STORIE: ALESSANDRO

di Gisella Evangelisti

Succedono cose turche, in tempi di Covid, e non solo per la Basilica di Santa Sofia di Istambul passata ai muezzin o Silvia Romano passata dalla minigonna a vestirsi con tendone islamico, (cose che succedono nei sentieri tortuosi della storia), ma anche qui da noi, nel nostro Bel Paese che si riteneva solidamente ancorato al Primo Mondo e invece scivolando scivolando, un giorno dopo l'altro, si é ritrovato a suonare il campanello della Caritas. O dell'Unione Europea, o tutte e due. Abbiamo invitato  Alessandro Bressan, un italiano di lungo corso, a raccontarci qualcosa delle sue esplorazioni fra i paralleli di questo nostro mondo, bellissimo e sgangherato. Di quelle quattro cose che ha capito, e se dopo tanti chilometri  si ritrova piú felice, o piú disincantato.

Mia madre ne aveva, di gatte da pelare. Tre figli di cui uno mai totalmente addomesticato (io), oltre a un marito che non resisteva in un lavoro troppo a lungo perché sicuramente ce n'era uno migliore che lo aspettava. Anche se in garage teneva una Porsche, era difficile far quadrare i pranzi con le cene. Se mia madre reclamava, erano scene turche. Appunto. Finché fra un tafferuglio e l'altro, un giorno il progenitore decise di andare a comprare le sigarette un po' piú in lá, e si trasferí all' estero dove formó un'altra famiglia. Mi ci é voluto un bel po' a perdonarlo. Bisogna riconoscere che era stato un padre precoce, a 21 anni si ritrovava giá con due figli, forse  non ce l´ha fatta a star buono nella foto familiare con due marmocchi in braccio, ed é sclerato. Peró che maltrattasse mia madre non lo sopportavo.

Non sopportavo neanche che i professori avessero dei personalissimi criteri  nel giudicarmi, tra cui  il solito “é un ragazzo sveglio, ma potrebbe fare di piú”, e glielo facevo sapere senza giri di parole. Loro non gradivano. Quindi nel pieno dell'adolescenza, con gli ormoni in subbuglio, sbattei la porta della scuola e decisi che avrei imparato dalla vita. Adesso é di moda, dire che ci si é formati all'universitá della strada, quando ti fanno ministro senza aver perso tempo a imparare congiuntivi nella tua lingua, figuriamoci in una straniera, o a saper argomentare le tue dichiarazioni da twitter con qualche ipotassi. Avete notato per esempio come Salvini e Trump vanno avanti a paratassi? Ossia attaccare una frase all'altra solo attraverso “e”..., del tipo: Mangiavo e poi andavo  fuori e poi...Niente del tipo “succede questo perché..., o potremmo fare quest'altro se...”, troppo complicato per loro trovare cause sempre multiple, e fare ipotesi, aprire possibilitá.

Buó, ma stavo dicendo, diversi miei compagni che si erano affrettati ad andare a lavorare invece di studiare avevano giá il motorino, pagavano il gelato per tutti eccetera, perché no anch'io?, mi dissi. Avevo fretta di crescere. Non c'era crisi, allora. Mi andó bene. Un passo dopo l'altro, arrivai a guadagnare un botto di soldi (ossia uno stipendio piú che invidiabile di 3 milioni di lire al mese) come agente di commercio. Avevo  una parlantina sciolta, intuizione, nozioni di marketing quel tot che serviva.  Ma sul piú bello mi chiesi: “E´ questo che voglio fare della mia vita? Vendere prodotti chimici 11 mesi all'anno per i prossimi trent'anni?” I miei compagni del motorino puntavano a possedere un giorno una villetta coi nani in giardino, una moglie bionda e il cane che faceva bau bau. Adesso, come me sui cinquant'anni, eccoli nella villetta a lamentarsi di tutto (piove, governo ladro) meno il cane, almeno scodinzola quando ti vede. C' é qualcosa che non afferro. Un sacco di ragazzi con pochi anni piú di noi stavano morendo  per droga. Queste morti mi vaccinarono dall'entrare in quel circuito infernale.  Presi decisamente un'altra strada, anzi tante strade. How many roads, diceva Bob Dylan, deve percorrere un uomo e anche una donna, prima di potersi dire tale. E allora, gamba in spalla e zaino leggero, alla scoperta del mondo, mi dissi, vai Alessandro! Avevo una zia alle Nazione Unite, che mi ricordava quanto era grande il mondo, e mia madre che mi ricordava quanto c'era, e c'é ancora da fare perché fossero rispettate le donne, e gli indigeni, e i gays, e una lista lunghissima di cittadini di seconda, terza e quarta classe, in questo grande mondo che si apriva oltre il mare, e oltre i monti.

Giá che c'ero, la presi larga. Ci vollero quaranta ore di aereo per arrivare in Australia con la mia fidanzatina di 17 anni, diventata fisioterapista. Partimmo ad occhi chiusi, senza sapere l'inglese, e li spalancammo di gioia, decisi a vivere al 110 per cento ogni istante, quando sbarcammo a Sidney  a fine anni '90.

 

L'Australia ci accolse benevola, comprò tutti i calzini che io vendevo di porta in porta facendo ridere il vicinato col mio inglese pasticciato, non ci fece mai mancare pile di piatti da lavare o cucinare in vari ristoranti per sopravvivere, addirittura ci offrì matrimoni di convenienza con australiani/e per acquisire la cittadinanza. Era gente sportiva ed educata, mi pareva, un operaio medio possedeva 3 case, tutto sembrava facile. Anche troppo, per i miei gusti. Stavo per tornare in Italia, quando per caso, facemmo un incontro fulminante.

Stavamo viaggiando in un camper lungo costa, quando ci infilammo per sbaglio nel deserto. Paesaggi affascinanti, come si può immaginare. A un certo punto vediamo un villaggio di casette e ci fermiamo a comprare panini. Ci sediamo più in là, sotto 3 alberelli. Dopo mezz'ora spunta dal nulla un aborigeno, poi un altro, poi un altro ancora. Possiamo sedere accanto a voi? Mi chiese uno di loro, sui 25 anni. Non avevo mai visto uno sguardo così limpido, impressionante. Noi con le nostre maschere, col nostro voler apparire, per convincere, far credere che. Questo era lì, semplicemente. Spalancava le finestre dell'essere. Sbucarono non si sa come altre persone, che ci chiesero se volevamo visitarli nel loro campo. Alcuni salirono nel camper, altri proseguirono a piedi. Arrivammo a un gruppo di casette prefabbricate che era stato loro assegnato dal governo. A un certo punto gli fu lanciato qualcosa da un cow boy che passava di lì. Era un canguro a cui aveva sparato. Gli aborigeni lo cucinarono e poi una donna anziana cominciò a suonare uno strumento a tubo, il digiridoo, che viene suonato con respirazione circolare, e poi altri strumenti fatti con pezzi di legno. Cantavano e ballavano, e per noi fu la notte più magica che ci offri l'Australia, forse grazie al ricordo di notti ancestrali che portiamo in fondo in fondo alle nostre cellule. Fu un'esperienza molto più breve del viaggio nel deserto che toccò (anche a lei a sorpresa), a Marlo Morgan, la dirigente sanitaria canadese che poté osservare  come può sopravvivere in mezzo al nulla  un gruppo umano nomade, pacifico  e profondamente integrato nella natura. Marlo Morgan ne restò così impressionata che scrisse il libro “La chiamavano Due cuori”. Noi venimmo a sapere che fino agli anni '20 gli australiani, ossia i discendenti dagli avanzi di galera che pochi secoli prima furono mandati dall'impero britannico a popolare quell'enorme isola, (non esagero, fra criminali, deportati, guardie e così via), sparavano agli aborigeni come ai canguri, li schiavizzavano o rieducavano per farne tutt'altra cosa, cancellando le conoscenze accumulate in almeno 40.000 anni di presenza nel continente. Anche in un Club di Veneti che avevo conosciuto a Melbourne l'idea che circolava era quella che dovevano sparire del tutto, quei selvaggi. Me ne ero andato senza ribattere, sarebbe stato inutile tentare di ragionarci.

Al terzo giorno della nostra convivenza con gli aborigeni, quando stavamo per salutarli,  arrivarono alcuni agenti di polizia apostrofandoci in malo modo. “Levatevi di qui subito perché quelli come voi ci stanno sui coglioni (letteralmente)”. Non fiatai, avevo il biglietto aereo due giorni dopo. Fu questo piccolo episodio a darci un'idea della difficile relazione fra lo stato australiano e gli aborigeni. Non fanno niente, dicono di loro, vivono sotto gli alberi, comprano birra e si autodistruggono. E se ascoltassimo cosa hanno da dirci? Adesso, per fortuna, quei giovani aborigeni stavano cercando di far conoscere al resto della società il loro modo di vivere come parte della natura, né sopra contro. Del resto, cosa ha da insegnare loro la nostra arrogante civilizzazione che sta distruggendo in poche generazioni ciò che dà acqua e respiro a tutto il pianeta,  l'Amazzonia?

Questo viaggio in Australia segnò anche la separazione dalla fidanzatina dei miei anni giovanili. Per lei era il momento di rientrare in Italia, per me di cominciare il vero viaggio.  Ripresi zaino e sacco a pelo. Il mio obiettivo era conoscere qualcosa dell'India e della sua filosofia, ma prima, volevo  attraversare l'America Latina, il Centro America e il Messico, forse più vicini alla mia sensibilità. Ancora una volta nel deserto, in Messico, sentii attraverso il peyote che la mia scelta di proseguire l'esplorazione era quello di cui avevo bisogno e diritto, contrariamente a quanto mi dicevano i miei amici, che pensavano che stessi solo perdendo  tempo. Come facevo a viaggiare tanto? Si chiedevano alcuni. Lavoravo un periodo, viaggiavo, tornavo a lavorare. Anzi, spesso lavoravo viaggiando. Per esempio, dopo aver soggiornato una settimana in albergo, mi offrivo di procurargli turisti, e in questo modo mi pagavo il soggiorno. Magnifico. Un giorno conobbi una affascinante  ragazza di 21 anni,  che aveva viaggiato sola per 6 mesi in America Latina e stava per tornare a Montreal. Come altre ragazze del suo ambiente, aveva ricevuto in regalo da suo padre, un ebreo benestante, 20.000 dollari per fare questo lungo viaggio “iniziatico” all'età adulta. Per farla breve, vissi con lei un anno a Montreal, io come al solito lavando piatti, ma poi fui assunto in una fattoria didattica con cavalli e galline, dove mi pagavano pochissimo ma spendevo ancora meno. Ero felice. Lei studiava antropologia. Purtroppo suo padre non gradiva un fidanzato non ebreo, e secondo loro spiantato, e anche se poi andai a conoscere la famiglia in Israele, capii che non potevo strapparla alla sua famiglia-fortezza. La lasciai in un mare di lacrime.  Per quasi un anno mi leccai le ferite in Italia, e poi tornai in America Latina, stavolta fra i ghiacciai, le orche e le balene  della Terra del Fuoco, per poi risalire fino alla Bolivia e Perú. Volevo andare a trovare a Piura, nel nord del Perú, una volontaria che si occupava di bambini di strada. La povertà e la tremenda disuguaglianza sociale esistente  nei paesi latini mi aveva scioccato, e sentivo che dovevo smettere di fare l'osservatore, e rimboccarmi le maniche per fare qualcosa di utile.  Senza la pretesa di cambiare il mondo. Ma non conobbi mai la volontaria di Piura, perché in una sosta in una piazza di  Cuzco, sentii parlare italiano e mi fermai a chiacchierare con un toscano sui generis che viveva in  una comunità della regione. Mi invitò a visitarlo un paio di giorni, se volevo: ci rimasi 5 anni. 

Maurizio il lucchese aveva una lunga barba bianca, anche se aveva solo 56 anni. Era  certamente un tipo originale, quello che i più definiscono “fuori di testa”, ma anche concreto. Voleva affrontare il problema della denutrizione dei bambini nelle comunità più povere a 4000 metri, e costruiva mense, e  forni, qualche aula,  parlando e lavorando con la gente. Che ha una tradizione di lavori collettivi, ma zero denaro. Certo, era assistenzialismo, ma imparai a conoscere qualche aspetto della popolazione locale, i quechua. Se gli proponi qualcosa, non dicono mai di no, per paura di offenderti. Ma poi non aspettarti che mantengano sempre  gli impegni, visto che la loro vita é durissima e magari non ce la fanno a fare qualcosa in più, o non ti credono più di tanto. E' probabile che la precarietà in cui vivono da secoli li abbia condizionati rendendoli fatalisti. Quanti politici avranno promesso mari e monti a loro per un voto e poi delusi. Ma hanno anche una forza di fronte alle avversità che ci lasciava ammirati.

In quei 5 anni di apprendistato con Maurizio imparai non solo a trattare con la gente, ma anche come portare avanti dei progetti, e fondai un'associazione per iniziarne uno nella selva amazzonica, nel 2004. Sì, perché dopo anni battendo i denti dal freddo in quelle case essenziali, col tetto di lamiera dell'altopiano andino, il mio corpo chiedeva sole a calore.

Trovai come mentore a Puerto Maldonado un gesuita di grande cuore e intelligenza, padre Javier Arbex, che da anni, inascoltato, segnalava la distruzione della foresta nella regione di Madre de Dios, dove si accalcavano i minatori illegali per cercare oro. E quando parlo di minatori illegali non mi riferisco ai peones che consumano la loro vita setacciando la rena dei fiumi per cercare la pepita del secolo, ma soprattutto alle  medie e grandi imprese che usano idrovore e rilasciano mercurio nei fiumi, provocando danni irreparabili. Intorno a loro, grazie anche alla costruzione della strada Transoceanica fra Perú e Brasile, si organizza la malavita, la prostituzione, la tratta e lo sfruttamento di  ragazzi e ragazze. Queste imprese sono ben conosciute e protette dai vari governi, che ogni tanto fingono azioni di polizia, grandi show  che lasciano il tempo che trovano. Recentemente, anche papa Francesco si é mosso da Roma per andare a dare il suo appoggio alle organizzazioni indigene e ambientali, che lottano nella regione per mantenere la foresta e allo stesso tempo favorire uno sviluppo sostenibile.

Ed eccomi immerso in questa realtà caotica, guardandomi in giro per vedere cosa potevo fare. Scelsi, con l'aiuto di un'antropologa, di andare a vivere in una comunità nativa ma già mescolata con popolazione migrante, che consideravamo abbastanza unita, Sabalulloy.  A soli 50 km da Puerto Maldonado, ci si poteva arrivare con 4 ore di navigazione, o 1 ora e mezza di moto. Potei osservare come queste famiglie di migranti andini, con fagotti e figli in braccio come tutti i migranti del mondo, (compresi i nostri bisnonni), fossero ingannate dai soliti affaristi con belle promesse. Eccovi terreni gratis, accomodatevi pure, gli dicono, assegnandogli appezzamenti piccolissimi, dove staranno senza acqua né luce per almeno 10 anni, con temperature di 40 gradi. Le mamme andavano a lavare e bagnarsi nel fiume, qualcuno aveva lavori saltuari nella ricerca dell'oro. Come nell'altipiano, organizzai una mensa come punto di coinvolgimento della gente contro la denutrizione, scegliendo le famiglie piú povere e chiedendo, in cambio, la collaborazione di tutti. I fondi provenivano da famiglie amiche italiane, il locale dal comune, le donne si davano il turno come cuoche, e poco a poco si organizzarono asilo, doposcuola, attività sportive e culturali, due volte la settimana il cinema che per loro era una novità.  Ogni domenica mattina 150 persone della comunità programmavano le attività alzando la mano per votare. Si posero come obiettivo la costruzione dell'acquedotto, per cui feci loro un prestito di 5000 soles. Fu realizzato, e quando arrivò l'acquedotto pubblico, pensarono di costruire una piscina ma non fu possibile.

Quali i problemi? C 'erano nella comunità almeno 10 gruppi religiosi diversi, dai mormoni ai Testimoni di Geova, e tutti aspiravano a gestire la mensa e le attività del progetto in modo da fare proselitismo, ma per fortuna la comunità volle mantenere il suo carattere multiculturale.  In compenso una dirigente di quartiere, mossa forse dall'invidia, si dava da fare per creare ostacoli di ogni tipo. Ma non fu questo a un certo punto a farmi considerare che dopo 12 anni di lavoro di campo, era giunto il momento di dedicarmi ad altro. Avevo realizzato il mio desiderio di essere padre, e nel 2015 avevo avuto due splendide gemelle dalla mia compagna, appartenente a una calorosa famiglia  afroperuviana, che però soffriva nell'ambiente umido della selva  per essere bersaglio privilegiato dei  moscerini. E poi, che scuola avrebbero potuto frequentare le bambine? Un collegio privato didatticamente accettabile ma carissimo,  non ce lo potevamo e non volevamo permettercelo. Per cui eccoci di nuovo, armi e bagagli, (e stavolta c'ero io nella foto con due figlie, e non volevo assolutamente sfuggire al mio ruolo), a ricominciare a vivere di nuovo nel Primo Mondo, in Italia. Misi su una pizzeria ma non funzionò come si sperava, in quanto il mercato era già saturo. Stavamo per partire per un lavoro in Danimarca (il paese che dicono, si preoccupa per la felicità delle sue famiglie) quando il Covid ci ha sospeso tutti in una campana di vetro, zitti e buoni, e ben tappati da una mascherina, che non ricorda per niente il carnevale. E intanto si accumulavano le bollette, i debiti della pizzeria, i conti dei supermercati. Stavolta ero io che dovevo imparare a destreggiarmi fra istituzioni e burocrazie per far quadrare i conti, in sei mesi di disoccupazione forzata. Mentre vidi che i bonus governativi per questo e quello, non mi spettavano in quanto proprietario, mi informarono che la Caritas  poteva alleggerirmi di qualche  bolletta e altri carichi troppo pesanti. C'era stato un rovesciamento di ruoli, nella mia vita, ero finito da assistente ad assistito, diciamo così. Terribile per il mio orgoglio? Ma era niente in confronto al disagio sociale che si stava paurosamente allargando  nella geografia mondiale, approfondendo le disuguaglianze che da sempre  gridavano al cielo per la loro ingiustizia, non solo fra Nord e Sud del mondo ma anche all'interno delle nostre società privilegiate.  Sì, ho letto su Facebook che un centinaio di supermiliardari statunitensi si oppone allo scandalo di questa  crescente disuguaglianza, chiedendo a viva voce al governo di fargli pagare  più tasse, invece che cavarsela con un po' di filantropia che li fa belli e buoni e gli alleggerisce ancora di più il carico fiscale.  Sono ancora troppo pochi. Ce le vedete manifestazioni di massa di benestanti, ricchi e ricconi che gridano coi cartelli: “VO-GLIA-MO PA-GA-RE DI PIÚ!! vogliamo un mondo piú sano, bello e giusto!!”

Per ora lo gridano soprattutto i ragazzini del Friday For Future, e che sfide hanno davanti....

Un amico che ha studiato economia mi spiega che, nel nostro pianeta di piú di sette miliardi di abitanti, se dividessimo il PIL  mondiale per abitante avremmo a disposizione 7000 euro al mese ciascuno. E invece, come possiamo sentirci tranquilli se tanta gente  non ha da mangiare, vive  e muore con lo stomaco semivuoto, per quanto si arrabatti?

Forse vi chiedete se alla fine per me é valsa la pena girovagare per 4O paesi, battendo i denti o scacciando zanzare a gogo, e poi buttarmi a capofitto in situazioni sociali difficilissime. Sí, mi sento felice  e mi ritengo fortunato, per aver scelto di fare  quello che desideravo fin da piccolo, che era conoscere  il mondo. L'Utopia, o ció che gli psicoanalisti chiamano il Desiderio, é la forza che spinge il mondo ad andare avanti. Ma non coincide con l'accumulazione, anzi. Ho capito che si puó essere felici anche facendo l'operaio o il contadino tutta la vita. Mentre da noi spesso si crede che accumulare beni dia sicurezza, e non ti basta mai, e stai sempre a lamentarti, e scacci come cani rognosi chi vuole avvicinarsi alla tua tavola, ho capito da altri popoli che quello che conta é invece la flessibilitá, il saper adattarsi alle circostanze, il saper interagire con gli altri e la natura. Quale maggiore lezione di quella ricevuta dagli aborigeni australiani che sanno sopravvivere (con allegria!) in mezzo a quello che noi vediamo come un immenso nulla, il deserto, ognuno mettendo in gioco i propri talenti per il bene comune? Per questo non ho paura del futuro. Anzi, saremmo giá nell'Eden se imparassimo a far circolare  beni e saperi,  ampliando il benessere di tutti invece di rinchiuderci nella nostra fortezza. Se non distruggessimo  chi ci dá fiori, frutti e tanta bellezza, la Natura. 

Credevo di essere ateo e invece mi ritrovo a riscoprire il sacro nel silenzio magico di un tramonto, nel volo di uno stormo di uccelli, nella dolce nebbia di un'alba e nello sbocciare di una nuova vita. 

E’ questo ció che  posso dirvi, adesso, amici ed amiche. Hasta luego, y hasta siempre. Augurandoci reciprocamente di andare avanti con coraggio. E  un pizzico di “follia”.       

 

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