale, che potrebbero interrompere la tregua della discordia e l’apparente clima di solidarietà di questi ultimi mesi, per cavalcare di nuovo l’onda del qualunquismo che cerca nemici pubblici a tutti i costi. È molto probabile che, una volta usciti dalla crisi sanitaria, riesploderanno i problemi di sempre, aggravati dalle difficoltà di un mondo più rischioso, e il qualunquismo tornerà a declamare ad alta voce il nome di nemici comuni quali i politici, i capitalisti, la sinistra, gli immigranti, perché ne ha bisogno per rafforzare il suo seguito elettorale. Non sempre questi nemici saranno gli immigranti, ma quando il qualunquismo sarà sensibile al fascino del sovranismo e interagirà con le sue forze, rafforzerà visioni xenofobe, fondate sulla paura dell’immigrante.

Il risultato sarà il proseguimento di una involuzione culturale che favorisce la cultura della diffidenza e dell’astio, la paura del diverso e la cultura dell’odio, odio per i diversi demonizzati come pericoli pubblici, fonti di danni enormi per il paese.  Nel luglio 2018,[94] Ezio Mauro affermava: “Paure, inquietudini e frustrazioni hanno trovato nei due populismi della Lega e dei Cinque Stelle una miscela perfetta per dare corpo a uno spirito di destra latente nel Paese che oggi si è sdoganato anche nel linguaggio, nei comportamenti, nell'inversione morale, rispetto alla tradizione italiana di solidarietà e di accoglienza.”

        *  Involuzione culturale, deterioramento del linguaggio e tentativi di moderazione a confronto

Oltre a favorire alleanze politiche di destra in funzione anti-immigranti, questa involuzione culturale si è tradotta in una crescente aggressività pubblica. Anche il linguaggio della politica ne è stato contaminato. Frasi urlate, commenti offensivi e insulti sono usati per denigrare l’avversario politico, considerandoli esercizio della libertà di espressione. Lo riscontriamo nei dibatti politici, nelle sedute parlamentari, nei talk show televisivi, nei programmi radiofonici.  Fino alla crisi del COVID-19 e l’interruzione temporanea dell’animosità, aggressioni verbali erano sempre più frequenti anche tra la gente comune, nelle strade di molte città europee, negli stadi, sui mezzi di trasporto di Roma o Milano, nei raduni pubblici, nelle sfilate di protesta, nei manifesti affissi lungo strade e nelle scritte sui muri dei palazzi, nei titoli e negli articoli di giornali, riflettendo insoddisfazioni accumulate e rimaste represse per anni.

Gli attivisti hanno amplificato quest’animosità con uso sconsiderato dei social media. La violenza verbale è la forma nuova di esprimerla, e il passaggio alla violenza fisica è breve. Dimostrazioni di piazza si trasformano facilmente in occasioni per cercare lo scontro frontale.  Episodi di intolleranza razziale si moltiplicano, che riguardino immigranti o no, con aggressioni fisiche organizzate da teppaglie. Il bullismo razzista è sempre più frequente. Crimini violenti, inclusi omicidi, a fondo razzista si moltiplicano, fino agli eccessi di uccisioni di massa di minoranze etniche.[95]  Sono attacchi che hanno la stessa matrice culturale, la cultura dell’odio. È quella che Massimo Giannini ne La Repubblica dell’8 marzo 2020 definisce l'odiocrazia, “stadio terminale della democrazia”,[96] una involuzione culturale che esalta l’ostentazione di pregiudizi negativi contro gli immigranti. La cultura della diffidenza e dell’astio diviene così la chiave interpretatrice dei fenomeni correnti della società, una moda, un’onda mediatica per dividere la società in fazioni che non dialogano.  Questo deterioramento culturale ha giustificato pessimismo sulle prospettive della civiltà, sempre più incattivita in rivalità che rendono impossibile intravvedere un futuro che valorizzi il dialogo e la convivenza pacifica.

Eppure, non sono mancate espressioni di segno opposto, perseguendo tolleranza e solidarietà umana su base universale. Salvo i leader politici che sono espressione diretta delle forze ostili all’immigrazione, in generale gli organismi ufficiali governativi e internazionali tendono ad esercitare una funzione moderatrice, con programmi di informazione[97] che mitigano le manifestazioni della cultura dell’odio, bilanciandone la visione, coniugando la difesa della sicurezza nazionale con il sostegno all’attività umanitaria di soccorso e la protezione dei rifugiati. È questa l’informazione rilasciata in dichiarazioni formali, convegni, conferenze, comunicati stampa, documentari, e pubblicazioni, che presentano un’immagine rosea della politica migratoria.  Ma riconosciamolo: questa informazione “formale” non raggiunge l’uomo medio, che la ignora, ma solo gli ambienti ufficiali.  La psicologia sociale non viene alterata. Non esiste alcuna correlazione positiva tra narrativa ufficiale sull’immigrazione (e relative campagne di comunicazione), e gli orientamenti psicologici dei residenti.[98] Tuttavia, è possibile immaginare (come nell’esempio canadese) che l’applicazione sistematica di programmi di accoglienza su grande scala, accompagnata da amplia divulgazione della loro efficacia, possa influenzare l’opinione pubblica.  Più spesso, però, quella informazione, fredda e formale, non controbilancia la cultura dell’odio, mentre l’opinione pubblica continua ad essere martellata dall’allarmismo sui danni dell’immigrazione, in concomitanza con le misure del contenimento migratorio. La combinazione “politica + informazione”, finora, ha favorito l’ostilità nei confronti degli immigranti.

Lo spazio per contrastare la manipolazione della psicologia collettiva che ostacola l’immigrazione è molto ristretto, anche perché le politiche “ambigue” in materia migratoria (più frequenti di quelle aperturistiche) rafforzano impostazioni sovraniste. Eppure, ovunque movimenti sociali, ONG, partiti politici, centri di ricerca, esperti e specialisti della materia, diffondono notizie, riflessioni, dati, lanciano campagne informative o forniscono informazione aneddotica o sistematica sui flussi migratori ed i loro effetti, per destare le coscienze individuali. [99] Si tratta di una contro-informazione che offre una interpretazione alternativa alla cultura della paura e dell’odio, volta a educare il pubblico sulla verità dei fatti, demistificando false impressioni. Questi messaggi utilizzano i canali più diversi: riunioni pubbliche, manifestazioni di piazza, marce, concerti, conferenze, lezioni accademiche, documentari, talk show, opuscoli illustrativi, libri, articoli e saggi critici, messaggi trasmessi via e-mail, Facebook e Tweeter, blog e podcast. Si raccolgono fondi a sostegno di iniziative di solidarietà. Si promuovono messe a suffragio dei morti in mare, veglie in memoria di catastrofi, catene di solidarietà, cordoni sanitari attorno a immigranti che stanno per essere arrestati o deportati (anche a rischio di essere detenuti per disordine o resistenza a pubblico ufficiale). Volontari si incatenano in posti di blocco alla frontiera, e organizzano sit-in al confine tra paesi, o di fronte a centri di detenzione, o ai tribunali l’immigrazione (negli Stati Uniti) o nei porti di sbarco delle navi-soccorso non autorizzate ad attraccare. Sono tutte iniziative volte a destare l’attenzione del grande pubblico, e a rompere il muro dell’indifferenza.

Ma l’efficacia di questi tentativi ha dei limiti, per la loro modesta portata e copertura numerica delle persone raggiungibili, non riuscendo così a incidere sull’immaginario collettivo, anche se il loro valore educativo non va sottovalutato. Se esistesse un impegno sistematico di entità pubbliche e private volto a interagire per un miglioramento della conoscenza su chi siano gli immigranti e su cosa essi possano offrire al paese, potremmo forse aspettarci qualche risultato positivo, ma non abbiamo molti esempi di questa natura da citare.  Una mera contro-informazione basata su di una lettura accurata della realtà non sembra sufficiente a contrastare l’ondata mediatica che alimenta il clima di odio e di ostilità contro l’immigrazione, nonostante i richiami illustri di persone illuminate per una svolta culturale. Un cambiamento culturale radicale richiederebbe un fondamentale mutamento della comunicazione tra migranti e residenti, ostacolata dalla completa separazione tra questi gruppi sociali.

Un suggerimento è quello di migliorare questa comunicazione tra residenti e migranti, creando occasioni per un confronto positivo, una maggiore conoscenza reciproca e familiarità tra i due gruppi, riducendo la diffidenza causata da ignoranza (Vedi riquadro su Comunicazione con migranti e “teoria dei contatti”), con informazione sulla vita degli immigranti.  Si tratta di un suggerimento utile, ma di portata limitata. Più in generale dobbiamo piuttosto constatare che esiste un’asimmetria tra il modo con cui la gente riceve informazioni sugli immigranti ed il loro grado di apprezzare la realtà dell’immigrazione. Una notizia su uno stupro operato da un immigrato irregolare facilmente appare in prima pagina dei quotidiani, e suscita sentimenti immediati di repulsione o addirittura vendicativi. Non ha bisogno di spiegazioni e può essere espressa in poche parole. Chi apprende la notizia la confronta con l’immagine dell’immigrato incontrato per la strada, probabilmente mal vestito, o magari ubriaco, con atteggiamento sospetto, e la classifica mentalmente come un’esperienza vissuta o per lo meno plausibile, arrivando alla conclusione che l’informazione ricevuta è probabilmente accurata, perché l’immigrante è forse colpevole dei reati di cui viene accusato. Si rafforza così il pregiudizio contro gli immigranti.

Comunicazione con migranti e “teoria dei contatti”

La comunicazione tra residenti e immigranti può essere migliorata utilizzando la c.d. “contact theory” (“teoria dei contatti”),[100] che sostiene che i pregiudizi contro questi ultimi possono essere ridotti moltiplicando i contatti e le comunicazioni tra gruppi minoritari (non sufficientemente ascoltati) e i grandi gruppi (l’opinione pubblica), moltiplicando occasioni per alimentare l’informazione reciproca, con testimonianze dirette su esperienze concrete di vita. Per migliorare l’accettabilità dei migranti da parte della popolazione residente, occorrerebbe moltiplicare le occasioni di “contatto locale” tra i due gruppi, favorendone la vicinanza ove essi si concentrano, negli stessi luoghi ove ha luogo la vita sociale, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nei luoghi di incontro nella realtà urbana, ove si può contribuire ad una maggiore conoscenza. La presenza simultanea dei due gruppi negli stessi luoghi favorirebbe questa conoscenza reciproca, riducendo tensioni e promuovendo un atteggiamento favorevole reciproco. Occorre così aumentare le occasioni di interazione.[101]

Ma l’applicazione di questo approccio non è sempre equilibrata: mentre si moltiplicano i contatti nel mondo del lavoro o nei luoghi ove avvengono transazioni commerciali (negli “shopping malls”, nei grandi magazzini), limitata è l’interazione nei luoghi ove gli immigranti abitano. In molti paesi gli immigranti si concentrano in veri e propri ghetti, ove interagiscono solo con gruppi omogenei, della stessa lingua e cultura, e la stessa origine geografica. Oppure si concentrano in zone urbane ove prevale la popolazione meno abbiente e più marginalizzata. In tal caso, l’integrazione con la gran massa dei residenti non avviene, ma ci si limita ad riconoscere l’esistenza di “contatti” con gli esclusi sociali, non estendendo  il “contatto” all’intera sfera della vita sociale.

L’approccio della “teoria dei contatti”, applicato alle comunicazioni,[102] suggerisce l’uso di canali e campagne d’informazione che facilino la conoscenza reciproca tra immigranti e popolazione residente. Nuovi approcci comunicativi sono stati tentati in Gran Bretagna, per superare tensioni in settori come la casa, la sanità pubblica, la disoccupazione ed i rapporti razziali, creando movimenti come “Refugees Welcome” per coinvolgere gruppi diversi, in contatto con comunità e autorità locali, per facilitare programmi di inserimento di rifugiati in contesti concreti.  La campagna contro l’odio nota come HOPE ha contribuito sin dal 2004 a questo dialogo tra partiti politici in materia di immigrazione e di discriminazione razziale, sottolineando i valori comuni che dovrebbero unire gli immigranti con le comunità locali. In Italia, reti come “La Voce dell’Immigrante” (esiste una simile rete nota come “Immigrant Voices” nel mondo britannico) – promossa dagli immigranti per dare voce alle loro istanze – danno un megafono alle loro testimonianze dirette, da diffondere al grande pubblico, raccondando storie individuali di migranti, parlando della loro separazione dalle famiglie d’origine, illustrando le condizioni dei migranti detenuti alla frontiera, descrivendo le traversate in mare, le condizioni nei campi di detenzione in Libia o altrove, presentando storie di accoglienza e successi d’integrazione, esemplificando le capacità e le potenzialità dei migranti e dei rifugiati che sono riusciti ad integrarsi nella società che li ospita. Sono storie che enfatizzano la dimensione umana dei contatti con gli immigranti, dando un viso ed un nome agli immigranti, questi sconosciuti, evidenziando i costi umani delle misure di respingimento. 

Simili mezzi informativi sono messi a disposizioni dalle ONG umanitarie che operano nei soccorsi marittimi nel Mediterraneo e che usano i “social media” per diffondere informazioni sulle loro initiative di salvataggio. Negli Stati Uniti, la Kino Border Initiative, una ONG operante al confine tra l’Arizona e il Messico, offre un’abbondanza di strumenti informativi su quanto avviene agli immigranti al confine meridionale del paese, un microfono per chi è in prima linea nell’accoglienza di coloro che attraversano quella frontiera nelle due direzioni (richiedenti asilo negli Stati Uniti, o migranti in attesa di attraversare la frontiera con il Messico, o espulsi dagli Stati Uniti e rinviati in Messico). Molti canali informativi usano ogni mezzo per pubblicizzare notizie e riflessioni su storie di immigranti e rifugiati, trasmesse tramite Facebook e Tweet, notiziari periodici, video, You-Tube, pubblicazioni, opuscoli e libri.

La “teoria dei contatti” offre suggerimenti per migliorare la comunicazione tra migranti e residenti, ma la sua efficacia è limitata dalla scala ridotta delle sue applicazioni. Solo se si riesce ad applicarla su scala molto amplia, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nei centri di dibattito politico, nelle istituzioni nazionali e locali in generale, quella comunicazione avrebbe un effetto significativo per generare il sostegno ad una cultura del dialogo. Ma questo richiede la collaborazione sostanziale di istituzioni nazionali, per esempio delle strutture educative nazionali e dei grandi ‘media’.

Viceversa, qual è l’atteggiamento di fronte a comunicazioni informative che illustrino in modo più rigoroso la realtà migratoria, che illustrino anche i benefici dell’immigrazione?  Probabilmente la persona comune si sentirà emotivamente meno coinvolta. Quelle comunicazioni non parlano alla sua “pancia”, né destano particolari emozioni, e richiedono troppi sforzi intellettuali per essere comprese, hanno bisogno di conoscenze non familiari, non utilizzano un linguaggio sintetico e telegrafico, e hanno scarsa trazione sulla psicologia individuale, nonostante la loro superiorità etica e culturale.  D’altronde, anche i tentativi di produrre una reazione emotiva attraverso notizie che vogliano suscitare empatia nei confronti degli immigranti che soffrono non hanno lo stesso impatto di richiami allarmanti sui pericoli connessi con l’immigrazione.[103] Quelle notizie potrebbero passare inosservate all’individuo medio, perché fanno parte di una realtà troppo remota, che non appartiene alla sua esperienza quotidiana, e saranno classificate mentalmente come le solite notizie di cronaca su “catastrofi” in luoghi lontani che colpiscono “poveri disgraziati” di cui lui non sa molto, e pertanto non lo riguardano personalmente.  È come parlare della fame nel mondo: c’è, ma non ci possiamo fare molto. Non a caso tante notizie passano inosservate, perché catastrofi si ripetono ovunque (“sono morti così tanti che non fa più notizia”), e facilmente vengono dimenticate.  Fintanto che i problemi non toccano il mio orto personale, non mi riguardano. A volte l’empatia viene sostituita da indifferenza o addirittura dà fastidio (“Ma non se ne può più di leggere di questi morti in mare! Ma perché non se ne stanno a casa loro?”). La cultura della diffidenza e dell’astio perdura nella misura in cui prevale l’indifferenza per queste tragedie.

Come favorire un cambio culturale, se siamo continuamente martellati dalla retorica del patriottismo o della difesa della sicurezza nazionale, che copre le nostre reazioni sull’immigrazione con lo spesso velo dell’indifferenza? È possibile contrastare la disinformazione sull’immigrazione con una proposta culturale alternativa?[104] La risposta è generalmente negativa. Il pessimismo è più realistico. Eppure, è possibile prospettare una proposta culturale alternativa a quella dell’odio, fondata sull’empatia e sulla solidarietà, sulla difesa dei diritti umani, sulla tutela della dignità della persona umana e sulla tolleranza per i diversi, una proposta che prospetti la necessità di trattare tutti gli esseri umani con decenza, e sottolinei l’urgenza di proteggere i più deboli. È possibile che una simile proposta riesca a coinvolgere grandi masse della popolazione e non solo élite di buonisti? Ciò richiede una inversione di marcia a 180o.

In un’intervista rilasciata da Walter Veltroni a Stefano Cappellini su La Repubblica del luglio del 2019, [105] il politico italiano sintetizzava la necessità di questa inversione di marcia in modo molto efficace: “La destra ha costruito il suo successo sull’odio e il rancore. Ha saputo trasformare il sentimento di frammenti dell’opinione pubblica in senso comune. L’Italia, però, non è questa. La stragrande maggioranza degli italiani aspetta la voce di qualcuno che sia in grado di contrapporre all’odio un sentimento diverso. Ma senza esitazioni. Apertura, inclusione, rispetto, diritti, giustizia sociale, cultura. In una parola: dialogo.” Queste sono parole di speranza, che cercano di superare senza ambiguità le preoccupazioni esclusivamente rivolte alla difesa della sicurezza nazionale con cui i politici tiepidi spesso si esprimono a proposito d’immigrazione. Anziché riferirsi alla necessità prioritaria di garantire l’ordine pubblico (che sottintende il pregiudizio sulla criminalizzazione degli immigranti), Veltroni riconosce che allo stadio attuale “l’opinione pubblica viene costantemente neutralizzata e depistata”[106] e sottolinea l’urgenza di aprire un panorama culturale completamente diverso, aperto all’accoglienza.[107] Mentre l’odio è sempre esistito contro l’oppressione, contro le ingiustizie, contro le violenze, c’è un fenomeno nuovo che ne ha cambiato la natura ai nostri giorni, dovuto alle crescenti incertezze succedute all’ondata terroristica iniziata l’11 settembre del 2001 e alla grande crisi che, dalla fine del 2007, ha sconvolto gli equilibri finanziari delle economie e delle famiglie. Ne deriva che la nuova dimensione dell’età contemporanea è l’incertezza, che si sviluppa insieme a processi di espulsione, di esclusione e di marginalizzazione, che hanno prodotto una crescente precariarizzazione nel mondo del lavoro, in concomitanza con profondi cambiamenti demografici:[108]il patto sociale del secolo scorso – sostiene Veltroni – non tiene più”.[109] Da queste paure trae origine questa “bolla” di odio che viene gonfiata artificiosamente dai “professionisti dell’odio” che ne approfittano. L’abuso del linguaggio usato come un’arma violenta trasforma la paura per l’incertezza in “odio per l’altro”, che altera la natura della comunicazione sociale e provoca la delegittimazione delle strutture partitiche. Il momento è arrivato di riconoscere la necessità di riscoprire una dimensione più elevata della “politica”, non più vista come lotta quotidiana tra antagonisti, priva di forze ideali e improntata solo all’interesse individuale e di parte, per riscoprirne valori più profondi, valori umani come “la protezione dei deboli, l'umiltà dell'intelligenza e della tolleranza.” [110] Per un simile risveglio culturale, auspica Veltroni, occorre sostituire l’indifferenza alle tragedie umane con la cultura dell’ascolto e dell’attenzione, facile a dirsi, ma non altrettanto a farsi.

Queste dichiarazioni, pur rassicuranti, lasciano qualche dubbio sulla loro incidenza pratica, perché richiedono una trasformazione difficile immaginare, che richiede interventi educativi a largo raggio. Ma le azioni di scala ridotta con cui ci confrontiamo giornalmente riescono al più a coinvolgere élite intellettuali, rivolgendosi solo a chi è già predisposto ad ascoltare (“they preach to the choir”, letteralmente “predicano al coro”, ovvero cercano di convincere chi è già convinto), e non raggiungono l’indifferente, lo scettico, il prevenuto, il disinformato, più spesso cadendo nel nulla.

        *  Alla ricerca di una rivoluzione culturale: segnali di una resistenza basata sui valori

Un ruolo importante, tuttavia, potrebbe essere svolto da un’informazione ad alto contenuto culturale rivolta ad un uditorio mirato (target audience), ad esempio al mondo politico,[111] cioè ad uso dei decision-makers della politica, elevandone la qualità degli interventi, migliorando l’appropriatezza delle leggi approvate e superando la dimensione a senso unico della strategia della paura e della diffidenza, anche se ci troveremo di fronte l’opposizione dei sovranisti di turno, che cercheranno di ridicolizzare queste innovazioni informative come fondate su premesse distorte e pregiudizi buonisti.  Interventi comunicativi analoghi potrebbero interessare altri uditorii (l’imprenditoria, amministratori locali, sindacati, istituzioni della società civile), anche se si tratta ancora di gruppi elitari.  Ma per essere efficace, questa contro-informazione richiede il coinvolgimento di masse popolari, la cui trasformazione culturale è lenta e comincia da età giovanile, nella scuola ed in famiglia, nelle relazioni interpersonali in ogni ambiente. Un’azione educativa su larga scala, fondata su princìpi di tolleranza e di solidarietà umana, va pensata come un piano di dimensione nazionale, e non può limitarsi a interventi di “educazione civica”. Richiede modifiche dell’intero curriculum scolastico, formazione del corpo insegnante, partecipazione degli organi scolastici e delle rappresentanze studentesche, coinvolgimento di insegnanti e famiglie, e dei rapporti interpersonali tra alunni, e tra questi e le istituzioni scolastiche. Sono interventi che dovranno affrontare qualsiasi fenomeno di discriminazione (e manifestazioni di bullismo), dentro e fuori la scuola, in tutti gli ambienti di lavoro, nei media, nelle istituzioni ufficiali. Dovranno essere interventi a pioggia, che coinvolgano famiglie, organizzazioni religiose e laiche, e non dovranno essere solo azioni isolate, ma interventi sistematici, frequenti, prolungati nel tempo e ad amplia copertura.  Non possiamo limitare questi interventi all’immigrazione, perché la lotta contro la cultura dell’odio riguarda le relazioni umane, la tutela dei diritti umani, il dialogo tra gruppi sociali, l’attenzione alle persone più vulnerabili, il rispetto reciproco e la tolleranza per opinioni diverse. All’individualismo consumistico esasperato dominante dovremo sostituire il perseguimento del bene comune (difesa dell’ambiente, lotta al riscaldamento globale, diffusione universale dell’istruzione e dell’assistenza sanitaria, lotta all’emarginazione sociale). Cultura, arte, musica, sport e attività ricreative diverranno opportunità di incontro e non di scontro. 

Un simile cambiamento richiede segnali che manifestino una “sana indignazione” [112] verso la cultura dell’odio, dell’aggressività e della diffidenza, contrastando la diffusa indifferenza, per scoprire l’alterità civile delle nostre comunità, un modo diverso “per raccontare ‘un’altra storia’”, [113] proclamando princìpi di solidarietà e di speranza. Simili segnali sono riscontrabili in molte forme di resistenza civile, veri sintomi di una coscienza sociale nascosta nelle radici più profonde della società, nelle coscienze individuali, nelle sensibilità sopite dai frastuoni delle polemiche e dal chiasso della lotta politica, che con i suoi toni aggressivi e a volte violenti, amplifica i suoi messaggi con i suoni assordanti dei social media. Scopriamo questi segnali nelle proteste che chiedono giustizia e che raramente useranno i partiti politici come canali d’intermediazione, vista la loro incapacità a riflettere le emozioni della base. Sono le proteste di agglomerati di donne, studenti, lavoratori, pensionati, appartenenti a gruppi etnici, operai disoccupati, veterani, vittime di omicidi di massa, gruppi interrazziali appartenenti a diverse classi sociali, emarginati sociali, mobilitati in raduni oceanici o in gruppi più ridotti, che proclamano la difesa dei diritti umani, la lotta contro la violenza e la discriminazione sistematica.

A volte persone “simbolo” assurte a notorietà internazionale riescono a mobilitare le coscienze individuali, inducendo masse popolari a manifestare pubblicamente il loro sostegno a cause comuni.[114] Può essere la svedese Greta Thorburg, che è riuscita in pochi mesi, attraverso la sua campagna di sensibilizzazione sui cambiamenti climatici, a mobilitare milioni di studenti della scuola secondaria un po’ ovunque nel mondo, con gli scioperi scolastici del venerdì (i Fridays for Future – venerdì per il Futuro), coinvolgendo le coscienze di giovani e di un grande pubblico. Troviamo questi sintomi di una coscienza sociale quando semplici abitanti di Lampedusa o di Riace nel sud dell’Italia aprono le proprie case all’accoglienza di immigranti, nonostante gli atteggiamenti opposti delle autorità pubbliche; quando persone di fede religiosa diversa si riuniscono in preghiera di fronte ai cancelli dei centri di detenzione dell’ICE ad Atlanta in Georgia o ad Ely in Arizona o ai posti di frontiera tra il Messico e gli Stati Uniti; quando cittadini si autotassano per fornire servizi legali e assistenza agli immigranti irregolari in attesa di giudizio presso le Immigration Courts americane. Negli Stati Uniti, troviamo questi segnali nelle Marce delle Donne, nelle March for Our Lives di studenti che protestano contro la violenza legata all’uso diffuso delle armi da fuoco, nel movimento #MeToo contro gli abusi sessuali, e nel movimento #BlackLivesMatter contro la violenza ed il razzismo sistematico verso la popolazione afroamericana.

La maggioranza di queste dimostrazioni di massa non riguarda il tema migratorio in modo diretto, anche se non sono mancate dimostrazioni di protesta per sostenere i diritti dei Dreamers, o per esprimere il biasimo generale per l’operato dell’ICE quando ha separato famiglie di immigranti irregolari, isolando figli minorenni dai rispettivi genitori o per protestare per il mancato soccorso in alto mare o il rifiuto ad a concedere ai naufraghi l’accesso nei porti italiani. Tutte queste proteste sono segnali che definiscono l’essenza della nostra civilizzazione liberale, anche se offuscata dalla disinformazione cui siamo purtroppo abituati, civilizzazione che include la protezione dei diritti delle minoranze.

Ma sono tutti questi segnali capaci di incidere profondamente nei processi culturali e politici della società o sono soltanto fenomeni episodici? Sono essi sufficienti a influenzare la psicologia sociale della comunità e cambiare il clima culturale e il quadro politico tanto da generare una prospettiva diversa per l’immigrazione? È difficile dare una risposta a queste domande, anche perché le realtà socio-politiche non sono uniformi, ed è difficile decifrare il peso relativo di questi segnali nelle diverse realtà. I grandi mezzi di comunicazioni di massa e i social media possono amplificare questi sintomi di coscienza sociale, ma non produrranno una contro-informazione adeguata se i loro interventi saranno solo episodici, limitandosi a interessare élite intellettuali e politiche. Solo un’azione persistente, intensa e di vasto raggio produrrà un effetto di trickle-down nei cambiamenti culturali, ma richiederà partecipazione spontanea di persone di ogni età, etnia, condizione, origine nazionale, convinzione politica, affiliazione partitica, livello di istruzione e tipologia occupazionale. Ma sappiamo che queste persone sono spesso refrattarie ad essere incanalate in strutture istituzionali, preferendo esprimere le loro proteste attraverso i canali della società civile e non quelli dei partiti politici. Inoltre, un coinvolgimento di tal genere richiede tempo e non si manifesterà in modo esplosivo (diversamente da atteggiamenti di ostilità e di odio), e si scontrerà sempre con l’estremismo sovranista contrario all’immigrazione, ma anche e particolarmente con le forze politiche tiepide sulle tematiche migratorie, spesso dominanti, che non saranno buoni ricettori della resistenza civile contro la cultura dell’odio, anche se non ne saranno completamente indifferenti. A volte queste forze tiepide cercheranno di attutire gli effetti di queste nuove istanze culturali, impedendo che i nuovi segnali incidano in misura significativa sugli atteggiamenti dell’opinione pubblica dominante, perché sono condizionate dalle tendenze fin qui dominanti nell’opinione pubblica, impedendo in tal modo che si formi un consenso sociale per politiche migratorie alternative.

Tuttavia, ci sono segnali che qualcosa sta succedendo, segnali che lasciano intravvedere qualche lume di speranza. Se esaminiamo quanto avviene nelle varie realtà nazionali, assistiamo ad un confronto continuo tra posizioni polarizzate che esprimono, da un lato, visioni completamente opposte ai processi migratori, rafforzate dalle posizioni tiepide che avallano analoghe politiche di contenimento degli immigranti, e, dall’altro, forti segnali di una coscienza sociale che le contrastano. Questa polarizzazione si è andata accentuando con l’introduzione di misure repressive contro l’immigrazione condivisa in quasi tutti i paesi occidentali,[115] e ha subìto una impennata grazie alla crescente ostilità delle forze sovraniste. All’altro estremo, troviamo un po’ ovunque la presenza vitale di dimostrazioni di una resistenza civile basata sulla cultura della tolleranza, del dialogo e della difesa dei diritti umani, premessa di una contro-rivoluzione culturale. Ma questa polarizzazione varia profondamente da un paese all’altro, perché la realtà migratoria è diversa e altrettanto diverse sono le condizioni politiche. La grande sfida, quindi, è la seguente: possiamo intravvedere nei vari paesi occidentali un percorso che traduca i sintomi di una coscienza sociale a difesa dei diritti umani e delle minoranze (e quindi degli immigranti) in processi culturali e politici tangibili? Esistono meccanismi interni a ciascun paese che creino le condizioni sufficienti per aprire spazi per un simile percorso?

Non è possibile offrire una risposta univoca che valga per ogni paese. Negli Stati Uniti la dinamica politica è attualmente legata fondamentalmente alla corsa per le elezioni presidenziali e politiche del novembre 2020, che potranno forse offrire una risposta a questa domanda. In molti paesi europei, il clima sembra dominato dalla presenza di forze politiche di orientamento centrista o conservatore, che hanno determinato politiche nazionali sostanzialmente reticenti in materia migratoria, che hanno influenzato anche gli orientamenti della Commissione Europea. Questa realtà fa presagire una notevole resistenza a questi sintomi di cambiamento nei paesi dell’Unione Europea, anche se i segnali di protesta sociale sono forti. Anche in paesi ove la presenza social-democratica e movimenti nuovi (come quelli ambientalisti) o altre formazioni liberali sono presenti, ed alcuni di essi sono apertamente schierati sul fronte migratorio, non sembra che ci sia un facile percorso per una contro-rivoluzione culturale a favore dell’accoglienza e della difesa dei diritti umani sia da parte della Commissione che dei singoli paesi europei. Allo stesso tempo in quegli stessi paesi, pur non potendo anticipare una dinamica che permetta uno sconvolgimento culturale in opposizione alla cultura dell’avversione contro l’immigrazione, vi sono tensioni ideali in settori importanti della popolazione che mantengono la temperatura del dibatti a livelli elevati. È sintomatico che il Parlamento Europeo, espressione più diretta della base elettorale europea rispetto alla Commissione, si sia dimostrato più sensibile sui temi dei diritti degli immigranti. Esiste quindi uno spazio per una contro-rivoluzione culturale, anche se per il momento modesto. Questo spazio è tuttavia inesistente nei paesi orientali dell’Unione Europea, sempre più allineati su posizioni sovraniste. Ciò nonostante, segnali positivi si registrano in Portogallo, il cui governo, nel pieno della crisi del Coronavirus a fine marzo 2020, ha annunciato la regolarizzazione di tutti gli immigranti irregolari legandola alle misure di assistenza sanitaria. Segnali contraddittori emergono invece in Spagna, dominata da una cronica instabilità politica. Altrettanto contraddittoria è la situazione in Italia.

Ma esaminiamo più da vicino le condizioni di un paese come gli Stati Uniti, ove l’immigrazione è un fenomeno strutturale di lungo periodo. Dopotutto gli USA sono un paese d’immigranti, con volume di immigranti irregolari pari a 11 milioni di persone, molti arrivati da tempo anche se sfuggiti ad un processo di regolarizzazione. La polarizzazione riscontrata ovunque in materia migratoria ha particolari connotazioni negli Stati Uniti, dominati dal sistema bipartitico, ove si possono intravvedere possibili condizioni per un cambiamento culturale come quello qui auspicato. La tematica migratoria trova attualmente il GOP e il partito democratico su posizioni diametralmente opposte.[116] Con l’avvento della presidenza di Donald Trump le poche voci aperte all’immigrazione nel GOP si sono completamente assopite. Attualmente, il GOP si è quasi completamente allineato su posizioni sovraniste. Dall’altra parte, il partito democratico è diventato sempre più il partito dei diritti civili e della giustizia sociale, pur con diversità politiche notevoli al suo interno.[117] Attualmente i sintomi di una coscienza sociale trovano un interlocutore attento quasi esclusivamente in quel partito che recepisce le istanze a favore dei diritti umani e le inquietudini sociali del paese.

Nel clima pre-elettorale del 2020, la difesa dei diritti umani e la necessità di riformare il sistema dell’immigrazione fanno parte del dibattito elettorale del partito democratico. Le dimostrazioni di mobilitazione sociale sopra ricordate sicuramente ne hanno influenzato la dinamica, ma i meccanismi interni di quel partito a volte prescindono dalle dinamiche sociali e culturali.  Il desiderio di sostituire il clima di ostilità aprioristica contro gli immigranti (sostenuta attualmente dal GOP) con un’apertura attenta alla difesa dei diritti umani è importante nella posizione del partito democratico, anche se il tema dell’immigrazione non è dominante e, come già anticipato in precedenza, ci sono differenze non marginali nelle posizioni dei vari membri del partito democratico per quanto riguarda le misure di controllo e la protezione della frontiera meridionale del paese, la criminalizzazione dell’immigrazione clandestina, con conseguenze non marginali su come affrontare la tematica degli immigranti irregolari in arrivo. Il risultato delle prossime elezioni presidenziali potrebbe essere la cartina del tornasole per verificare se le forze dell’aggressività e della divisione, simbolicamente rappresentate dalla presidenza Trump, saranno sconfitte dalle forze della difesa dei più deboli, degli emarginati, di coloro che non hanno assistenza medica, di coloro che percepiscono un reddito bassissimo, di coloro che vogliono una società aperta agli immigranti, di coloro che sono preoccupati degli effetti dannosi del cambiamento climatico, di coloro che difendono una cultura per la tolleranza. Anche se il risultato elettorale è tutt’altro che scontato, la dinamica degli Stati Uniti rende possibile immaginare che esista uno spazio affinché si creino le condizioni politiche per voltare pagina, avviando un’evoluzione dei rapporti sociali in favore dell’accoglienza, della tolleranza e del dialogo, anche se, al momento attuale, tutto ciò è solo un auspicio. Nonostante questa nota di ottimismo, tuttavia, il pubblico americano non ha ancora subìto una totale evoluzione culturale a favore della tolleranza e del dialogo rispetto all’aggressività e alla difesa dal diverso. La polarizzazione tra posizioni estreme è ancora dominante nell’opinione pubblica, esasperata per anni da atteggiamenti negativi verso gli immigranti, legati alle contraddizioni profonde del paese radicate nella sua storia. Molti americani continuano ad essere indifferenti, tiepidi o scettici sulle tematiche migratorie e pregiudizi contro gli immigranti continueranno ad essere frequenti, così come contro altre minoranze o gruppi sociali. 

Non possiamo dire che queste possibilità politiche siano riscontrate in molti altri paesi occidentali, anche se esistono i sintomi di una coscienza sociale che sono riflessi negli orientamenti di molte forze politiche. Purtroppo, non sembra che queste forze politiche aperte alle tematiche dei diritti e dell’immigrazione abbiano avuto finora i successi elettorali necessari per realizzare tale trasformazione culturale.  Nelle pagine che seguiranno, esaminerò il caso italiano, ove finora dominante è stato il pessimismo per un cambiamento culturale di questa natura, anche se emergono segnali di un cambiamento in corso. Analoga analisi dovrebbe essere condotta per qualsiasi altro paese europeo, verificando le condizioni per lanciare una rivoluzione da opporre alla cultura dell’odio e verificare le sue implicazioni politiche.

         * Un fenomeno tutto italiano: il movimento delle “sardine”

In Italia il polarismo tra posizioni estreme sull’immigrazione interagisce con la sostanziale instabilità politica e l’estrema fragilità dei partiti politici.  Partiti nuovi e movimenti populisti si sono succeduti in questi ultimi 25 anni, con una crescente disaffezione per la politica e l’affermazione dell’antipolitica. L’involuzione delle politiche migratorie nel nuovo millennio ha coinciso con il crescente peso della destra e la sostanziale debolezza delle forze di centro e di sinistra. È perciò lecito supporre che non ci siano le condizioni per opporre la cultura dell’odio con valide alternative, visti i risultati elettorali alle politiche del marzo 2018 e alle europee del 2019, che hanno confermato l’affermazione dominante del centro-destra.[118] Eppure, non mancano sintomi di una coscienza sociale, espressi in forme che manifestano un’apertura altruistica nei confronti degli immigranti e un risentimento contro la crescente indifferenza per i dimenticati. Fu nel corso del 2019 che la risposta generosa dei giovani nel mondo intero ai Venerdì promossi da Greta Thunberg portò migliaia di studenti italiani a dare testimonianza della loro coscienza civile su tematiche cruciali come la difesa dell’ambiente, stupendo l’opinione pubblica. Non mancarono allo stesso tempo manifestazioni di ogni genere direttamente indirizzate ai problemi degli immigranti. Il leggero recupero del PD alle europee del 2019 mostrò che una parte dell’elettorato (anche se ancora minoritaria) mostrava di rigettare la cultura dell’odio. Si trattava di basse percentuali, pur se l’assenteismo elettorale (che dal 27% del 2018 era passato al 45,5% nel 2019) mostrava che una parte consistente degli elettori non era disposta a seguire in modo esplicito le forze sovraniste.

Tuttavia, i dati politici delle recenti elezioni (anche regionali) e i sondaggi di opinioni fino all’aprile del 2020 (quando sto scrivendo queste righe) confermano la debolezza dei partiti del centro-sinistra e della sinistra (pur con piccole oscillazioni che alcuni interpretano come segnali di ottimismo), mentre la maggioranza relativa degli elettori o delle intenzioni di voto sostengono le forze di destra.[119] Tutto ciò sembra ribadire l’affermazione di una cultura di ostilità contro gli immigranti, nonostante i sintomi di una coscienza sociale. Le speranze di una contro-rivoluzione culturale per un’apertura alla solidarietà sembrano scarse in Italia.[120] A questo si aggiunga la frequenza sempre più “sfacciata” di dimostrazioni violente delle forze eversive di destra. Nel corso del 2019 si intensificarono episodi di violenza, con sfregi ed espressioni simboliche di razzismo.[121] Allora, l’Italia va a destra? Sono i sintomi di una coscienza sociale incapaci di produrre un effetto significativo sulle tendenze culturali dell’Italia?

Eppure, qualche novità sta emergendo nel nostro paese, che giustifica una riflessione. Con la caduta del governo a guida Lega e M5S nell’agosto 2019, e la sua sostituzione con la coalizione tra M5S e le forze del centro-sinistra, anche in Italia si è prospettata un’alternativa, anche se la nuova coalizione politica ha una fragile maggioranza parlamentare, favorita solo dall’oscillazione (tutt’altro che scontata) del M5S verso il centro-sinistra, mentre i sondaggi danno ancora la coalizione di destra potenzialmente vincente. Tuttavia, esiste una possibilità teorica che una maggioranza della popolazione italiana, tuttora silente e parzialmente passiva, possa esprimere sentimenti alternativi all’astio per i diversi, per gli emarginati e per gli immigranti. Sommando la percentuale degli elettori che non hanno votato alle ultime europee (45,5%) ai sostegni a favore del centro-sinistra, della sinistra e del centro aperto all’immigrazione (tipo +Europa), arriviamo a più del 60% degli elettori italiani che non appoggiano esplicitamente le posizioni sovraniste. È questa una maggioranza silenziosa da opporre alla cultura dell’odio? O è questo soltanto un sogno di idealisti buonisti?  La risposta forse è una via di mezzo. Non possiamo dire che l’assenteismo elettorale sia una forza a favore dell’accoglienza, ma di sicuro non sostiene la cultura dell’odio.

Il fatto è che dietro l’apparente appiattimento del quadro politico su posizioni sovraniste, qualcosa di nuovo sta avvenendo e non va sottovalutato. In primo luogo, il sostegno degli elettori alle formazioni di destra, anche se significativo, non è così dominante: sembra bloccato ad un livello sì elevato, ma mai maggioritario, infatti non riesce a superare il 50% dell’opinione pubblica (rispetto all’intera popolazione adulta, e non solo dei votanti), nonostante le varie vittorie elettorali della destra (che ignorano tuttavia gli astenuti).  Inoltre, dopo il crollo del primo governo Conte e l’avvento della nuova coalizione governativa, la percezione sul ruolo della politica migratoria sta cambiando. Nessuno si sarebbe mai aspettato che l’opposizione totale all’immigrazione gridata con veemenza da Salvini potesse all’improvviso essere messa in dubbio negli umori popolari, ma questo è esattamente ciò che sta avvenendo. Nel frattempo, l’arrivo di un nuovo ministro dell’interno, Luciana Lamorgese, nel settembre 2019, ha rappresentato un freno non marginale alla direzione precipitosa intrapresa da Salvini, fatta di proclami clamorosi, porti chiusi e misure restrittive mai viste. Anche se la nuova coalizione governativa ha ritardato i tempi per ribaltare i due decreti sicurezza, la musica al Viminale è cambiata, e la politica migratoria della nuova ministra dell’interno ha cominciato a declinare possibili termini di una politica di accoglienza, accompagnata di dichiarazioni che confermano un diverso approccio ideale.[122]

Questo mutamento del quadro politico, tuttavia, non implica automaticamente il cambiamento culturale dell’opinione pubblica italiana, anche se modifica il contesto politico in cui questa opinione si forma. Resta la disaffezione degli italiani verso la politica e verso i partiti politici, per la loro inadeguatezza come interpreti delle esigenze sociali, e questo giustifica perplessità sulla possibilità di introdurre una contro-rivoluzione culturale che abbia presa politica. Le dichiarazioni di Enzo Mauro e di Walter Veltroni e la posizione della Lamorgese[123] pongono quesiti fondamentali sul deterioramento del quadro culturale in Italia e sull’esistenza di uno spazio nell’elettorato non allineato su posizioni sovraniste, per lanciare piattaforme alternative. Ma fino a poco tempo fa, nessuno avrebbe mai pensato che ciò fosse sufficiente per superare lo stallo dell’opinione pubblica avversa all’immigrazione. Il basso tasso di partecipazione elettorale è stato sempre interpretato come sintomo di apatia politica e di delegittimazione di qualsiasi processo politico, e non come indicazione di una rivolta culturale.

Ma un fenomeno nuovo è apparso alla fine del 2019 e agli inizi del 2020 che ha mostrato che esiste un serbatoio di coscienza sociale in Italia che non è solo un sogno di pochi idealisti, ma una realtà pronta ad incidere sulla politica. Il fenomeno è la nascita del movimento delle “sardine”, che è assurto in tempi brevi agli altari della massima visibilità mediatica, prima delle elezioni regionali della Regione Emilia-Romagna del 26 gennaio del 2020, provocando un’inattesa mobilitazione sociale che ha prodotto effetti politici concreti in tempi molto stretti.  Ma il movimento delle sardine non nacque dal nulla. Sorse, si sviluppò e si affermò in un’occasione molto specifica: l’appuntamento elettorale del gennaio 2020 per le elezioni regionali in Emilia-Romagna. Dopo le sconfitte elettorali alle politiche del 2018, alle europee e alle maggiori elezioni regionali del 2019, le forze progressiste considerarono le elezioni in Emilia-Romagna come l’ultima spiaggia per salvarsi dalla valanga della destra italiana, la linea di resistenza finale, superata la quale l’espansione delle forze conservatrici sovraniste sarebbe divenuta inarrestabile. Da più parti nel fronte del centro-sinistra si temeva di non poter resistere all’ondata devastante della destra,[124] e non pochi temevano che il centro-sinistra avrebbe perso anche in Emlia-Romagna, così come nelle altre elezioni regionali e si preparavano all’inevitabile sconfitta, consapevoli della loro debolezza elettorale.[125]

Ma il fenomeno nuovo non trovò origine nei partiti politici, troppo deboli ed incapaci di mobilitare le piazza.  Fu il movimento nato a Bologna con la denominazione di “6.000 sardine contro Salvini” che cambiò le carte in tavola, un’iniziativa spontanea pensata come “anticorpo” contro Salvini, lanciata da persone sconosciute nell’ambiente della politica. Molti promotori del movimento[126] erano i c.d. “senza partito”, pacifisti, ecologisti, difensori dei diritti umani.  Molti erano il risultato del processo di istruzione che li aveva portati a continuare gli studi superiori in Europa, la generazione Erasmo, abituati a varcare le frontiere, a interloquire con gente di tutte le culture, per i quali il linguaggio del sovranismo era non solo assurdo ma insopportabile. Altro che la politica dei porti chiusi, ma semmai quella dell’accoglienza. Molti avevano perso qualsiasi appartenenza ad un partito politico, rimasti delusi o esclusi dal PD o dal M5S, vecchi sostenitori del LEU e del SEL, in attesa di una qualche collocazione politica. Molti erano attivi in iniziative di accoglienza per immigranti e coinvolti in cooperative o associazioni che assistevano immigranti o persone vulnerabili, o comunque impegnati nel sociale. Molti avevano accumulato esperienze interessanti ma condividevano la condizione prevalente di precarietà che colpisce gran parte del mondo giovanile del lavoro. Generalmente diffidavano dei partiti tradizionali, dai quali si erano sentiti traditi, ma dimostrarono una convinzione profonda a sostegno dei valori civili e umani, una insofferenza per la cultura dell’odio ed un desiderio di elevare il livello della politica.

L’uso dell’espressione “sardine” intendeva sottolineare la necessità di riempire le piazze con una folla di individui, “stretti come sardine”, non gruppi di potere ma i più piccoli ed indifesi, scegliendo un pesce così minuscolo e umile come la sardina, che tuttavia, unita avrebbe dimostrato la sua forza. Le sardine si muovono in massa, una vicina all’altra, e questo ispirò l’idea di occupare uno spazio pubblico tralasciato dai partiti politici, delegittimati e incapaci di mobilitare l’interesse popolare.[127] Le sardine avevano anche un valore metaforico per il tipico silenzio dei pesci, da contrapporre ai politici che “urlavano” i loro messaggi di odio nelle piazze italiane.  Per acquisire visibilità, il movimento utilizzò gli stessi social media utilizzati dai sovranisti per manipolare l’opinione pubblica, raggiungendo un enorme pubblico in pochi giorni, ma utilizzarono anche metodi tradizionali come il volantinaggio e la creazione di “banchi del pesce”, tavoli ubicati nelle strade per distribuire una quantità enorme di simboli di cartone con l’immagine delle “sardine” da sventolare nei raduni. Le manifestazioni delle sardine sono state sempre gioiose, in grado di mobilitare l’entusiasmo di forze giovanili.[128] Le sardine riuscirono a portare nelle piazze italiane folle numerose di giovani tra i 20 e i 40 anni di età, cui si aggiunsero altri di ogni condizione sociale ed età. L’obiettivo era quello di fermare l’avanzata della Lega che anelava alla presidenza della regione Emilia-Romagna, roccaforte tradizionale della sinistra. Matteo Salvini aveva lanciato la sfida elettorale sostenendo la candidatura di Lucia Borgonzoni della Lega e il candidato alternativo era il governatore uscente Stefano Bonaccini del PD.

Il tutto cominciò con l’organizzazione di una prima manifestazione per contrastare un evento elettorale organizzato da Salvini a Bologna il 14 novembre 2019. Il gruppo promotore delle sardine lanciò un evento parallelo via Facebook, proponendo un raduno alternativo da tenersi il giorno dopo sempre a Bologna, ma nel cuore storico della città, a piazza Maggiore, per dimostrare che esisteva una “maggioranza” non più disposta a tacere di fronte alla propaganda di Salvini.[129] Il successo dell’iniziativa fu strabiliante e, da fenomeno esclusivamente cittadino, si estese rapidamente a livello regionale e nazionale, con manifestazioni addirittura anche all’estero, mobilitando, in tempi incredibilmente brevi, masse ingenti di persone disposte a dichiarare a chiare lettere la loro completa opposizione al populismo e al sovranismo espresso dalla destra italiana, particolarmente dalla Lega e da Fratelli d’Italia. 

Inizialmente il mondo politico non capì di cosa si trattasse e non riuscì a decifrare immediatamente il significato e la portata del movimento. Ma la sorpresa maggiore fu che quel tentativo di mobilitazione non solo funzionò, ma produsse un risultato politico superiore a qualsiasi aspettativa. Anche se Salvini cercò di minimizzare la dimensione del movimento, definendo le sardine come degli ‘imbecilli dei centri sociali, i nuovi squadristi’, le sardine riuscirono a fermare l’avanzata della Lega. La candidata della Lega ottenne il 43,63% delle preferenze, mentre Stefano Bonaccini, candidato del centro-sinistra, riuscì a raggiungere il risultato inatteso del 51,42%. [130] Ciò dimostrò a grandi lettere che nella società italiana esistono risorse culturali che esprimano una resistenza in grado di arrestare il panico generale suscitato dall’avanzata della cultura dell’odio e della paura e di produrre risultati politici concreti.

Un punto cruciale del movimento è la riscoperta di quella che le sardine hanno chiamato la Dignità della Democrazia, riportando la politica al suo livello più elevato, credendo nella politica con la "P maiuscola", attenuando i toni del confronto politico che negli ultimi anni ne avevano degenerato il linguaggio. Nel suo programma iniziale e nelle modalità con cui si è affermato, il movimento ha denunciato apertamente il sovranismo ostile agli immigranti e il populismo che manipola i social media compromettendo trasparenza nelle comunicazioni, rinunciando alla violenza verbale e alla politica urlata nelle piazze, fondata su slogan e sulla distorsione della verità.[131] Nonostante l’attenzione speciale attribuita all’accoglienza degli immigranti, il programma delle sardine non si esaurisce nella politica migratoria, ma si fonda sull’urgenza di contrastare qualsiasi fenomeno di intolleranza, di razzismo, [132] d’istigazione all’odio e alla violenza. Il movimento professa apertamente il suo antifascismo, si ricollega ai valori della resistenza, e difende il perseguimento della giustizia sociale ed il rispetto dei diritti umani, proponendosi come punto di incontro tra generazioni, un nesso comunicativo tra di loro, sollecitando un ritorno alla partecipazione e prospettando ai cittadini il valore della diversità e della pluralità come opportunità.[133] L’azione politica delle sardine è definita nel solco dei principi e dei valori della Costituzione della Repubblica Italiana, e considera priorità assoluta lo sviluppo del Mezzogiorno, il cui problema centrale non è la difesa dall’invasione degli stranieri, ma la promozione di opportunità, declinando la sinergia tra accoglienza e permanenza. Il movimento delle sardine declina un nuovo concetto di sicurezza, che supera la nozione di “sicurezza dallo straniero”, ma persegue la sicurezza di un lavoro e sul lavoro, la sicurezza sanitaria, e l’accesso a una istruzione di qualità.

Il fenomeno delle sardine è stato anche chiamato rivoluzione sardinistica, fondata sul civismo e sul rispetto della persona, o semplicemente sardinismo. Il musicista Ezio Bosso ha suggerito di chiamarlo sardinitudine, un neologismo derivante da una “crasi” tra sardine e solitudine,[134] in contraddizione con il fatto che le sardine si muovono in banchi numerosi e fitti, e non sono pesci solitari.  Ma questa espressione sottolinea anche l’alterità del fenomeno e la sua unicità, a comprova del desiderio di non essere più soli, cercando solidarietà e forza nel gruppo.

La natura apartitica del movimento delle sardine destò immediatamente molti quesiti sulla sua vera natura, sulla sua capacità organizzativa, [135] e sul suo futuro.  Il successo inatteso ed esplosivo di quel movimento giustifica la curiosità sulle ragioni di questo esito rapido e strepitoso. Simile successo è spiegabile solo nel fatto che i suoi sforzi si sono concentrati sin dall’inizio su obiettivi limitati e di immediata realizzazione (riempire le piazze, organizzare flash mob, chiamati fishmob, condividere un programma di poche parole),[136] ma ancor più nella circostanza cruciale che esiste un insospettato terreno fertile nella società italiana, che anela da tempo a rivendicare una resistenza vigorosa contro il populismo ed il sovranismo. Troppi silenzi si erano accumulati in Italia sulla necessità di tornare a valori umani come dialogo, solidarietà, accoglienza, non violenza, antifascismo, antirazzismo, partecipazione, creatività e innovazione.[137]  Il sardinismo ha dimostrato che quei valori possono riempire quel silenzio e influenzare ancora, dalle piazze, le scelte politiche, avvantaggiandosi della genuinità e della freschezza del messaggio che, pur apparendo a volte ingenuo, sono la forza del movimento, capace di attrarre folle impreviste, senza alcuna bandiera partitica. È stato quell’approccio che ha garantito una grande partecipazione popolare, condizione necessaria per produrre l’ambita rivoluzione culturale.

La natura spontanea ed estemporanea con cui il movimento delle sardine è nato e si è affermato in Italia ha destato molta attenzione anche in altri paesi europei ove fenomeni di populismo e di sovranismo sono altrettanto frequenti.[138] Molti si sono chiesti se ci siano le condizioni per replicare questo fenomeno anche in paesi come la Spagna, la Francia, la Germania o il Regno Unito.  Naturalmente la natura specifica del sardinismo, legata alle condizioni molto locali in cui è sorto, ne limita la replicabilità del fenomeno in altri paesi, per lo meno negli stessi termini, anche se l’esistenza di forze silenti portatrici di quei valori è confermata in molti altri paesi.  Forse, come nel caso dei Fridays di Greta Thunberg, occorre trovare la scintilla per accendere risorse sopite all’interno dei vari paesi per esprimerle in modo altrettanto vigoroso in concomitanza con momenti politici decisivi, da decifrare nella realtà di ogni paese, in grado di produrre un impatto altrettanto amplio e tangibile.

D’altronde non siamo certi neanche del futuro del sardinismo in Italia: il suo successo potrebbe svanire con la stessa rapidità con cui è apparso. Il panorama politico italiano continua ad essere molto volatile, ed è difficile prevedere al momento attuale quali saranno le conseguenze economiche, sociali e politiche della pandemia del COVID-19, e la sua interazione con il tema migratorio. I sondaggi attuali fanno prevedere che, in caso di elezioni, le forze del centro-destra potrebbero risultare vincenti, ma allo stesso tempo il movimento delle sardine ha dimostrato che ci possono essere evoluzioni politiche impreviste che potrebbero alterare il risultato elettorale con un possibile impatto sulle maggioranze parlamentari e sulle coalizioni governative.  Attualmente, le sardine sono in una fase di riflessione,[139] e non intendono trasformarsi in un partito politico, restando un movimento culturale che lavora dal basso, aprendo le coscienze individuali per combattere intolleranza, xenofobia, razzismo, omofobia, inciviltà nei rapporti interpersonali, e stimolare la partecipazione dal basso alla vita politica. La sua pagina Facebook nell’aprile 2020 rivela un clima diverso da quello pre-elettorale del gennaio scorso. Pur confermando l’entusiasmo per obiettivi di solidarietà e di sostegno ai rifugiati e agli immigranti, il movimento promuove iniziative di raccolta di fondi quali #maresolidale e, sotto la pressione del COVID-19, la mobilitazione di risorse umane e finanziarie per assistere gli italiani maggiormente colpiti dall’emergenza sanitaria, nonché per l’acquisto di ventilatori per terapie intensive per i colpiti dal virus. 

Di fronte all’incertezza della situazione politica italiana, ancora molto fragile, e la forza elettorale della destra espressa nei sondaggi, non è certo che le energie che sono state mobilitate per le elezioni regionali dell’Emilia-Romagna potranno essere di nuovo essere sollecitate per nuovi appuntamenti politici, e non possiamo anticipare se ci saranno le condizioni per ripetere il miracolo compiuto alle regionali del gennaio 2020.  La sfida è aperta: riusciranno le forze sociali che hanno trovato espressione nel movimento delle sardine ad esprimersi di nuovo in futuro, vista la debolezza dei singoli partiti? Diversamente da quanto succede negli Stati Uniti, ove il partito democratico americano riesce ad incanalare, ben o male, le istanze per una cultura aperta alla solidarietà e alla difesa dei diritti civili, questa prospettiva è incerta sia in Italia che in molti altri paesi occidentali, ove i partiti al potere o sono troppo deboli per poter esprimere queste aspirazioni con azioni decise, o sono troppo concentrati in visioni miopi di corto raggio, preoccupati di non disturbare un elettorato conservatore e scettico.

Il movimento delle sardine ha dimostrato che questa sfida è possibile, perché le istanze culturali che ha portato avanti erano solide e largamente condivise dalla società, ma la sua replicabilità su scala nazionale o internazionale è tutt’altro che scontata. Il sardinismo ha provato che cambiare il linguaggio comunicativo della politica è possibile, influenzando anche quello delle istituzioni pubbliche italiane in pochi mesi.  Esiste quindi una speranza, anche se moderata da una notevole dose di realismo.  Ogni paese occidentale possiede forze genuine al suo interno che invocano la difesa della dignità della persona e la protezione dei deboli, ma le coscienze individuali si mobilitano spesso solo attraverso i corpi intermedi della società civile, per generare stimoli alla politica, e hanno bisogno di circostanze storiche specifiche che permettano il pieno dispiego delle loro energie, così che istanze culturali innovative possano sostituirsi alle paure contro nemici immaginari che la cultura dell’odio ha propagato, promuovendo dal basso approcci improntati alla solidarietà per trovare sbocchi concreti nei processi politici.

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      N O T E

[1] Una legge, in quanto tale, va applicata poiché crea un obbligo giuridico ad ottemperarla, dura lex sed lex.

[2] Vedi al riguardo Giuseppe Guarino, già docente di istituzioni di diritto pubblico all’Università degli Studi di Roma (ora La Sapienza), che illustrò in modo esauriente un concetto analogo a quello da me qui citato, nel suo libro “Scritti di diritto pubblico dell’economia e di diritto dell’energia”, pubblicato nel 1962 da Giuffré (Milano).

[3] L’importanza del consenso sociale vale anche in una società autoritaria. Pur non potendo il consenso sociale esprimersi attraverso processi democratici o i canali di espressione del libero pensiero, anche i dittatori ne hanno bisogno. L’incisività delle loro politiche si deve sempre misurare con l’opinione pubblica, nonostante la loro capacità di imporre decisioni in modo unilaterale. La popolarità dei regimi autoritari è una condizione essenziale per la loro sopravvivenza ed evitare il rischio di rivoluzioni e contro-rivoluzioni, colpi di stato e trame di palazzo, ed assicurarsi il controllo delle masse, riducendo la frequenza con cui ricorrere a dure misure repressive per imporre leggi dall’alto. Questo spiega l’importanza di ministeri della propaganda o simili istituzioni, così frequenti nei regimi dittatoriali, che hanno il solo scopo di assicurarsi l’apparenza di un grande sostegno popolare: la propaganda politica si alimenta di grandi campagne pubblicitarie, di manifestazioni di massa, di piazze gremite di gente che applaude il leader politico e gioisce per le sue decisioni politiche, parate celebratorie che creano l’illusione di un grande sostegno popolare, anche se solo apparente e risultante da processi di indottrinamento e di coecizione.

[4] Il legame tra consenso sociale e applicabilità delle leggi è complesso, e non si applica ad ogni norma giuridica o ogni aspetto di una specifica legge, ma si riferisce alla necessità di mobilitare il sostegno dell’opinione pubblica all’orientamento generale del quadro legislativo che certe politiche esprimono.  C’è da dubitare che il concetto sia praticabile in aree ove i singoli cittadini abbiano interessi opposti all’oggetto della legge, per esempio per le leggi fiscali.  Far dipendere l’imposizione di nuove tasse dal consenso esplicito dei cittadini può non essere fattibile (infatti, in Italia la materia tributaria non può essere oggetto di referendum abrogativo).  Nonostate questi limiti, il consenso sociale svolge un ruolo anche in aree conflittuali. Il sostegno sociale si riferirà, ad esempio, alla funzione fiscale del governo in carica e agli orientamenti generali della politica economica espressa da quell’esecutivo in funzione del perseguimento di un elevato livello di benessere economico e sociale per il paese, senza bisogno di riferirsi ad ogni norma specifica. Allo stesso tempo, è anche vero che certe misure tributarie (ad esempio una proposta di elevare il livello dell’IVA o sulle imposte indirette sulle vendite) sono spesso oggetto di controversie pre-elettorali, dimostrando che il sostegno sociale è essenziale anche per provvedimenti legislativi di questa natura.

[5] Una politica di apertura all’immigrazione, in condizioni di crescita economica, permette la liberazione di ingenti risorse che potrebbero essere utilizzate anche per meglio affrontare i problemi sociali delle classi sociali marginalizzate.

[6] Le insofferenze che esprimo la paura o l’avversione verso i diversi si estendono anche all’intolleranza nei confronti dei raduni di immingranti, visti con sospetto come riunioni sediziose.  Un mero picnic tra etiopi viene confuse con una minaccia all’ordine pubblico di un gruppo facinoroso. La gente può manifestare avversione per l’uso frequente che i migranti fanno della loro lingua materna in conversazioni ascoltate in luoghi pubblici (non è infrequente sentire residenti esprimere il proprio dissenso all’udire immigranti che parlano ad alta voce nella propria lingua, magari per strada o mentre viaggiano su di un autobus).

[7] L’immigrazione produce ovunque processi di integrazione, che si sovrappongono alle rivalità del passato, dando luogo a forme imperfette di “fusione” (melting), generando nuove realtà. Ma a volte la fusione è solo apparente, o riguarda soltanto alcuni aspetti della vita sociale. La melting pot, il calderone che dovrebbe fondere origini nazionali molto diverse, spesso significa adottare abitudini comuni, valori fondamentali della nuova società, mantenendo alcuni aspetti della cultura ereditata dal paese d’origine. Per alcuni versi, è bene che la fusione non porti all’appiattimento completo delle differenze culturali, che possono essere ricchezze da non perdere, riflettendo  tradizioni che appaiono nei cibi preferiti, nelle radici religiose, nelle festività, nei valori famigliari e nei modi di interloquire con la gente. Ma i contrasti possono permanere nel tempo in modo acuto, specialmente se legati a discriminazioni razziali e a esclusione sociale.

[8] Vedi S. Castles, H. De Haas & M.J.Miller (2014), “The Age of Migration – International Population Movements in the Modern World”, cit. e T. J. Hatton & J.G. Williamson (2005), “Global Migration and the World Economy – Two Centuries of Policy and Performance”, The MIT Press, Cambridge Massachussets/London England.

[9] Dalle zone rurali a quelle urbani, o da aree depresse ad aree più dinamiche.

[10] La mancanza di conoscenze viene spesso compensata da anneddoti, cliché e stereotipi considerati come “prove inconfutabili”, non di rado fondati su mistificazioni della realtà (le c.d. fake news) espresso in facili slogan.

[11] Queste difficoltà spesso sono analoghe a quelle che impediscono a persone di diverso ceto sociale o di diverso livello culturale a stabilire un dialogo efficace che superi le barriere delle diversità, anche se si tratta di individui appartenenti alla stessa popolazione nazionale.

[12] Molti di questi pregiudizi sono stati esaminati in altre parti di questo saggio, ad esempio nella Parte III sulla criminalizzazione degli immigranti, nella Parte VI sulla natura del processo migratorio e nella Parte VIII/A e B sui benefici dell’immigrazione.  Vedi al riguardo anche T. J. Hatton & J.G. Williamson (2005), “Global Migration and the World Economy …” cit., capitolo 16, pag. 341.

[13] Vedi Parte VI di questo saggio, in particolare la sezione 12 su “Uno sguardo d’insieme alla realtà dell’emigrazione dal sud del mondo” e Parte VIII/B, sezione 8 su “Il contributo demografico dell’immigrazione”.

[14] Questi pregiudizi sono stati abbondantemente analizzati nella Parte VIII.

[15] Queste situazioni sono state già esaminate, in parte, nella Parte VIII di questo saggio.

[16] Nella Parte VIII abbiamo visto alcuni di questi problemi, parlando dei costi fiscali dell’immigrazione ed il loro peso sull’erario nazionale. Qui, però, stiamo parlando dei pregiudizi che attribuiscono agli immigranti la responsabilità di aver creato i problemi sociali sopra esemplificati.

[17] I risultati elettorali alle europee del maggio del 2019 registrati in comuni italiani come quello di Lampedusa e di Riace, che in passato hanno mostrato grande coraggio a sostegno per gli immigranti in arrivo dall’Africa, dimostrano che alcuni settori di quelle popolazioni hanno raggiunto un livello di saturazione nell’offrire solidarietà a favore degli immigranti, forse perché frustrati da un prolungato oblio da parte dello stato per le necessità di quelle comunità, considerate come abbandonate ad affrontare i problemi dell’immigrazione, senza adeguato sostegno della comunità nazionale o internazionale. O forse perché il sostegno all’accoglienza, prolungato nel tempo, ha generato costi elevati, scarsamente registrati dai media, che la comunità locale non è più disposta a sostenere. Vedi, ad esempio, la riduzione del turismo (attività economica centrale di alcune località) dovuta alla elevata frequenza di sbarchi di immigranti irregolari, che possono “spaventare” i vacanzieri in certe spiagge.

[18] La guerra tra poveri tra residenti in condizioni emarginate della società nazionale e gli immigranti non va esagerata. Assistiamo anche a dimostrazioni di solidarietà nei confronti degli immigranti espresse da persone appartenenti alle classi sociali più umili, che continuamente dimostrano spinte generose per soccorrere naufraghi ed accogliere rifugiati.  L’empatia tra persone che soffrono deve essere riconosciuta come uno dei valori umani più encomiabili delle nostre società.

[19] Probabilmente i servizi che dovrebbero essere predisposti per i cittadini residenti sono finanziati da voci del bilancio statale o comunale completamente diverse da quelle utilizzate per le politiche di assistenza agli immigrati, e sono gestiti da istituzioni o canali diversi. Ma anche se fossero finanziati sulle stesse rubriche di bilancio, o fossero gestiti dagli stessi enti (come nel caso degli asili nido), la soluzione non sta nel distogliere l’appoggio offerto agli immigranti per concentrarlo sui residenti, ma semmai nel metter a punto un adeguato sostegno alle classi sociali più vulnerabili con appropriate politiche nazionali o locali, che comprenda sia i cittadini residenti che gli immigranti.

[20] Era il concetto di “creolo” usato sin a partire del XVI secolo per distinguere i figli di europei (specialmente francesi e spagnoli) nati nelle colonie americane rispetto agli immigranti nati in Europa e le popolazioni indigene. I “creoli” vantavano diritti di maggiore “autenticità” nel loro rapporto con il territorio coloniale, avendovi trascorso l’intera vita sin dalla nascita, diversamente dagli immigranti, che ancora si potevano considerare legati da rapporti privilegiati di lealtà nei confronti del paese d’origine, la c.d. madre-patria. Il termine “creolo” non ebbe molto successo nel Nord America, ove è interpretato maggiormente con riferimento ai discendenti degli europei nei Caraibi (Indie occidentali) o, nel meridione degli Stati Uniti (specialmente in zone di precedente colonizzazione francese o spagnola), inteso come incrocio razziale tra popolazione di origine africana e popolazione di origine europea. Ma il concetto originale di quell’espressione fu ben presente anche tra i coloni americani che costituirono gli Stati Uniti d’America, pur non utilizzandone il termine. L’intera guerra d’indipendenza dalla corona britannica si basava sulla fondamentale diversità tra chi aveva rapporti ben radicati nel territorio americano, perché vi era nato, rispetto a chi ancora si sentiva fondamentalmente un suddito della corona britannica: questa nozione, che si sancì nel concetto di ius soli integrato nella Costituzione repubblicana, era a volte confusa durante la guerra d’indipendenza, poiché non tutti i patrioti americani erano nati e cresciuti nei territori coloniani, e alcuni inizialmente si consideravano ancora cittadini britannici. Ma il concetto si affermó rapidamente nel corso del processo d’indipendenza, quando fu consolidata la nozione di “nazione americana” ben distinta dalle sue origini britanniche.  L’applicazione del termine “creolo” si è andata modificando col tempo, e oggi più frequentemente identifica popolazioni meticce o discendenti di padre o madre europea (o “razza bianca”) e altro genitore di origine africana.

[21] Per quest’ultimo, l’acquisizione della cittadinanza è un evento solo eventuale, che passa attraverso il processo di “naturalizzazione”, che è tutt’altro che automatico. Anche nei paesi ove non si applica lo ius soli, come in Italia, la circostanza di essere nato nel paese ospitante rappresenta spesso una ragione in più addotta per rinforzare la distinzione tra “noi e loro”, trascurando il fatto che aver trascorso l’infanzia nel paese ospite e aver seguito il corso di formazione scolastico in quel paese genera un naturale processo di assimilazione culturale. Questo è un fenomeno evidente nel caso dei Dreamers negli Stati Uniti.

[22] Il tal modo, l’ostacolo “fisico” dello ius soli viene esteso nel tempo a livello multi-generazionale. È il richiamo al fantomatico ius sanguinis, che definisce l’autenticità dell’appartenenza ad un certo paese solo se confermata attraverso ripetute generazioni che vi hanno risieduto.

[23] Chi è di questa “contrada” non può confondersi con chi appartiene ad un’altra “contrada”, anche se contigua. Si tratta di un legame indelebile ma, se vogliamo, un concetto che ha una radice addirittura nel periodo feudale.

[24] Sulla nozione di razzismo e la sua influenza in materia migratoria, si veda ad esempio S. Castles, H. De Haas & M.J.Miller (2014), “The Age of Migration – International Population Movements in the Modern World”, cit., pag. 59-61 e 282-291.

[25]La nozione di razzismo è molto ambigua, nonostante il suo uso diffuso. Tradizionalmente si era basata su differenze biologiche tra razze, portando all’affermazione di una specie di teoria delle razze, molto popolare nei regimi nazifascisti negli anni ’30, per giustificare la completa separazione tra razze e poter imporre il dominio di una razza su altre considerate inferiori. Questo è quello che è stato chiamato razzismo biologico, che fu denominato anche razzismo scientifico, salvo il fatto che si trattava di una nozione tutt’altro che scientifica, ma semmai pseudo-scientifica, basata su una presunta distinzione biologica tra razze supposte in permanente conflitto per dominare il controllo del nostro pianeta. La base biologica e genetica di questa interpretazione del razzismo è stata completamente discreditata dalla scienza.  La realtà è che la nozione di razza è un construtto storico prodotto artificiosamente da chi intende propagandare qualche forma di razzismo, proponendo l’oppressione di un gruppo razziale da parte di un altro. Il razzismo è un tentativo di un gruppo sociale di definire caratteristiche che lo pongano in posizione di superiorità nei confronti di un altro gruppo sociale, considerato inferiore, per esercitare un potere di supremazia economica, sociale e politica, avvantaggiandosi di meccanismi di discriminazione, di esclusione sociale, di sfruttamento e di sopraffazione, e usa artificiosamente la differenziazione tra gruppi etnici identificando ora alcuni aspetti fenotipici o culturali ora altri, a seconda di ciò che considera più conveniente per esprimere la superiorità di una razza.  S. Castles, H. De Haas & M.J.Miller (2014), “The Age of Migration – International Population Movements in the Modern World”, cit., pag. 55.

Il razzismo infatti si alimenta di pregiudizi di natura culturale e costrutti fondati su argomentazioni biologiche soltanto per giustificare discriminazioni socio-economiche accumulate nella storia, pure conseguenze del colonialismo, dello schiavismo storico, e dell’antisemismo diffuso o di altri forme storiche di oppressione.

[26] L’uso dei nomi come markers di determinate etnie fu tipicamente impiegato per distinguere popolazioni di origine ebraica, specialmente quando i tratti somatici non erano sufficienti a distinguerli dagli altri gruppi “bianchi”.

[27] Vedi B. Hanlon-T.J. Vicino (2014), “Global Migration – the basics”, Routledge (Taylor and Francis Group), London-New York, pag. 53-56, e S. Castles, H. De Haas & M.J.Miller (2014), “The Age of Migration – International Population Movements in the Modern World”, Palgrave Macmillan, London (quinta edizione), pag. 58-59.

[28] Spesso le discriminazioni confondono tra un gruppo etnico ed un altro. Dopo l’attacco alle Torre Gemelle ed altri attentati terroristici, la caccia al “mussulmano” ha spesso penalizzato anche molti gruppi non islamici originari dell’Asia meridionale, semplicemente perché hanno una carnagione scura, associata “inevitabilmente” (ed erroneamente) a popolazioni di religione islamica.

[29] Erano i pregiudizi nei confronti degli immigranti cattolici o ebrei negli Stati Uniti sin dal secolo XIX, così come oggi riguardano più spesso chi professa la religione islamica.

[30] Questi diritti possono comportare limitazioni del potere “assoluto” dei genitori (o del padre) rispetto ai diritti individuali dei singoli membri del nucleo familiare, che condizionano, ad esempio, l’interferenza del marito nei confronti della moglie o dei genitori sulle decisioni dei figli, specialmente maggiorenni (per esempio, per la scelta del proprio consorte, la scelta del proprio lavoro, la scelta della propria residenza), ma questi limiti, dati per scontati nei paesi occidentali, possono essere in contrasto con le tradizioni culturali dei paesi d’origine. Ci sono immigranti che non sono abituati ad un’interferenza legale sul modo in cui vengono gestiti i rapporti all’interno della famiglia, considerati una questione esclusivamente privata, semmai regolata da convenzioni e tradizioni legate a pratiche religiose. Queste costrizioni sono acute quando generano il rischio di violenze domestiche e reati correlati.

[31] Ad esempio tra popolazione di religione buddista e quella islamica, tra cristiani e mussulmani, tra induisti e mussulmani, tra cattolici e protestanti, tra ebrei di confessione ortodossa e altre forme di ebraismo, o tra chi non professa alcuna religione e chi vuole manifestare ovunque il proprio credo religioso, o tra poteri statali fortemente areligiosi e minoranze religiose varie che si sentono perseguitate. Questi contrasti possono riguardare anche conflitti all’interno della popolazione residente, e non soltanto gli immigranti.

[32] Questa enfasi delle radici cristiane meraviglia quando è espressione di gruppi che non sono assidui frequentatori delle pratiche religiose di cui vantano le difese, e non ne condividono i princìpi fondamentali di fede, ma vantano queste radici come argomentazioni al solo scopo di erigere barriere all’immigrazione.

[33] Il pregiudizio nei loro confronti è tale che spesso è diffusa la credenza che non sia concepibile che esista un rom onesto. Questa è una condanna permante all’esclusione sociale, senza possibilità di ricorso, e ha visto la conseguenza di rifiutare o discriminare bambini rom in talune scuole in Italia.

[34] Il “nuovo razzismo” si è affermato a partire degli anni ’70 (stranamente in concidenza con l’affermazione della lotta per i diritti civili negli Stati Uniti e la fine della segregazione negli stati del sud, che imponeva maggiore prudenza da parte dei sostenitori del razzismo). Vedi al riguardo P. Gale, (2004) “The refugee crises and fear – Populist politics and media discourse”, in Journal of Sociology, December 2004, consultabile in https://www.researchgate.net/publication/258154310, e i riferimenti alla situazione prevalente in Australia.  Le varie versioni della nozione di razzismo culturale sono state elaborate nel corso degli anni ’80, per sottolineare che il razzismo, ufficialmente negato nella sua forma originale di razzismo biologico, era ancora vivo come fenomeno sociale, e non come una nozione genetica. Il brittanico Martin Barker coniò il termine “nuovo razzismo” per riferirsi a questo concetto, denominato come neo-razzismo dal francese Étienne Balibar, razzismo differenziale da un altro francese (Pierre-André Taquieff) o razzismo post-moderno dallo spagnolo Ramón Flecha.  Si vedano alcuni esempi di un’abbondante letteratura sull’argomento in Grosfoguel, Ramón (1999), "Introduction: ‘Cultural Racism’ and Colonial Caribbean Migrants in Core Zones of the Capitalist World-Economy", Review (Fernand Braudel Center), 22 (4); Balibar, Étienne (1991). "Is there a Neo-Racism?" in Étienne Balibar and Immanuel Wallerstein (eds.).”Race, Nation, Class: Ambiguous Identities”. London; Taguieff, Pierre-André (1993), "Origines et métamorphoses de la Nouvelle Droite". Vingtième Siècle. Revue d'histoire (40): 4–6; Taguieff, Pierre-André (2001) [1988], “The Force of Prejudice: On Racism and Its Doubles”, Minneapolis and London, University of Minnesota Press; Flecha, Ramón (1999). "Modern and Postmodern Racism in Europe: Dialogic Approach and Anti-Racist Pedagogies", Harvard Educational Review, 69 (2); Rattansi, Ali (2007), “Racism: A Very Short Introduction”, Oxford, Oxford University Press; Siebers, Hans e Dennissen, Marjolein H. J. (2015), "Is it Cultural Racism? Discursive Exclusion and Oppression of Migrants in the Netherlands", Current Sociology, 63 (3).

[35] L’identità etnica, spesso definita come consapevolezza etnica, è a volte interpretata in base alle caratteristiche biologiche o fenotipiche di un gruppo (legate a processi genetici, e generalmente vincolati a specifichec origini geografiche). Ma in realtà l’identità etnica è un concetto prevalentemente culturale, un sottoprodotto di processi storici dipendenti da fattori politici e sociali.  Ma l’identità etnica non è un dato oggettivo univocamente definibile, in quanto è spesso soltanto la risultante di comportamenti che enfatizzano la superiorità di un gruppo rispetto ad un altro per trarne vantaggi. In tal caso i termini razza o etnia possono essere utilizzati come sinonimi, se la razza è interpretata nel suo senso più ampio e culturale, anche se a volte si preferisce ancorarla alle caratteristiche fenotipiche di un gruppo etnico.

[36] Questa nuova nozione di razzismo divenne sempre più diffusa come conseguenza dell’immigrazione in Europa di individui provenienti dalle ex colonie ed il crescente conflitto tra differenze culturali, ma è altrettanto diffusa anche con riferimento a gruppi etnici non immigranti (come negli Stati Uniti) per rafforzare l’esclusione sociale e l’emarginazione di gruppi etnici discriminati tra i residenti, non essendo più praticabile il segregazionismo razziale su base biologica formalmente proibito in termini legali.

[37] Dietro queste posizioni si nascondono molte posizioni nazionalistiche e sovraniste, già anticipate nella Parte VII di questo saggio, nella sezione 5 su “Sovranismo e diritto a limitare l’immigrazione”.

[38] Preservare le tradizioni letterarie locali, danze folcloristiche, la musica tradizionale, ricette culinarie antiche, o valorizzare aspetti nobili delle tradizioni locali o certe ritualità della vita quotidiana non è in contrasto con il confronto con altri paradigmi paralleli che esprimano tradizioni culturali alternative. Se da un lato questi confronti possono dar luogo a fenomeni di fusione tra culture diverse, attraverso nuove combinazioni, è anche possibile che semplicemente si traducano in una varietà maggiore di offerte culturali, che permettano la loro coesistenza nelle loro individualità, nel pieno rispetto reciproco, senza che una offerta cerchi di prendere il sopravvento sull’altra.

[39] Discriminazioni razziali si riscontrano anche in alcune regioni in via di sviluppo (ad esempio, quando popolazioni di paesi africani o asiatici stigmatizzano la differenza razziale tra residenti e immigranti provenienti da paesi limitrofi, o da altre regioni interne dello stesso paese).

[40] L’auto-identificazione etnica di gruppi sociali all’interno di società multietniche è frequente e non è necessariamente negativa. A volte ha un valore quasi mitico, legato ad un sentimento di nostalgia connessa a origini lontane, perché l’identità etnica può essere minata da processi di integrazione economica e sociale che favoriscono la mescolanza etnica. In tal caso, l’identificazione etnica è un modo per sottolineare l’appartenenza primordiale ad un gruppo sociale, come dato immanente, che non è oggetto di scelta individuale ma una scelta “pre-sociale”. Secondo questo approccio, ciascuno nasce come appartenente ad un preciso gruppo etnico, salvo aver difficoltà a definirne i contorni, normalmente contestualizzato in una precisa situazione storica e culturale. Questa è la nozione di consapevolezza etnica, che ha il vantaggio di facilitare la mobilitazione etnica di individui, che potrebbero così esprimere solidarietà reciproca.

[41] Società di mutuo soccorso hanno spesso raggruppato immigranti con le stesse radici etniche per aiutare chi è in condizioni di bisogno, anche se l’identità etnica non è sempre ben definita.  Questo era molto frequente tra gli emigrati italiani nelle Americhe, che cercavano all’interno delle loro comunità un sostegno per superare le difficoltà all’integrazione in paesi di cui non conoscevano né la lingua né le tradizioni. Lo riscontriamo di nuovo tra gli immigranti di oggi, nelle comunità latino-americane, etiopi, bengalesi, cinesi, arabe, per analoghi motivi.

[42] È l’orgoglio identitario che riscontriamo tra i vari gruppi etnici che caratterizzano la popolazione degli Stati Uniti, ove molti sono orgogliosi di chiamarsi irlandesi, polacchi, armeni, ebrei, greci, libanesi, vietnamiti, filippini, indonesiani, cinesi, italiani, e via di seguito, pur essendo nati in America già da diverse generazioni. È l’orgoglio degli italiani d’America quando si riuniscono per condividere un piatto di lasagne, scimmiottando le poche parole d’italiano che ancora ricordano. È l’orgoglio con cui gruppi di filippini si radunano nel New Jersey per condividere festosamente in banchetti affollati le delizie delle loro tradizioni culinarie. È l’orgoglio degli immigranti dall’India quando si riuniscono in qualsiasi parte del mondo per celebrare annualmente il Diwali, il Festival delle Luci, commemorando il ritorno di Ram, incarnazione di Vishnu.  È l’orgoglio degli americani di origine irlandese quando sbandierano le proprie radici iberniche, celebrando la ricorrenza di St. Patrick. Gli esempi potrebbero continuare all’infinito. Si tratta di un’interpretazione sentimentale o affettiva dell’identità etnica, che unisce persone tra di loro, e non è un atteggiamento “contro” alcuno.

[43] In realtà, storicamente anche quelle invasioni spesso si tradussero in integrazioni di nuove culture con quelle preesistenti all’invasione.

[44] Le stesse Nazioni Unite sono una congregazione di stati-nazione, fondati sul principio dell’autodeterminazione, e nessuno finora ha contestato il valore di proteggere l’identità nazionale degli stati membro di quell’organizzazione, che si considera basata sul concetto parallelo di  sovranità nazionale, concetto “sacro” per qualsiasi stato, anche se la nozione di stato-nazione è stata oggetto di revisione critica intensa a partire dagli anni ’90, ponendo limiti al valore assoluto della sovranità nazionale.

[45] Sul concetto di nazione e identità nazionale si veda ad esempio S. Castles, H. De Haas & M.J.Miller (2014), “The Age of Migration – International Population Movements in the Modern World”, cit., pag. 63-66.

[46] Grandi imperi del passato erano tipici esempi di convivenza di etnie molto diverse, unificate grazie al potere autoritario di monarchi assoluti che imponevano con la forza il loro dominio su vasti territori e su popolazioni tra le più diverse. La costituzione di stati-nazione attorno a caratteristiche più uniformi (omogenee) di popolazioni accomunate da tradizioni culturali e da esperienze storiche condivisive, a volte attorno caratteristiche etniche comuni, fu avviata inizialmente in alcuni paesi con la fine del feudalesimo medioevale, portando alla formazione dei primi grandi stati-nazione, come Francia, Spagna, Paesi Bassi, paesi scandinavi, mentre altri paesi continuavano a mantenere una composizione multi-nazionale, come il Regno Unito, l’impero austro-ungarico e l’impero zarista. Ma il concetto di stato-nazione ebbe la sua massima affermazione durante l’affermazione dello stato liberale nel XIX secolo, coniugato insieme al consolidamento di princìpi fondamentali di libertà e di democrazia, di autodeterminazione e di formazione di una coscienza nazionale. L’Ottocento fu la culla del nazionalismo, nei suoi aspetti anche più positivi, con le rivoluzioni liberali che si ispiravano alle coscienze nazionali dei popoli che anelavano a unificarsi per esprimere nuove forme di partecipazione democratica. Abbiamo visto questo specialmente in nazioni come l’Italia e la Germania, in cui il lento processo storico di unificazione nazionale, associato con l’affermazione di istituzioni moderne di democrazia rappresentativa, avvenne nel corso del XIX secolo all’insegna dell’autodeterminazione, del consolidamento dell’identità nazionale, e della riappropriazione di territori da potenze straniere (per gli italiani, dal potere austro-ungarico).

[47] Un paese come l’Italia, risultante da complessi processi di unificazione, è tutt’altro che omogeneo, e secondo un simile approccio potrebbe giustificare tante divisioni regionali sulla base di questo criterio identitario portato all’esasperazione.

[48] Vedi T. J. Hatton & J.G. Williamson (2005), “Global Migration and the World Economy …” cit., capitolo 16.

[49] È sintomatico che se chiedessimo alla gente comune se ha un diverso atteggiamento psicologico per gli immigranti regolari rispetto a quelli irregolari, probabilmente avremmo come risposta una preferenza per quelli regolari, perché non hanno infranto leggi locali per entrare nel paese. Ma questa reazione potrebbe essere poi annullata dalla scarsa consapevolezza del perché un immigrante è regolare o irregolare, e l’incapacità da parte dell’intervistato di distinguere tra i due.  Forse nessuno si rende conto che basta un provvedimento legislativo per trasformare un immigrante regolare in un immigrante irregolare e viceversa, pur trattandosi della stessa persona che versa nelle stesse condizioni. Quante persone che vediamo per la strada e che consideriamo immigrati clandestini sono invece immigrati con regolari permessi di soggiorno, che lavorano e pagano le tasse? Non siamo forse impressionati soltanto da emozioni superficiali basate su pregiudizi e percezioni soggettive?

[50] Vedi T. J. Hatton & J.G. Williamson (2005), “Global Migration and the World Economy …” cit., pag. 345, e C. Dustmann e I. Preston (2000), “Racial and Economic Factors in Attitudes to Immigration” in Discussion Paper 190, Institute for the Study of Labor (IZA), Bonn, citato in T. J. Hatton & J.G. Williamson (2005), cit., pag. 351.

[51] L’omogeneità culturale ed etnica di alcuni paesi è a volte esagerata, e nasconde molte diversificazioni interne, che si sono storicamente tradotte in non poche rivalità tra gruppi regionali o etnici diversi, dimostrando che i pregiudizi non interessano solo i rapporti tra immigranti e residenti, ma anche tra residenti di uno stesso paese e gruppi nazionali diversi, specialmente se distribuiti in modo non uniforme nel territorio nazionale, soggetti a complessi processi di mobilità interna.  

[52] Tra i fattori culturali, la diversità linguistica rappresenta un elemento di particolare importanza in alcuni paesi, ove il bilinguismo o il multilinguismo rappresenta un ostacolo all’integrazione nazionale, specialmente se gli immigranti “importano” una lingua che tende ad imporsi per il suo frequente uso (come è il caso della lingua spagnola negli Stati Uniti).

[53] Differenze culturali si estendono anche a regimi giuridici e sistemi di governo, al modo di organizzare le strutture giudiziarie, alla legislazione in materia di credito e di risparmo, ai rapporti tra autorità civili e religiose.

[54] Questi falsi riferimenti moralisti camuffano affermazioni razziste con discorsi moralisti che ricordano analoghe considerazioni usate da Robert Malthus nel XIX secolo per incoraggiare la riduzione del tasso di crescita della popolazione. Ma oggi giorno, con l’invecchiamento della popolazione dei paesi capitalistici avanzati, è proprio la crescita demografica di questi ultimi paesi che è a rischio, con il rischio di condizionare negativamente lo sviluppo economico. L’immigrazione di persone più giovani in età riproduttiva, quindi, non è più vista come sfavore (come sarebbe il caso in un’interpretazione malthusiana) ma potrebbe essere considerata come un contributo positivo per colmare squilibri demografici nei paesi d’immigrazione.

[55] Gli immigranti hanno buone ragioni per evitare attività criminali, anche se ci sono situazioni in immigranti siano coinvolti in certi tipi di reati, ma queste situazioni non possono essere generalizzate. In generale gli immigranti hanno interesse a non infrangere la legge e a non scontrarsi con le forze dell’ordine, proprio per non rischiare l’espulsione dal paese. Vedi Parte III per un’analisi dettagliata della criminalizzazione degli immigranti, in cui abbiamo sottolineando il suo significato e i suoi forti limiti, anche ci sono sempre aneddoti che comprovano l’esistenza di comportamenti criminali.

[56] Certo, è difficile non giustificare la reazione di una vittima di un crimine causato da un immigrato, che può avere risentimenti nei suoi confronti e il suo disagio è oggettivo, ma estrapolare conclusioni negative da un crimine specifico e applicarlo a tutti gli immigranti è incorretto.  Gli spacciatori di droga alle uscite deIle nostre scuole e la frequenza di crimini violenti sono un problema oggettivo, e possono coincidere con una maggiore presenza di immigranti. Tuttavia, dare la responsabilità di questi crimini prevalentemente agli immigranti ignora il ruolo della criminalità nazionale. Quante volte, guardando un immigrante per la strada, pensiamo che sia un criminale potenziale? E se quello scippo fosse stato compiuto da un cittadino? Come giustifichiamo questo errore aprioristico? L’aumento delle infrazioni al commercio illegale al minuto sulle spiagge e sulle strade italiane può essere un dato obiettivo che è stato spesso collegato al coinvolgimento di immigranti irregolari come venditori ambulanti abusivi. Tuttavia, l’organizzazione di quel commercio illegale è normalmente gestita da cittadini italiani che creano reti di venditori reclutando immigranti irregolari come manovalanza. Eppure, molti accusano soltanto i venditori stranieri, e non gli organizzatori nazionali per contravvenire alle leggi del paese. Questo atteggiamento è così diffuso che crea una prevenzione contro il commercio al minuto a danno dei venditori ambulanti stranieri, anche se hanno una regolare licenza e permesso di vendita (in Italia, è significativa la quota di immigranti attivi in questa attività con permessi regolari).

[57] Ad esempio, negli Stati Uniti è stato spesso sostenuto da coloro che sono contrari all’immigrazione che nel solo 2018 almeno 10.150 cittadini americani sono stati uccisi da immigranti irregolari: si tratta di un’affermazione che dovrebbe automaticamente suscitare il disdegno del cittadino medio americano rispetto a qualsiasi apertura verso quel tipo di immigranti. Eppure basterebbe un minimo di riflessione per comprendere che si tratta di una informazione fasulla. In apparenza, sembrerebbe difficile verificare se l’informazione sia attendibile o possa essere sostenuta con dati effettivi fondati su fatti concreti. Eppure, le statistiche nazionali dell’FBI sugli omicidi commessi nel 2018 negli Stati Uniti parlano di un totale di un totale di 16.214 assassini sull’intero territorio nazionale. Come è possibile che circa il 63% degli omicidi negli USA siano stati commessi da immigranti irregolari? Ricordanto che il numero totale degli immigranti irregolari è stato stimato grossolanamente pari a circa 11 milioni di persone, corrispondenti a circal il 3% della popolazione americana, come è possibile che il 3% della popolazione residente in quel paese abbia commesso più del 60% degli omicidi occorsi negli Stati Uniti?

[58] Formalmente sono dei meri strumenti tecnologici di accesso a fonti non meglio identificate, e i loro obiettivi non includono il vaglio delal qualità e dell’attendibilità dell’informazione. Il loro maggiore interesse è massimizzare il tempo che l’usuario può trascorrere usando quei siti o quelle apps, moltiplicando così i proventi da inserti pubblicitari (proporzionali al tempo d’uso di quelle applicazioni informatiche)

[59] Gli ascoltatori che aspettano il telegiornale della sera per tenersi informati sono ormai un ricordo del passato. Oggi ci si informa (o disinforma) come si può ed in continuazione, controllando la nostra posta elettronica, invasa di messaggi promozionali o di fonti non richieste, o scorrendo i post nei nostri vari social media o le notizie che appaiono nei nostri motori di ricerca, per vedere che c’è di nuovo, leggendo notizie e post e le centinaia di commenti aggiunti da persone che assolutamente non conosciamo.

[60] Cambridge Analitica era un gruppo britannico che riuscì, nel periodo tra il 2013 ed il 2018, ad avere accesso a dati personali, con un uso piratesco degli strumenti dell’era digitale e della comunicazione sociale per riuscire a influire su processi elettorali sia negli Stati Uniti come in Europa (particolarmente nel referendum britanno sull’appartenenza del Regno Unito all’Unione Europea), mostrando una capacità notevole con cui i suoi metodi comunicativi riuscivano a influenzare orientamenti personali di grandi masse di persone e le loro scelte elettorali, attraverso l’uso non corretto di dati personali riservati di un milioni individui, leggendone le preferenze e le abitudini personali. Ciò permise di rendere più efficace la canalizzazione di specifici messaggi informativi su quelle persone, condizionandone le convinzioni e le decisioni politiche.

[61] Questi approcci sono stati presi a prestito da tecnologie di marketing commerciale, e sono stati poi estesi ad formazione degli orientamenti politici e sociali in generale, con incidenze sui processi elettorali. Poiché la problematica migratoria rappresenta una componente importante della politica in molti paesi d’immigrazione, le opinioni in quest’area sono divenute oggetto dello stesso tipo di manipolazione.

[62] Le grandi organizzazioni come Twister e Facebook non sono la fonte del trolling o di queste manipolazioni, anche se ne sono a volte complici permettendo il commercio di banche dati sulle preferenze individuali dei loro usuari o perché non sempre esercitano controllo sugli abusi nell’accesso a quei dati, rinunciando a esercitare una censura sull’uso dei loro processi comunicativi in base al “sacro” principio della libertà di espressione delle opinioni.  L’uso responsabile di questi strumenti di comunicazione sociale è una materia ancora molto controversa, e dobbiamo aspettarci che sarà oggetto di grande dibattito ancora per molto tempo.  Azioni sono state tentate per contrastare gli eccessi di queste manipolazioni, ma per il momento, non possiamo aspettarci grandi progressi.

[63] Questi partiti coprono un arco politico molto amplio, da posizioni centriste (con varianti di centro-destra e di centro-sinistra) a posizioni genericamente liberali, o altri con orientamento libertario. Nuovi partiti si sono aggiunti a quelli tradizionali, alcuni minuscoli, altri con maggiore trazione elettorale. Alcuni di questi partiti sono alternativi al modo tradizionale di fare politica, espressione di ambizioni volte a sperimentare nuove forme di democrazia diretta, denominati a volte semplicemente movimenti per stigmatizzare la loro diversa struttura organizzativa rispetto ai meccanismi rappresentativi dei “partiti”. Spesso sono stati chiamati movimenti populisti, denominazione incerta che nasconde tendenze molto diverse tra di loro, alcune conservatrici, altre definibili progressiste o di sinistra, altre ancora di orientamento incerto o addirittura qualunquista. Infine ci sono formazioni partitiche che esprimono preferenze tematiche, come quelle legate alla difesa dell’ambiente (i vari partiti Verdi, che hanno tuttavia connotazioni ed un peso politico molto diverso tra un paese e l’altro).

[64] Si veda al riguardo l’analisi della Parte V di questo saggio, che approfondisce la politica di contenimento dei flussi migratori che provengono dal sud del Mediterraneo.

[65] È così che anche alcune forze progressiste potranno essere contagiate dalle posizioni ambigue sull’immigrazione, con la scusa di proteggere gli interessi dei lavoratori nazionali. Per questo non ci dobbiamo meravigliare se anche in regioni tradizionalmente aperte all’immigrazione e all’accoglienza dei rifugiati, come la Scandinavia  e i Paesi Bassi, i governi attuali stanno mostrando una crescente sensibilità verso gli umori anti-immigranti, giustificando misure come l’irrigidimento dei controlli alle frontiere, l’intensificazione dei rifiuti di permessi di soggiorno a molti immigranti che non soddisfino requisiti sempre più esigenti, favorendo rimpatri obbligatori o rendendo sempre più difficili i ricongiungimenti familiari.

[66] Vedi Parte V di questo saggio sull’esternalizzazione dei confini europei per un’analisi critica della politica migratoria europea.

[67] I dreamers sono persone immigrate irregolarmente quando erano in giovane età e che hanno trascorso molti anni nel paese, frequentando le scuole americane, e apprendendo la cultura e la lingua locale. Attraverso un ordine esecutivo (una specie di decreto presidenziale) noto come DACA (Deferred Action for Childhood Arrivals), il presidente Obama permise la sospensione dell’espatrio per quegli immigranti, in attesa dell’approvazione di un percorso legislativo che permettesse loro di acquisire la cittadinanza americana. Il provvedimento era una misura temporanea, presa attraverso un ordine esecutivo, per rispondere ad una situazione di emergenza, che richiedeva una conversione in legge da parte del Parlamento. Con un Congresso dominato dal partito repubblicano (GOP) per tre quarti della durata della presidenza di Obama, quel percorso legislativo non fu mai possibile. Inoltre, dopo un’ incertezza inziale, il presidente Trump decise di aprire una disputa giudiziaria sulla validità di quel provvedimento.

[68] L’opposizione ferrea del Congresso a maggioranza repubblicana rese praticamente impossibile qualsiasi progresso legislativo in materia migatoria, nonostante le proposte fatte dal presidente Obama.  Il sistema di controllo dell’immigrazione, così, continuò a funzionare adottando un approccio difensivo. Gli Stati Uniti continuarono la gestione di un sistema di detenzione degli immigranti irregolari, facendo intenso uso di centri di detenzione gestiti da privati e dei sistemi di controllo e di repressione impiegati dall’ICE, a volte subappaltati ad entità private. 

[69] Vedi T. J. Hatton & J.G. Williamson (2005), “Global Migration and the World Economy …” cit., pag. 361.

[70] Questa tendenza pregiudica processi di integrazione inter-regionale, regionale e nazionale, influenza negativamente l’evoluzione degli scambi internazionali, minaccia processi di globalizzazione, incoraggia tentazioni protezionistiche, e favorisce la diffusione di movimenti populisti.

[71] Vedi T. J. Hatton & J.G. Williamson (2005), “Global Migration and the World Economy …” cit., pag. 362.

[72] Vedi al riguardo quanto illustrato nella Parte V di questo saggio, sull'Esternalizzazione dei Confini Europei nel Mediterraneo.

[73] Fratelli d’Italia è, se vogliamo, espressione nostalgica di orientamenti politicici che si richiamano a quello che era il Movimento Sociale Italiano (MSI), storico retaggio di politici legati al passato fascista. Fratelli d’Italia risultò da una scissione da Forza Italia di Berlusconi, raggruppando forze di estrema destra che in precedenza erano confluite su Forza Italia con la fuzione con Alleanza Nazionale, partito a sua volta scaturito da un’ evoluzione precedente del MSI promossa da Gianfranco Fini per sdoganare quelle forze post-fasciste, che erano rimaste isolate dal processo politico italiano durante la prima repubblica.

[74] Vedi la sezione “La radicalizzazione dell’esternalizzazione dei confini italiani con la chiusura dei porti italiani ai soccorsi nel Mediterraneo centrale: le novità della gestione Salvini”.

[75] La Sea Watch 3 era comandata dalla giovane Carola Rackete, inizialmente arrestata dopo il suo attracco e poi rilaciata dalle autorità giudiziarie, avendo agito per la salvaguardia dei passeggeri.

[76] Decreto-legge n. 113 del 4 ottobre 2018, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale 3 dicembre 2018, n. 281  con la legge di conversione 1º dicembre 2018, n. 132. Il titolo del decreto è “Disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale e immigrazione, sicurezza pubblica, nonché misure per la funzionalità del Ministero dell'interno e l'organizzazione e il funzionamento dell'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata”. 

[77] In particolare il decreto portò ad una sostanziale abolizione della protezione umanitaria prevista dal Testo unico sull’immigrazione per molti immigranti, cancellando i permessi di soggiorno umanitari, che in precedenza fornivano una protezione analoga a quella concessa ai rifugiati politici e a coloro che beneficiano di protezione sussidiaria, per una durata di due anni, e davano accesso al permesso di lavoro, alle prestazioni sociali, all’assistenza sanitaria e all’assistenza abitativa, sostituendola con permessi speciali di soggiorno (rilasciati a chi richiede protezione sociale, soffre di gravi ragioni di salute, e fugge da gravi calamità naturali) di una durata massima di un anno, concessi dalla questura per quei cittadini stranieri che presentano “seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello stato italiano” e per coloro che fuggono da emergenze come conflitti, disastri naturali o altri eventi di particolare gravità in paesi non appartenenti all’Unione europea.

[78] Il decreto riguarda anche la sicurezza pubblica, la lotta alla criminalità organizzata e la gestione dei beni confiscati alla mafia.

[79] Le nuove disposizioni vietano l’accesso al registro anagrafico ai richiedenti asilo, che pertanto non potranno acquisire la residenza anagrafica nei comuni italiani ove vivono. Infine la normativa per la concessione della cittadinanza è stata modificata, ponendo restrizioni maggiori sulle domande di cittadinanza legate a matrimonio, raddoppiando i tempi per la concessione della cittadinanza per matrimonio e per residenza. Sono state inserite anche disposizioni per la revoca della cittadinanza a chi viene condannato per reati legati al terrorismo o eversione dell'ordinamento costituzionale.

[80]  Decreto-legge 14 giugno 2019, n. 53  pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 138 del 14 giugno 2019, con il titolo "Disposizioni urgenti in materia di ordine e sicurezza pubblica", approvato dal Consiglio dei Ministri l'11 giugno 2019.

[81] Senza entrare nel merito delle misure specifiche dei due decreti di sicurezza, sottolineiamo due aspetti critici di quei provvedimenti normativi: il ridimensionamento del sistema SPRAR ha favorito la concentrazione degli immigranti nei centri “Centri di Accoglienza per Richiedenti Asilo” (Cara), strutture che accolgono i migranti appena giunti irregolarmente in Italia, che offrono solo servizi essenziali e che favoriscono la ghettizzazione degli immigranti, praticamente impedendo qualsiasi accesso a processi di integrazione. Inoltre, le restrizioni alla concessione della protezione umanitaria genera un effetto moltiplicativo del numero di immigranti irregolari, che non potranno avere accesso ad un lavoro regolare e non potranno cfontare sull’assistenza sociale necessaria, incentivando indirettamente la promozione di attività illegali, incluso criminose, diversamente da quanto previsto nelle intenzioni della normativa.

[82] Per cercare orientamenti del M5S in materia migratoria occorre forse guardare la posizione di Beppe Grillo, suo leader e fondatore.  Quando il movimento fu creato, non vi era una precisa linea politica in materia migratoria. Successivamente, tuttavia, il M5S fu costretto ad esprimere orientamenti in materie che non facevano parte della sua piattaforma iniziale, ed emerse un atteggiamento dello stesso Grillo che, probabilmente per non scontentare i pregiudizi di vasti settori dell’opinione pubblica e non perderne il consenso elettorale, manifestò, sin da tempi non sospetti (quando cioè l’alleanza del movimento pentastellare con la Lega di Salvini non era neanche all’orizzonte) posizioni molto scettiche e reticenti rispetto ad atteggiamenti pro-immigranti. Il populismo che animava il M5S sin dalle sue origini suggeriva a Grillo di non perdere contatto con potenziali elettori istintivamente opposti all’immigrazione, e Grillo – pur non senza polemiche all’interno del M5S  – ne cavalcò le paure e i pregiudizi per non scontentare la voce della piazza (dopo tutto il M5S intende perseguire la “democrazia diretta”), preferendo dare ascolto alle rimostranze contro i flussi migratori, anche denunciando le macchinazioni presunte dei soccorritori dei naufraghi in mare. Fu Luigi Di Maio, che divenne successivamente il leader politico del M5S e artefice dell’alleanza governativa con Salvini, che accusò le ONG soccorritrici che operavano nel Mediterraneo di essere i “taxi del mare”, e quest’accusa fu fatta ben prima di entrare nella coalizione giallo-verde. L’espressione “taxi del mare” non fu estranea neanche a Matteo Renzi, che la utilizzò per lo meno una volta quando era Presidente del Consiglio, anche se successivamente cambiò atteggiamento sulla politica migratoria. Ciò conferma che anche governi non necessariamente di estrema destra possono subire l’influenza di retoriche contro gli immigranti.

[83] Vedi la polemica con Médecins Sans Frontiéres e i dettagli del rapporto con le ONG nelle operazioni di soccorso nel Mediterraneo nella Parte V di questo saggio.

[84] Marco Minniti ha sostanzialmente rivisto le sue posizioni su alcuni punti, anche se tende a giustificare le decisioni prese ai tempi in cui era ministro dell’interno sulla base delle diverse condizioni storiche prevalenti in Libia in quel periodo. Pur riconoscendo questa evoluzione nel pensiero di Minniti, non sono completamente d’accordo sulla sua interpretazione della situazione politica della Libia. Anche se riconosco che quella situazione politica si è ulteriormente degenerata in questi ultimi anni, è dubbio che ci fossero le condizioni per sostenere il ruolo attivo del governo provvisiorio libico nella gestione dei centri di detenzione e nei controlli marittimi. Vedi al riguardo l’analisi sulla situazione libica riportata nella Parte V di questo saggio.

[85]  Nel settembre 2019, i governi di Francia, Germania, Finlandia, Malta e Italia concordarono modalità per distribuire naufraghi soccorsi nel Mediterraneo come modo per evitare le tragedie del passato. Ma l’emergenza del Coronavirus sembra aver paralizzato quell’accordo. Il 7 aprile il governo italiano ha adottato un decreto che interrompe l’applicazione di quell’accordo per la durata dell'emergenza sanitaria, dichiarando i porti italiani non più sicuri, per il rischio di contagio. Di fronte alla crisi dei naufraghi soccorsi dalla nave tedesca Alan Kurdi al largo delle acque libiche il governo italiano ha preso una posizione più morbida, permettendo il trasbordo dei naufraghi su di una nave con capienza fino a 500 passeggeri, ove la Croce Rossa Italiana ha offerto di fornire la necessaria assistenza medica, con il necessario monitoraggio e le garanzie sanitarie del caso. Vedi al riguardo L. Marconi, “Il mare senza umanità” in La Repubblica, 13 aprile 2020, https://rep.repubblica.it/pwa/commento/2020/04/13/news/il_mare_senza_umanita_-253939532/

[86] Nonostante il tentativo puerile di attribuire la diffusione del virus all’immigrazione clandestina (visto che il focolaio iniziale pare fosse in Cina), facilmente contraddetto dai fatti, che semmai hanno confermato che sono stati viaggiatori più che regolari a fungere da canali di trasmissione virale, una volta tanto sono i paesi più ricchi dell’Europa, dal Nord America, e paesi asiatici relativamente sviluppati a doversi assumere la responsabilità dei focolai più attivi di diffusione di questo virus, che da quelle zone più sviluppate di estende anche ai paesi più poveri.

[87] Per alcuni esempi di situazioni in centri di accoglienza italiani e situazione di contagio con il COVAD-19 si veda A. Ziniti, Coronavirus, centri di accoglienza senza misure sanitarie ma migranti al lavoro per fabbricare mascherine e distribuire la spesa”, in La Repubblica, 27 marzo 2020, https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2020/03/27/news/coronavirus_centri_di_accoglienza_polveriera_ma_migranti_al_lavoro_per_dare_un_contributo_all_emergenza-252477554/

[88] Vedi L. Marconi, “Il naufrago e il crocierista”, La Repubblica, 9 aprile 2020, https://rep.repubblica.it/pwa/commento/2020/04/09/news/il_naufrago_e_il_crocierista-253605118/

[89] Vedi T. Boeri, “Per liberarci dal virus dobbiamo regolarizzare gli immigrati”, 16 aprile 2020 in https://rep.repubblica.it/pwa/commento/2020/04/16/news/per_liberarci_dal_virus_dobbiamo_regolarizzare_gli_immigrati-254225318/ e intervista a Marco Minniti condotta da Giovanna Casadio, “All’Italia ora serve regolarizzare gli immigrati, solo così difendiamo tutti” apparsa su La Repubblica, 17 aprile 2020, https://rep.repubblica.it/pwa/intervista/2020/04/17/news/marco_minniti_all_italia_ora_serve_regolarizzare_gli_immigrati_solo_cosi_difendiamo_tutti_-254323858/

[90] Il qualunquismo preferisce spiegazioni sintetiche e iper-semplificate dei fenomeni sociali. Bastano poche immagini e slogan sintetici per rappresentare condizioni di disagio e di esclusione sociale, traducendole in poche cifre quantitative, identificando nemici pubblici come figure simbolo che sintetizzano le cause primarie di frustrazioni sociali e svelano le origini delle insoddisfazioni e delle paure condivisi da molti, spiegando le crisi senza troppe analisi, attribuendone le cause sempre a “qualcuno”.

[91] L’idea del grande governo consiste nella critica al sovradimensionamento intrusivo dell’amministrazione pubblica, considerata causa primaria dell’inefficienza della società.

[92] In questo gruppo di nemici rientrano molte ONG attive nell’aiuto umanitario, e decisamente tutti coloro che sono accusati di “buonismo”, neologismo che liquida tutte le attività umanitarie e caritatevoli come una messa in scena che nasconde finalità recondite e corrotte.  Addirittura strutture o autorità religiose impegnate a soccorrere i bisognosi (e gli immigranti rientrano in questa categoria) vengono biasimate per ingerenza negli affari personali degli individui per sfruttare attività di beneficienza al fine di coprire corruzione e abusi di potere.  

[93] C’è da attendersi che le polemiche indicheranno facili nemici comuni nella difficile fase di recupero negli amministratori pubblici, nella corruzione, nelle mafie (che si stanno già adoperando per penetrare la rete operativa dell’assistenza emergenziale). La ricerca dei nuovi nemici appare nelle polemiche odierne. Chi sono coloro che vogliono negare il ritorno allo sviluppo economico prolungando le misure di isolamento? Sono gli esperti sanitari e la classe medica? O i governatori degli stati (negli USA)? O, in Italia, il governo centrale o le amministrazioni regionali e quali regioni? Sono i sindacati o i sindaci di sinistra? Chi ha maggiore senso di responsabilità? Chi favorisce l’avvio lento delle attività economiche, che produrrebbe povertà e depressione, o coloro che propongono un ritorno più accelerato alle attività economiche, rischiando l’avvio di una seconda ondata del contagio? Le polemiche si estendono all’accesso ai tamponi e alle analisi sull’incolumità virale, come condizione per l’avvio della seconda fase.

[94] Vedi E. Mauro, Inquietudini e frustrazioni hanno trovato nei due populismi della Lega e dei Cinque Stelle una miscela perfetta per dare corpo a uno spirito di destra latente nel Paese”, in La Repubblica, 9 luglio 2018.

[95] Secondo il giornale britannico The Guardian, per lo meno 175 persone hanno perso la vita negli ultimi otto anni in 16 attacchi promossi da suprematisti bianchi che hanno colpito: (a) mussulmani riuniti in moschee in Canada, in Gran Bretagna e in Nuova Zelanda; (b) ebrei americani in diverse sinagoghe degli Stati Uniti; (c) persone di origine latino americana (come nell’omicidio di massa nel grande magazzino Wallmart di El Paso in Texas); (d) fedeli afro-americani riuniti per lo studio biblico in una chiesa storica della Carolina del Sud; (e) attivisti politici di sinistra (numerosi incidenti contro i loro confronti sono occorsi negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Grecia ed in Norvegia).  Vedi Lois Beckett, “More than 175 killed worldwide in last eight years in white nationalist-linked attacks”, in The Guardian, Sunday 4 August 2019.

[96] Vedi M. Giannini, “Fermiamo la costruzione dell’odiocrazia”, La Repubblica, 8 marzo 2020, in https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2020/03/08/news/fermiamo_la_costruzione_dell_odiocrazia-250670335/.

Citando Stefano Massini, e la sua Trilogia dei Lehman, Giannini sottolinea che "l'odio è la vera password del nostro vivere connessi", e che la rete Iternet è divenuta "una tavola calda per antropofagi, dove le carni altrui vengono allegramente squartate e servite in spezzatino".

[97] Mi riferisco qui a campagne informative rivolte al pubblico nazionale per informare l’opinione pubblica sulla natura del processo migratorio. Altro tipo di attività informativa è quella rivolta ai paesi d’origine e ai potenziali emigranti, al fine di aumentarne la consapevolezza sui rischi potenziali di un percorso migratorio che utilizzi i canali irregolari. Ci sono molte campagne di questo secondo tipo, che rientrano negli sforzi di contenimento dell’immigrazione dal sud del mondo, e quindi non rientrano nell’ambito di questa sezione, e che sono fondate sull’ipotesi che molti emigranti cominciano il loro viaggio migratorio senza disporre di adeguata informazione su tali rischi.  Sull’efficacia di questo secondo tipo di campagne informative si vedano le conclusioni incerte raggiunte da un studio valutativo condotto da J. Tjaden, S. Morgenstern e F. Laczko, per conto del Global Migration Data Analysis Centre dell’IOM, dal titolo “Evaluating the impact of information campaigns in the field of migration: A systematic review of the evidence, and practical guidance”, del 2018.

[98] Vedi H. Dempster e K. Hargrave (2017) “Understanding public attitudes towards refugees and migrants” cit., pag. 16.

[99] Questo mio saggio rientra in questo tipo di messaggi informativi, in quanto l’obiettivo principale che ho fin qui perseguito è stato quello di offrire un’illustrazione ampia ed informata della realtà dell’immigrazione, cambiando percezioni collettive distorte.

[100] Vedi H. Dempster e K. Hargrave (2017) “Understanding public attitudes towards refugees and migrants” cit., cap. 4, Box 3.

[101] Vedi T. J. Hatton & J.G. Williamson (2005), “Global Migration and the World Economy …” cit., pag. 360-361.

[102] Vedi su quest’argomento H. Dempster e K. Hargrave (2017) “Understanding public attitudes towards refugees and migrants” cit., pag. 18.

[103] Una notizia apparsa sulla morte di naufraghi nel Mediterraneo o di decessi di immigranti disidradati che hanno tentato la traversata del deserto del Sahara o delle aree aride al confine tra il Messico e l’Arizona, produrrà in alcuni individui sentimenti di cordoglio, di pietà o di sostegno verso le persone più marginalizzate, ma il lettore superficiale medio difficilmente la associerà alla sua esperienza di vita quotidiana, perché lui quei naufraghi non li ha mai visti nel Mediterraneo quando va in vacanza sulle spiagge del Tirreno o dell’Adriatico, non ha mai assistito a decessi nelle zone desertiche di terre lontane, anche quando ha avuto un’idea di quelle terre aride andando in vacanza a Marrakesh in Morocco o al Gran Canyon in Arizona, confortato dall’aria condizionata del suo albergo.

[104] Vedi H. Dempster e K. Hargrave (2017) “Understanding public attitudes towards refugees and migrants” cit., specialmente Capitolo 4 e Capitolo 5.

[105] Vedi La Repubblica, “Veltroni: ‘La sinistra vincerà solo se sfida il partito dell’odio’ ”, intervista di Stefano Cappellini del 27 luglio 2019.

[106] Ibidem.

[107] Mentre sto scrivendo queste righe è uscito in libreria in Italia una pubblicazione dello stesso Veltroni dal titolo significativo, Odiare l’odio (Rizzoli editore), di cui ho potuto leggere solo la recensione di Massimo Giannini su La Repubblica dell’8 marzo 2020. Veltroni amplia il contenuto dell’intervista già citata, partendo da una premessa. “L’odio è la malattia sociale del nostro tempo. Si insinua nei pertugi delle nostre incertezze, delle nostre inquietudini, dei nostri disagi, delle nostre coscienze. Si infila nelle ferite della nostra epoca e progressivamente ci domina.” Vedi M. Giannini, “Fermiamo la costruzione dell’odiocrazia”, La Repubblica, 8 marzo 2020.

[108] Vedi Parte VIII di questo saggio, sia A che B, per dettagli su queste tematiche.

[109] Vedi M. Giannini, “Fermiamo la costruzione dell’odiocrazia”, La Repubblica, 8 marzo 2020, cit.

[110] Ibidem.

[111] Non possiamo supporre che i politici siano necessariamente immuni dalla disinformazione o dalla sua manipolazione come il resto della media nazionale dei normali individui, anche se vorremmo auspicare che la nostra classe politica sia culturalmente e tecnicamente più preparata. Non è infrequente che il politico medio, sotto la pressione degli eventi correnti, sia costretto ad accontentarsi di un’informazione superficiale, affrettata e sintetica, per poter prendere rapidamente decisioni da tradurre in tempi brevi in termini operativi, per poter garantire semplicità esecutiva, immediato uso mediatico, e facile comprensione da parte dell’elettorato.

[112] Vedi M. Giannini, “Fermiamo la costruzione dell’odiocrazia”, La Repubblica, 8 marzo 2020, cit. “A chi odia, a chi semina la paura, bisogna rispondere con un linguaggio opposto, quello della ragione e della speranza".

[113] Ibidem.

[114] Può essere una persona come Malala Yousafzai, giovane attivista pakistana impegnata per lo sviluppo educativo delle donne nel suo paese e premio Nobel per la Pace, a ispirare migliaia di giovani e di individui meno giovani in ogni parte del mondo per la difesa dei diritti umani delle giovani donne e dei bambini e per la difesa degli oppressi. Malala Yousafzai. Molte di queste persone hanno svolto una ispiratrice per la mobilitazione popolare, punti di riferimento, così come lo furono Martin Luther King Jr e Nelson Mandela rispettivamente negli anni ’60 e negli anni ’80-90.

[115] Per un’analisi di queste politiche di contenimento dell’immigrazione, si vedano le parti II, III, IV e V di questo saggio.

[116] Eppure non è stato sempre così, anche perché l’apertura verso l’immigrazione, che oggi giorno è una tema della sinistra politica, in passato era appoggiata da tutte le forze politiche, per i vantaggi economici che l’immigrazione produce.  Anni fa, molti repubblicani erano aperti all’immigrazione di lavoratori stranieri, anche perché le forze economiche del paese, di cui il GOP vorrebbe essere espressione privilegiata, sono sempre state interessate ad una politica di apertura verso l’immigrazione.  Fu il presidente Reagan che portò avanti l’ultima grande amministia che regolarizzò milioni di immigranti irregolari e varò programmi speciali di immigrazione temporanea per rifugiati (per esempio, da El Salvador), ancora presenti nel paese. Ma il GOP ha subìto profonde trasformazioni nel corso degli ultimi trent’anni, spostandosi decisamente verso destra, perdendo completamente la sua componente liberal (i cosiddetti repubblicani di Nelson Rockefeller) e un suo crescente distacco dalla difesa dei diritti civili. Ciò nonostante, alcuni settori del GOP mantennero aperture verso l’immigrazione, come il presidente George W. Bush, che inutilimente cercò di varare una riforma dell’immigrazione, ma non riuscì a convincere la maggioranza del suo partito, di orientamente prevalentemente ostile all’immigrazione, che bloccò quell’iniziativa legislativa. Fu il senatore repubblicano John McCain (defunto nell’agosto del 2018) che nel 2005, fu il principale proponente di una iniziativa bipartitica, a firma congiunta con Ted Kennedy, con una proposta legislativa per una Riforma Complessiva dell’Immigrazione che riuscì ad essere approvata nel 2006 dal Senato, ma fu bocciata dalla Camera dei Rappresentanti (allora a maggioranza repubblicana).  McCain fu allora oggetto di un’accanita opposizione di commentatori televisivi e radiofonici di orientamento sovranista, perché quella proposta fu considerata un’amministia per gli immigranti irregolari. McCain, pur mantenendo la sua fedeltà a princìpi conservatori in materia economica e militare, sostenne spesso posizioni aperturistiche in molte materie considerate di puro appannaggio delle forze liberal del paese, come i diritti civili, il controllo dell’accesso alle armi, i diritti degli LGBTQ, l’assistenza sanitaria, e la protezione dell’ambiente.

[117] Anche il partito democratico ha subìto una evoluzione notevole nel corso degli anni, gradualmente epurando l’ala conservatrice meridionale, storicamente allineata con le le forze della segregazione razziale. La prima grande evoluzione di quel partito avvenne con la presidenza di Franklyn D. Roosevelt, in risposta alla Depressione degli anni 30, lanciando un programma di investimenti pubblici per il rilancio dell’economia e creando il sistema di sicurezza nazionale (pensioni di anzianità). Ma l’evoluzione è divenuta definitiva negli anni ’60, quando il partito abbracciò appieno la battaglia dei diritti civili, generando trasferimenti di molti democratici conservatori tra i ranghi del GOP, con spostamenti reciproci tra i due partiti. Fino agli anni ’50, infatti, ambedue i partiti erano considerati relativamente centristi, con componenti progressiste e conservatrici nei due partiti.

[118] Nelle elezioni politiche del 2018 la coalizione del centro-destra fu la più votata (con il 37% delle preferenze), ed il M5S divenne improvvisamente il partito più votato (con una percentuale superiore al 32% dei voti). Ciò coincise con il crollo della coalizione del centro-sinistra che si fermò al 23% per il Senato della Repubblica e non riuscì a raggiungere nemmeno quel livello nella Camera, con Il PD sceso al livello di 18-19% delle preferenze (ben lungi dal 40,8% conseguito alle europee del 2014) e percentuali bassissime per le altre formazioni di sinistra.  Chiaramente gli italiani avevano rifiutato di appoggiare formazioni politiche aperte all’accoglienza degli immigranti. Nelle forze del centro-destra si notava anche un crollo di Forza Italia, ed un affermazione crescente della Lega, allora a poco meno del 18% delle preferenze. Vi era però un altro dato importante: l’affluenza alle urne era stata inferiore al 73%, dimostrando che una percentuale consistente degli italiani (il 27%) non esprimeva preferenze partitiche, dato di difficile interpretazione sia politica che culturale. Quei risultati elettorali si tradussero nel primo governo Conte, con la coalizione tra M5S e Lega, a partire del giugno del 2018, con il ruolo determinante di Matteo Salvini come ministro dell’interno, che accentuò le politiche anti-immigranti sia nei toni che con le misure intraprese.

[119] Questa tendenza fu confermata dal risultato elettorale delle elezioni europee del maggio del 2019. Le elezioni europee del 2019 portarono ad un trionfo della Lega (con più del 34% delle preferenze ed il 28% dei seggi), un buon risultato per Fratelli d’Italia (con un consolidamento della sua posizione, superiore al 6% dell’elettorato), anche se il M5S subì un crollo elettorale (con il 17% dei voti, ma solo il 4% dei seggi) conseguente al ruolo subordinato svolto da quel movimento nel primo governo Conte rispetto al potere preponderane esercitato da Salvini. Sorprendentemente, le elezioni europee videro un primo modesto rialzo del PD, che riuscì a superare il 22% delle preferenze (ma solo il 18% dei seggi). La partecipazione elettorale alle elezioni europee del 2019 fu soltanto del 54,5%.

[120] Non è un caso che nel corso dell’estate del 2019, i sondaggi di opinione per la Lega di Salvini salirono alle stelle, ben al di sopra del 30%, generando il sospetto dell’inevitabilità di un’affermazione dilagante di quella cultura. I sondaggi politici a fine marzo 2020 confermano una crescita inarrestabile dei consensi per la destra italiana (sommando la Lega con Fratelli d’Italia, anche se con un ridimensionamento notevole della Lega ed una crescita significativa di Fratelli d’Italia, che si compensano reciprocamente), anche dopo il crollo della coalizione lega-pentastellare dell’agosto 2019. Furono le tendenze nel corso del 2019 che motivarono il tentativo di Salvini, durante l’estate di quell’anno, di chiedere elezioni anticipate per consolidare il suo potere politico in modo definitivo.

[121] Elezioni regionali in varie regioni italiane, in particolare in Umbria, Piemonte, Basilicata, Sardegna e Abruzzo, hanno recentemente confermato un risultato uniformemente schiacciante a favore dei candidati del centro-destra.  Analogo risultato è stato registrato nel gennaio 2020 anche in Calabria.

[122] Le stesse parole usate dalla neo-ministra Lamorgese in un’intervista a La Repubblica del 5 febbraio 2020 fanno riferimento esplicito ad “un’emergenza culturale e civile, quando denuncia la violenza verbale riservata a Liliana Segre, lo stillicidio di manifestazioni razziste, xenofobe e (… ) più in enerale il disprezzo per il cosiddetto “diverso”, che si tratti dello stigma inflitto per il colore della pelle, per ragioni di culto religioso o per inclinazioni sessuali o per la semplice diversità di genere.” Una denuncia di questo genere non lascia dubbi e sarebbe stata impensabile con il precedente ministro Salvini. Quell’intervista fu rilasciata successivamente alle minacce ricevute da Eugenio Scalfari, fondatore di quel quotidiano, da Carlo Verdelli, suo direttore, e dalla redazione de La Repubblica. In quella intervista la ministra Lamorgese, già prefetto di Milano, fa uso di un liguaggio cui non eravamo più abituati sotto i governi del centro-destra. È la denuncia della cultura dell’odio in cui l’Italia si trova immersa, per “assenza totale di pensiero”, per “assoluta ignoranza della storia”, per “inconsapevolezza di quali ferite si aprano nel ridare corpo a certi fantasmi”. “La Politica, - continua la ministra – (…) ha urgente bisogno di una igiene delle parole e dei comportamenti. Anche perché la mancanza di igiene e la progressiva assuefazione all'odio ha già prodotto un effetto esiziale". “L’indifferenza – aggiunge la Lamergese – (…) ne è la conseguenza”. Non è un caso che nel ministero dell’Interno è stato riattivato un centro di coordinamento per contrastare e contenere il contagio dell’odio, interloquendo con una varietà di attori istituzionali, coprendo una vasta area che include anche le famiglie, il mondo della scuola, i social network, la rete Internet, gli ambienti dello sport ed il modo in cui le manifestazioni sportive possono arginare linguaggi e comportamenti devianti, ponendo un confine insuperabile alla cultura dell’odio.

[123] Ibidem.

[124] L’atteggiamento del M5S che non volle fare fronte comune con le forze del centro-sinistra in Emilia-Romagna contro l’avanzata ineluttabile del centro-destra e della propaganda di Salvini (dopo aver subìto la scofitta in Umbria con un fronte compatto con il PD) rafforzava questo pessimismo pre-elettorale.

[125] Questa debolezza era stata dimostrata a più riprese nelle varie prove elettorali a livello regionale, ove la coalizione del centro-sinistra non era riuscita a raggiungere la maggioranza dei consensi, mai al di sopra di un terzo dell’elettorato (la percentuale più alta, del 38%, fu raggiunta in Umbria, unica regione ove si tentò l’alleanza con il M5S, che però non fu sufficiente a contrastare la schiacciante pressione della coalizione del centro-destra. Nessuno nel governo dubita che se il 26 gennaio Salvini vincerà in Emilia-Romagna sarebbe troppo difficile continuare a governare come se nulla fosse successo. Con una sinistra a pezzi e un Movimento 5 stelle diviso, le uniche che sembrano prendere sul serio la situazione sono le sardine”, sosteneva Daniel Verdú, giornalista del quotidiano spagnolo El País, riportato su Internazionale, https://www.internazionale.it/bloc-notes/2019/12/13/sardine.

[126] Il suo leader, Mattia Santori, è un giovane laureato in economia e diritto di 32 anni con nessuna esperienza politica precedente.  Santori lavora nel settore della ricerca per migliorare l’ambiente di lavoro dal punto di vista energetico. Unica altra esperienza sociale rilevante è quella di insegnante di atletica per bambini e giovani universitari. Gli altri promotori iniziali del movimento erano Giulia Trappolini (di 30 anni), una fisioterapista, Roberto Morotti (di 31 anni) ingegnere coinvolto nella salvaguardia dell’ambiente, e Andrea Garreffa (di 30 anni), una guida turistica.

[127] Mentre i politici tradizionali sono spesso accusati di ignorare “la piazza”, per rifugiarsi “nel palazzo”, incapaci di incontrare la gente e di conoscerne le aspirazioni, il movimento delle sardine ha cambiato l’ordine dei fattori, portando la gente sulle piazze, e portando la piazza verso i politici, mostrando che i cittadini hanno una coscienza sociale, unica eredità degna di essere trasmessa alle generazioni future, e si aspettano dal mondo politico una risposta corrispondente ai propri ideali.

[128] Mattia Sartori sosteneva in continuazione: "Veniamo da decenni di oscurantismo, di paura e rabbia. Vorremmo arrivare nel 2020, un nuovo decennio di luce, di gioia di stare insieme e di costruzione di solidarietà, con un tessuto sociale un più forte."  Vedi Valéri Gariat, “Il Movimento delle sardine: dall'Italia all'Europa. Contro odio e populismo”, in EURONEWS, 2O/12/2019, in https://it.euronews.com/2019/12/20/il-movimento-delle-sardine-dall-italia-all-europa-contro-odio-e-populismo

[129] L’evento organizzato da Salvini prevedeva di ospitare fino a 5.750 persone nella PalaDozza di Bologna (questa era la capacità dei posti a sedere in quel locale). L’obbiettivo delle 6.000 sardine voleva dare una risposta proporzionale mobilitando un numero superiore a quell livello, ma quell’obiettivo fu più che superato, raggiungendo un numero doppio di partecipanti rispetto a quello ambito. Con la piazza Maggiore gremita, superando la visibilità mediatica dell’evento promosso da Salvini, cominciò un processo che si allargò a macchia d’olio con un’incredibile rapidità. Il raduno di Bologna venne ripetuto il 18 novembre a Modena. Il 21 novembre fu pubblicato un manifesto intitolato “Benvenuti in mare aperto” per annunciare la “prima rivoluzione ittica della storia” contro i popuslimi e i sovranismi del mondo. Seguirono manifestazioni in altri comuni di quella regione e, con un effetto domino incredibile, in altre 70 piazze italiane, incluse Firenze (30.00 persone), Milano (25.000), Torino (40.000), ma anche Napoli e Palermo, e addirittura a New York. Il 14 dicembre fu indetto il “Global Sardina Day” con un raduno nella mitica Piazza San Giovanni a Roma, che riuscì a raccogliere migliaia di persone, in cui furono presentati i punti programmatici del movimento. La manifestazione di Roma fu ripetuta in altre nove città italiane e quattordici città estere, comprese Bruxelles, Parigi e Berlino. Il 19 gennaio 2020, poco prima delle elezioni regionali, si tenne un’ultima manifestazione a Bologna (40.000 partecipanti), con il titolo “Bentornati in mare aperto”.  Lo strumento maggiore di comunicazione del movimento delle sardine fu la sua pagina Facebook, utilizzata sin all’origine del movimento.

[130] Chiaramente Il PD e le altre formazioni politiche che avevano appoggiato Bonaccini, beneficiarono della mobilitazione delle sardine, anche se queste mantennero la loro piena autonomia da qualsiasi partito politico, confermando la loro natura apartitica. I partiti del centro-sinistra, a loro volta, consapevoli della propria debolezza elettorale, preferirono assumere un atteggiamento di rispettosa distanza, liminandosi a espressioni di sostegno discreto, anche se esplicito, partecipando alle manifestazioni delle sardine solo a titolo personale, senza ostentazioni, bandiere o striscioni di partito, con una mera testimonianza di sostegno morale, evitando di attribuirsi la titolarità del successo delle sardine. Tutto sommato, quell’atteggiamento fu saggio e portò i suoi frutti, con l’inatteso risultato elettorale in Emilia-Romagna.

[131] Ci sono sei punti essenziali nel programma del movimento, espressi in un linguaggio molto diretto :

  1. Che i rappresentanti eletti la smettano di passare il loro tempo a urlare nelle piazze, ma tornino a lavorare nelle proprie sedi istituzionali;
  2. Che chiunque copra la carica di ministro comunichi alla comunita nazionale solo attraverso i canali istituzionali del suo ministero;
  3. Che la politica smetta di manipolare i social media adottando piena trasparenza nelle sue comunicazioni;
  4. Che il mondo della comunicazione si impegni a diffondere informazione nel pieno rispetto della verità e dei fatti;.
  5. Che la violenza sia abolita come strumento di politica, considerando la violenza verbale come equivalente alla violenza fisica.
  6. Che i due decreti sicurezza di Salvini siano immediatamente aboliti.

I primi due punti del programma sono un’accusa diretta al comportamento personale di Matteo Salvini, biasimato per essere in campagna elettorale permanente e per aver esercitato il proprio ruolo di ministro dell’interno in modo inappropriato al livello della sua posizione istituzionale. Nel corso del 2019, ma specialmente nei mesi estivi, Salvini aveva portato alla massima esasperazione l’urlo sovranista in tutte le piazze italiane, spingendo la discussione politica fino all’esternalizzazione balneare della difesa ad oltranza del paese contro l’arrivo degli immigranti, urlata dalla Papeete Beach di Milano Marittima e altri stabilimenti balneari italiani, usati come basi di lancio delle sue iniziative sull’immigrazione e su altri piani politici.

[132] Il movimento ha compiuto uno sforzo speciale per denunciare episodi crescenti di antisemitismo che si stavano manifestando a livello nazionale. Furono le sardine della regione lombarda che presero l’iniziativa di inviare a 1.500 sindaci di quella regione una richiesta per varare provvedimenti comunali a sostegno della Commissione parlamentare di indirizzo e controllo sui fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all'odio e alla violenza, istituita dal Senato della Repubblica il 30 ottobre 2019, lanciata dalla senatrice a vita e superstite di Auschwitz Liliana Segre, aderendo alla “Rete dei Comuni per la memoria, contro l’odio e il razzismo”, allo scopo di preservare la memoria dell’antifascismo e della lotta contro tutti i regimi autoritari che hanno compiuto atti criminosi nelle guerre coloniali, hanno varato leggi razziali, e sono stati responsabili della persecuzione e dell'olocausto degli ebrei. Le sardine lombarde lanciarono, in collaporazione con l’ANPI, un flash mob a Brescia il 25 gennaio 2020 in occasione della Giornata della Memoria.

[133] Vedi appello del movimento delle sardine inviato al premier Giuseppe Conte, riprodotto in “Sardine: un’agenda per Conte: ‘Sud, sicurezza e dignità’ “, La Repubblica, 31 gennaio 2020. Quell’appello è stato accolto con favore anche da esponenti del PD, come dal suo segretario Nicola Zingaretti e dal ministro per gli Affari Regionali, Francesco Boccia, il ministro per il Sud, Giuseppe Provenzano, ed il sottosgretario alla presidenza del consiglio, Andrea Martella, nonché dal presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Giuseppe Brescia (M5S) che ha invitato a interlocuire con il movimento delle sardine sui temi della cittadinanza, dell’accoglienza e dei diritti civili. Vedi M. Pucciarelli, “Il sì del PD all’appello delle Sardine: ‘Confronto sull’agenda di governo’ ”, La Repubblica 1 febbraio 2020.

[134] “Crasi” è un concetto linguistico in cui una parola risulta da una fusione di due parole, prendendo l’inizio di una parola e la fine di un’altra.

[135] Immediatamente dopo la sua fondazione, il movimento cercò di darsi una struttura agile ma capace di lanciare coraggiose iniziative di mobilitazione popolare, inviando 150 organizzatori come antenne locali, con l’unico obiettivo di amplificare il messaggio sintentizzato nei punti essenziali del programma, evitando qualsiasi collaborazione con i partiti politici.

[136] Il messaggio iniziale dei raduni era essenziale, quasi uno scherzo: “Nessuna bandiera, nessun partito, nessun insulto. Crea la tua sardina e partecipa alla prima rivoluzione ittica nella storia.”

[137] Vedi Ilaria Venturi, “Sardinitudine, i trentenni che in 66 giorni hanno sconvolto la politica” in La Repubblica, 21 gennaio 2020.

[138] “Niente striscioni o programmi, ma una semplice linea politica – quella dell’antifascismo – e una volontà dichiarata – quella di respingere i discorsi di odio e sovranisti incarnati dal leader della Lega Matteo Salvini” affermava Jérôme Gautheret su Le Monde (citazione riportata in “La rivoluzione delle sardine” in Internazionale, del 13/12/2019. https://www.internazionale.it/bloc-notes/2019/12/13/sardine). Nello stesso articolo, è citato anche The Guardian britannico, che sostiene: “Il movimento delle sardine è la prima insurrezione popolare contro il populismo di destra? I movimenti vanno e vengono, in particolare nell’era dei social network. Ma ciò che rende unico questo è il registro con cui tenta di trasmettere il suo messaggio. Striscioni e altri segni di affiliazione politica sono banditi dai raduni. Questo sia per favorire uno spirito inclusivo sia per enfatizzare una dimensione civica. L’obiettivo principale dei raduni è quello di riaffermare i valori di tolleranza e moderazione. Qualunque sia il futuro, ci sono lezioni che varcano i confini italiani. Quando la politica è condotta con immaginazione e brio, i messaggi antipopulisti possono passare. E se il successo delle sardine ha suscitato un profondo desiderio tra gli italiani di andare oltre la lingua rude del momento populista, lo stesso potrebbe succedere altrove. Servono più sardine per nuotare in questi mari”.

[139] Una prima assemblea nazionale era prevista a marzo per definire obiettivi e strutture organizzative, ma di sicuro la crisi pandemica del Coronavirus che ha colpito pesantemente l’Italia, paralizzandone il funzionamento,   ha giustificato un rallentamento di questi processi politici.

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