AQUA GRANDA

in memoria del 4 novembre 1966

di Luciano Carpo

Qualche giorno fa con un grupo di amici siamo stati a Pellestrina, una delle 119 isole della laguna di Venezia, e abbiamo camminato sui  “ murazzi”, cioè una lunga cinta di mura in pietra che protegge l’isola dal mare Adriatico. In tutti i bar erano affisse le locandine per ricordare l’ “Aqua Granda” del 4 novembre 1966, giorno catastrofico in tutta Italia, in particolare a Firenze e a Venezia.
Come italiani, diamo per scontato che in una stessa cittá o cittadina troviamo resti romani, chiese medievali o rinascimentali, archi di trionfo o palazzi nobiliari, un enorme patrimonio artístico, storico e paesaggistico, di cui siamo spesso distratti custodi, quando si dimentica che tale ricchezza è sita in un  territorio sismico, soggetto a frane ed alluvioni. Un contesto strutturalmente fragile, precario, per il quale occorre una strategia globale, che si rimanda di disastro in disastro.
Chi ha contribuito a generare coscienza e a segnalarsi negli interventi, sono stati soprattutto i giovani.
 * 4 NOVEMBRE 1966.  Sull'Italia si abbattè la violenza della pioggia. Colpito il Nord, l'Est,  tragedie gravi nel Polesine e alle foci del Po, problemi in Emilia Romagna, il centro del Paese con alcune città, come Firenze, diventate triste simbolo della tragedia, con 35 morti, settantamila senza casa, danni immensi. Nelle regioni settentrionali i morti furono 87, dei quali tre a Venezia, e gli sfollati nel solo Veneto-Polesine superarono le 25mila persone. Tra questi, quasi tutti gli abitanti di PELLESTRINA.

* FIRENZE: L’onda alluvionale dell’Arno sommerse la città con 4 metri e 92 cm. Allagati negozi, appartamenti, chiese, musei. Tre giorni di isolamento. La marea fangosa mista a nafta, stava deturpando monumenti, statue, dipinti, manoscritti, volumi. Masaccio, Lippi, Simone Martini, Botticelli, Beato Angelico, Cimabue, Donatello, Giotto, Paolo Uccello, Michelangelo. L’inferno liquido contro le famiglie e contro la storia dell’arte. I giovani radioamatori salvarono la città, coordinando gli aiuti.
Arrivarono i soldati di leva con turni massacranti, e giovani da tutte le parti d’Italia e del mondo ( “Gli Angeli del fango”) a mischiare dialetti e lingue, a elargire sorrisi che squarciarono il velo dell’angoscia, a salvare libri e quadri passandoseli l’un l’altro, in generose catene umane. Un giovane diede l’allarme per il grande crocifisso di Cimabue nella Chiesa di S. Croce.
Ci volle un anno perché tale crocifisso ligneo si asciugasse e vari anni perché venisse in parte restaurato. Quel giovane andava ogni giorno a vederne lo stato, come al capezzale di un familiare infermo.

* PELLESTRINA-VENEZIA: Pellestrina è la fragile avanguardia di Venezia, una sottile striscia di terra tra mare e laguna, e per prima subirà le devastazioni prodotte dall’Adriatico che, sotto la spinta incessante dello scirocco, sventra la secolare protezione dei “murazzi” (costruiti duecento anni fa dalla Serenissima), subissa il paese e corre a gonfiare le acque interne. Perché quello non è un giorno di acqua alta come tanti altri: è il 4 novembre del 1966, cinquant’anni fa esatti, quando il calendario millenario di Venezia rischiò di interrompersi per sempre.

Una città che, da tempo immemore, ha confidenza con l’acqua, nata e cresciuta nel suo universo liquido, scopre traumaticamente l’orrore di sprofondare nell’abisso di quelle stesse acque che tante volte l’hanno protetta e difesa. L’acqua a secchiate, a onde, a spruzzi, con le bolle come in un acquario o con la schiuma come in una vasca. L’“Aqua Granda”, quella “sporca, porca, lorda e ingorda”. La marea raggiunse i 194 centimetri, cioè più di mezzo metro oltre la misura che gli esperti fissano come “alta marea eccezionale”.
  Tutti i veneziani pensavano che, dopo le consuete 6 ore, la marea sarebbe calata. Invece, no. Al contrario, l’acqua salì ancora. Solo in seguito si seppe che questo era dovuto alla rottura dei “murazzi” a Pellestrina e all’irruzione del mare Adriatico nella laguna. In una decina di punti per un totale di ottanta metri e per altri seicento, i “murazzi” si sono slabbrati o lesionati o incrinati.
  Agli abitanti del luogo parve giunta la fine del mondo: fin che il telefono funzionò, invocarono aiuto da Venezia, poi fuggirono in barca alla volta del Lido. Quando Venezia raggiunse le due borgate con una motozattera e alcuni vapori, metà della popolazione era già scappata via. A sera del 4 novembre, mentre il mare continuava a sbriciolare le colossali mura, Pellestrina era pressoché deserta.   

 Stasera 4 novembre, a distanza di 50anni, un vaporetto porta 600 abitanti di Pellestrina alla Fenice di Venezia per assistere a “ Aqua Granda”, uno spettacolo musicale che evoca quel giorno. (vedere su You Tube) . Si creerá l'effetto dell'acqua che inonda i murazzi. 

Dopo l’ “Aqua Granda”, la parola d’ordine diventa: salvare Venezia dall’aggressione periodica delle acque. Cinquant’anni più tardi, siamo ancora qui che aspettiamo di vedere in funzione il miracolo dell’ingegneria e della tecnica che dovrebbe scongiurare questo mortale pericolo: si chiama Mose e, sul piano politico e del (mal)costume, ha già lasciato un segno nero ben marcato sulle pietre dei murazzi di Pellestrina.

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