IMMIGRAZIONE: ACCOGLIENZA O CONTENIMENTO? UN NUOVO APPROCCIO

I BENEFICI DELL’IMMIGRAZIONE

Parte VIII - A

di Massimo D’Angelo

 

  1. Un mito da sfatare?

Il 14 settembre 2019 condivisi su Facebook la notizia che l’Italia aveva assegnato un porto sicuro alla Ocean Viking per far sbarcare a Lampedusa 82 naufraghi, salvo distribuirne 58 in Germania, Francia, Portogallo e Lussemburgo, che avevano accettato di accoglierli. È stato sufficiente pubblicare quel post per suscitare due reazioni negative: la prima “scherzò” su quanto gli abitanti di Lampedusa avrebbero apprezzato la notizia; la seconda sottolineò il rischio che 1 milione di profughi in Libia avrebbero seguito quell’esempio per sbarcare in Italia.[i] In altre parole, è linvasione. Vengono ad invadere le nostre strade, ad occupare le nostre case, a prendere i nostri posti di lavoro. In breve, sono un danno per il nostro paese.  Questo giustifica una domanda di fondo che sarà l’oggetto di questa Parte VIII di questo saggio: è l’immigrazione un danno o un beneficio per il paese ricevente?

Molti non hanno dubbi: gli immigranti ci sottraggono preziosi posti di lavoro e reddito, generano disoccupazione tra la manovalanza nazionale, esercitano una concorrenza sleale specialmente alle minoranze più povere dei lavoratori residenti, perché sono disposti a lavorare per qualsiasi basso salario. Il loro arrivo inoltre ritarderebbe la ristrutturazione di settori produttivi che potrebbero avvantaggiarsi di innovazioni tecnologiche e riorganizzazioni interne che riducano l’uso intensivo del lavoro, stimolando l’uso protratto di approcci ad alta intensità di lavoro, grazie al basso salario che gli immigranti sono disposti ad accettare.[ii] Infine, molti immigranti vanno ad aggiungersi al numero di disoccupati nazionali, vista la grande dimensione dei loro nuclei familiari, che comprendono molti membri che non lavorano ma richiedono assistenza pubblica.[iii]

Altri, pur riconoscendo che gli immigranti possano portare qualche beneficio al paese ospitante, sostengono che il bilancio tra costi e benefici pende dal lato dei costi: i costi sono pagati da vasti strati della popolazione nazionale, in primo luogo dalle fasce più deboli, ma anche dalla grande massa di contribuenti fiscali, che si sobbarcherebbero il peso di spese elevate per assistere immigranti e rifugiati, spese ritenute eccessive, specialmente perché molti assistiti non sarebbero “meritevoli” di quel sostegno.  I benefici dell’immigrazione, invece, non sarebbero ugualmente condivisi dalla gran parte della popolazione ma sarebbero concentrati nelle mani degli stessi immigranti (per i maggiori redditi che conseguiranno nelle nuove posizioni lavorative), e delle specifiche imprese che reclutano maestranze straniere, traendo il vantaggio dall’uso di manodopera a basso costo.

Vedremo più di seguito il dettaglio di queste critiche, confrontandole con la realtà fattuale.  Possiamo però anticipare sin d’ora che i benefici prodotti dall’immigrazione si estendono su di una base molto più amplia, mentre i costi, spesso esagerati, corrispondono più ad una percezione del pubblico, mentre i costi materiali sono molto più contenuti. Ci soffermeremo tuttavia sulla possibile influenza negativa sui livelli salariali e occupazionali e sull’ipotizzato rallentamento del progresso tecnologico nei settori che impiegano personale straniero.  Vedremo così che l’effetto globale dell’immigrazione sui paesi ospitanti è molto più complesso e coinvolge molti soggetti diversi: da un lato, gli immigranti che, come analizzato nella Parte VI, includono categorie molto diverse di individui, alcuni spinti dalla ricerca di un miglioramento economico, molti che non “scelgono” di emigrare ma sono forzati dalle circostanze, ed un sottogruppo di questi ultimi che vengono definiti come rifugiati; dall’altro vi sono molti soggetti nei paesi ospitanti che interagiscono con gli immigranti al di là delle imprese o dei datori di lavoro che li reclutano o delle istituzioni pubbliche o private con cui essi interagiscono: ci sono i lavoratori che beneficiano direttamente dall’arrivo degli immigranti e che hanno un rapporto complementare con questi ultimi; lavoratori che potenzialmente si trovano in collisione con gli immigranti, competendo per lo stesso posto di lavoro o per un salario simile; residenti che non fanno parte della popolazione attiva, che si possono avvantaggiare dei servizi e dei beni prodotti dai lavoratori stranieri; residenti che dipendono dall’assistenza sociale e che si sentono minacciati dall’attenzione data agli immigranti; e infine lavoratori nazionali che hanno un rapporto di assoluta indifferenza rispetto agli immigranti.

Nella Parte VII di questo saggio, affrontammo la valutazione di una possibile superiorità etica del modello dell’emigrazione senza frontiere. Utilizzammo criteri di efficienza per valutare il beneficio netto dell’immigrazione in base alle preferenze dei singoli individui residenti nel paese ospitante, ma non arrivammo a nessuna conclusione pratica. Infatti, le scelte individuali non possono essere soddisfatte simultaneamente, e quindi non esprimono un interesse generale collettivo, ma solamente interessi contrapposti.[iv] Trovammo una soluzione parziale superando l’analisi individualistica e mettendo l’accento sui diritti umani, ma questo non ci permise una valutazione complessiva del beneficio dell’immigrazione per il paese ospitante. Apparentemente vi è un dilemma insolubile tra i vantaggi che l’immigrazione produce per lo sviluppo e per la ricchezza del paese ospitante e i rischi alla sicurezza nazionale (percepiti dai residenti) che possono essere intensificati dall’immigrazione.

Mentre abbiamo abbondantemente parlato del secondo termine di questo dilemma -- gli effetti dell’immigrazione sulla sicurezza nazionale (dalla Parte II alla Parte V di questo saggio) – gli effetti positivi dell’immigrazione sono stati finora trascurati, anche perché spesso sono negati (gli immigranti ci rubano il lavoro).  Questa critica, corrispondente più che altro a un giudizio politico (anzi, ad un pregiudizio), è in sintonia con le impostazioni fondate sulla supremazia assoluta della sovranità nazionale e si alimenta di slogan come “prima gli italiani” o “British jobs for British workers” o “Americans first”.  Attualmente gli immigranti costituiscono una percentuale elevata della popolazione attiva delle economie avanzate, che oscilla tra il 10 e il 30% della forza lavoro a seconda dei paesi, mentre era soltanto il 5% della loro popolazione attiva nel 1960, anche se gli immigranti nel loro complesso rappresentano soltanto il 3,3% della popolazione mondiale. [v] Lo sviluppo delle economie moderne di questi ultimi anni ha beneficiato di un aumento del volume totale degli immigranti, aumentati del 20% a partire dal nuovo millennio (e del 70% se ci riferiamo esclusivamente allo stock di immigranti ad elevata qualifica). La correlazione positiva tra crescita economica dei paesi d’immigrazione (e quindi crescita dell’occupazione) e flussi migratori è stata storicamente comprovata,[vi]  anche se non mancano studi che puntano sull’effetto negativo che i flussi migratori eserciterebbero, a certe condizioni, sull’occupazione, anche se limitato a periodi e a spazi geografici specifici.[vii]  Ma gran parte degli studiosi concludono che l’effetto “disoccupazione” prodotto dall’arrivo degli immigranti è complessivamente nullo,[viii] anche se vi possono essere eccezioni, e comunque gli effetti positivi e negativi sull’occupazione nazionale potrebbero compensarsi a vicenda, giustificando l’ipotesi di  un impatto neutrale o, più frequentemente, positivo.  Ricordiamo, infine, che l’immigrazione non incide solo sull’occupazione ma anche sullo sviluppo economico dei paesi riceventi.

Correlazioni tra flussi migratori e crescita economia, anche quando sono positive, hanno dei limiti metodologici: constatano “coincidenze”  statistiche e non spiegano relazioni causali,[ix] e potrebbero nascondere influenze negative se il processo di crescita fosse così rapido da più che compensare eventuali costi dell’immigrazione, coperti dai risultati positivi dello sviluppo economico: in tal caso, il paese avrebbero potuto raggiungere livelli di crescita ancora più alti se non avesse dovuto pagare lo scotto dell’immigrazione.  Resta tuttavia il fatto che è molto più attendibile ipotizzare che l’immigrazione generi benefìci superiori ai suoi costi, che non il contrario, come confermato dalla storia pluriennale dei grandi paesi d’immigrazione di questi ultimi due secoli, la cui crescita è stata permessa dal contributo insostituibile del lavoro immigrato. Quei risultati non sarebbero stati acquisiti contando soltanto sull’accumulazione di capitale e sulle innovazioni tecnologiche, senza il contributo indispensabile del fattore lavoro, la cui elasticità è molto modesta. L’immigrazione ha contribuito a riempire i vuoti lasciati dall’offerta nazionale di lavoro, permettendo ritmi accelerati di crescita produttiva altrimenti irraggiungibili. Anche se l’importanza del lavoro è stata storicamente ridimensionata dall’introduzione di metodi a bassa intensità di lavoro, che stimolano l’automazione e minimizzano l’uso del fattore umano, il lavoro continua a rappresentare una condizione essenziale per la crescita. In assenza di grandi riserve di disoccupati, solo elevati livelli di immigrazione hanno permesso di ovviare alle strozzature della limitata offerta di lavoro in alcuni segmenti, garantendo alti ritmi di crescita a paesi che hanno beneficiate del contributo degli immigranti alla produttività nazionale e alla domanda aggregata. Per questo la stragrande maggioranza degli studi conclude che c’è abbondanza di evidenze empiriche che attestano che l’immigrazione produce una maggiore prosperità nei paesi destinatari, espandendo il suo reddito nazionale sia in termini aggregati che pro capite, migliorando il benessere anche dei lavoratori nazionali, introducendo allo stesso tempo una diversificazione della struttura della manodopera e diversificando le componenti intellettuali e culturali della società. Questi benefici sono reali, mentre spesso i costi sono legati più a percezioni, emozioni e prevenzioni aprioristiche che a dai concreti. Le politiche migratorie finora hanno prestato un’attenzione marginale ai benefici derivanti dall’immigrazione, mettendo l’accento solo sui costi percepiti e sui rischi per la sicurezza nazionale. Forse il momento è venuto di spostare l’obiettivo dall’animosità delle controversie basate su ansie collettive, per focalizzarci sull’ impatto economico dell’immigrazione.

  1. Il contributo lavorativo degli immigranti

Il volume totale di immigranti stimato per l’anno 2015 ammontava a 244 milioni di persone, pare al 3,3% della popolazione mondiale,[x] corrispondenti ad una percentuale variabile tra il 10 ed il 30 per cento della popolazione lavorativa dei paesi OCSE.[xi] Sono valori importanti, che attestano tuttavia che la maggioranza della popolazione mondiale, pur in presenza di alta disoccupazione, tende ad essere sedentaria, anche di fronte a gravi crisi economiche. Ciò nonostante, fattori espulsivi continuano ad esercitare una pressione notevole nei paesi in via di sviluppo, stimolando l’emigrazione di molti individui. La proporzione tra volume totale di immigranti e popolazione globale è rimasta relativamente stabile nel lungo periodo, a partire dalla fine del XIX secolo, attorno al 2%.[xii] Attorno al 1970 era al 2,3% ed è rimasta più o meno costante fino al 1990, quando ha subìto una prima impennata fino al 2,9%, in parte per l’esplosione dell’emigrazione dall’oriente europeo dopo la fine della Guerra Fredda, ed in parte per le conseguenze di gravi squilibri sociali, guerre civili, fenomeni di destabilizzazione interna, esasperazione di fenomeni di esclusione sociale, violenze e calamità naturali di vario genere, che hanno afflitto molti paesi in via di sviluppo, per raggiungere il 3,2% nel 2010 ed il 3,3 nel 2015.  Nel 2017 gli immigranti erano circa 258 milioni, con una tendenza a stabilizzarsi rispetto al volume totale della popolazione con una percentuale che si aggira attorno al 3%.  

C’è da sottolineare, tuttavia, che questi dati riflettono il numero di immigranti già ubicati in paesi diversi da quelli ove sono nati (cioè gli stock degli immigranti esistenti) e noi gli arrivi correnti (i flussi) di immigranti, molto più difficili da stimare. Quando parliamo di “invasioni” di immigranti stiamo parlando di flussi e non di stocks. La stima dell’OCSE sui flussi migratori annuali verso i paesi più sviluppati nell’anno 2000 valutava questo flusso pari a circa 3,85 milioni di persone. Questo flusso aumentò considerevolmente negli anni successivi, anche se subì un temporaneo rallentamento nel 2008 a causa della crisi economica mondiale, per arrivare a 7,15 milioni di persone nel 2015.[xiii] Quindi i flussi di immigranti raggiunsero (in un anno di punta dell’immigrazione internazionale come il 2015) soltanto il 2,93% del volume totale di immigranti stimati per quell’anno.  Si tratta di flussi significativi, ma non di un’invasione di tipo apocalittico, come spesso declamato. Se mettiamo a confronto i flussi di immigranti con la popolazione residente nei paesi OCSE parliamo di un livello molto basso, inferiore allo 0,1%, per cui gli allarmi numerici non sono assolutamente giustificati.

Inoltre, l’osservazione che gli immigranti arrivano in massa per rubare posti di lavoro ai nostri cittadini è un modo semplicistico (anche se efficace) di obiettare a qualsiasi apertura nei confronti dell’immigrazione. Nel suo semplicismo estremo, tuttavia, questa critica pecca di una contraddizione fondamentale: suppone che l’occupazione totale nei paesi ospitanti sia rappresentata da un numero fisso di posti di lavoro.[xiv] Quanti più posti di lavoro saranno occupati da immigranti – l’ipotesi sostiene – tanto minore sarà il numero di posti di lavoro disponibili per lavoratori nazionali. Il mercato del lavoro viene così trattato come se fosse un’aula scolastica, con un numero assegnato di banchi disponibili per tanti scolari. Se i posti sui banchi vengono assegnati ai nuovi arrivati (gli immigranti), si riduce il numero di sedili accessibili agli scolari che ci stavano prima (lavoratori nativi).  Ma questa metafora ignora che l’economia non funziona come un’aula scolastica, e trascura completamente l’impatto economico dell’immigrazione su variabili cruciali quali la produttività, il reddito nazionale, il reddito pro capite, e il maggiore lavoro generato per altri lavoratori. L’immigrazione è fonte di maggior ricchezza e di reddito per tutti, compresi i lavoratori nazionali.  Per continuare la metafora, l’arrivo dei nuovi scolari (gli immigranti) permette l’apertura di nuove aule, l’acquisto di nuovi banchi (sia per vecchi che per nuovi scolari, ovvero per lavoratori nazionali e per immigranti) ed il reclutamento di nuovi insegnanti (promozione di nuovi investimenti), in concomitanza con ulteriori stanziamenti di fondi pubblici per l’edilizia scolastica e per l’insegnamento (ovvero grazie allo stimolo all’accumulazione di capitale indotto dall’immigrazione). Ciò avviene perché gli immigranti (diversamente dagli scolari) non assorbono solo risorse, ma sono essi stessi risorse produttive che generano ricchezza. L’occupazione non è un numero fisso di posti di lavoro come il numero di banchi in un’aula scolastica, da distribuire tra lavoratori nazionali e stranieri, ma una variabile che cresce in fase di espansione, in concomitanza con investimenti di capitale e l’introduzione di innovazioni tecnologiche.[xv]  Il contributo primario degli immigranti consiste infatti nell’accresciuta produzione di beni e servizi per un valore superiore ai salari e ai redditi da essi percepiti, con un guadagno netto per l’economia del paese e per la sua crescita.[xvi]

Contributo alla produttività, contributo alla domanda aggregata e l’effetto “moltiplicatore”

Come fanno gli immigranti a creare ricchezza nel paese che li ospita? Sin dal primo istante del loro arrivo essi spendono il poco danaro che portano con sé in rivoli di spesa per le prime necessità, generando in tal modo maggiore spesa nazionale e maggiori ricavi per i fornitori nazionali di beni e servizi che si tradurranno in accresciuto reddito nazionale. Pensiamo alle spese alimentari e di trasporto, all’affitto per un primo alloggio, al vestiario di emergenza. Di queste spese, anche se modeste, se ne avvantaggeranno per lo più i redditi dei “nazionali” (o, se vogliamo, dei “residenti”) e non i redditi degli “stranieri”. Ma questo sarà solo il primo passo. Una volta trovata un’occupazione, gli immigranti contribuiranno direttamente alla produzione di beni e servizi, che si tradurrà in maggiore reddito in un processo cumulativo di sviluppo economico, contribuendo alla crescita della domanda aggregata (comprando cibo, abbigliamento, veicoli ed elettrodomestici, pagando fitti o rate di mutuo, spendendo per il proprio divertimento, contribuendo all’attività economica del paese come qualsiasi altro consumatore e, a volte, investendo i propri risparmi in attività produttive).[xvii] Il tempo necessario per trasformare gli immigranti in contribuenti attivi alla produzione nazionale di beni e servizi dipenderà dall’intensità della domanda di lavoro, ma potrebbe essere relativamente breve. In questo senso è corretto usare l’espressione “gli immigranti trovano lavoro” (accettando posizioni disponibili), in quanto in realtà essi non “rubano” il lavoro a nessuno. All’inizio troveranno occupazioni provvisorie, successivamente più stabili.  Una volta entrati nel sistema produttivo, gli immigranti produrranno un effetto benefico per l’economia nazionale che si può articolare in tre elementi essenziali:

(a)   Il contributo diretto alla produzione nazionale di beni e servizi, attraverso l’accrescimento del numero di ore lavorate nell’economia. Il confronto tra ore lavorative prestate dai lavoratori nazionali e quelle lavorate dagli immigranti ne sottolinea il ruolo complementare.[xviii]

(b)   La maggiore spesa alimentata dagli accresciuti redditi, cioè un aumento della “domanda aggregata nazionale”, che produce ulteriore reddito sia degli immigranti, che delle imprese e di altri lavoratori con cui interagiscono, e genera altri posti di lavoro nazionali attraverso l’effetto “moltiplicatore”;

(c)   Le maggiori entrate fiscali che saranno generate dal pagamento, da parte degli immigranti, delle imposte indirette e, per gli immigranti regolari o regolarizzati, anche di quelle dirette.

Questo effetto positivo è particolarmente evidente nel caso in cui l’economia del paese d’immigrazione cresca a ritmi accelerati, con investimenti produttivi abbondanti, innovazione tecnologica, mercati sia interni che esteri in espansione, salari crescenti nei settori di punta e relativamente stabili negli altri. In quelle condizioni ottimali, l’economia crea e distrugge allo stesso tempo posti di lavoro in una dinamica continua. Gli immigranti rispondono all’intensa domanda di lavoro espresso da questa dinamica, occupando i posti vacanti che vengono continuamente messi a loro disposizione, perché hanno un disperato bisogno di lavoro per mantenersi.  Quando l’economia cresce in modo così dinamico, è possibile assorbire un numero crescente di lavoratori stranieri e offrire, al tempo stesso, impiego ad un numero elevato di lavoratori nazionali. Questo effetto espansivo è anche dovuto al fatto che l’età media degli immigranti è più bassa della media nazionale, ed il loro arrivo controbilancia la riduzione del tasso di popolazione attiva nel territorio nazionale causato dall’invecchiamento, colmando, per lo meno in parte, il vuoto economico creato da quello squilibrio.

Mentre il contributo al miglioramento dell’economia del paese ospitante risulta evidente quando gli immigranti sono lavoratori specializzati e in loro apporto rappresenta un modo per elevare il livello del capitale umano della società, non dobbiamo però  sottovalutare il contributo che proviene dall’arrivo dei manovali generici. Anche se inizialmente potranno apparire sottoccupati o impiegati in attività a bassa produttività marginale, il loro apporto produce effetti positivi sin dall’inizio, attraverso l’aumento delle ore lavorate che si aggiungono a quelle offerte dalla manodopera nazionale. Ma il loro contributo viene ulteriormente esaltato nel medio e nel lungo periodo, quando essi saranno riusciti a valorizzare le proprie capacità professionali, acquisendo nuove qualificazioni. Allo stesso tempo, l’arrivo di manovalanza generica straniera rappresenta un incentivo per i lavoratori nazionali ad investire energie per migliorare le proprie competenze anziché restare confinati in mansioni manuali, in concorrenza con manovali stranieri, favorendo in tal modo il loro trasferimento a posizioni a produttività più elevata e salari più alti. In questo senso, gli immigranti a qualificazione generica svolgono una funzione complementare allo sviluppo dei quadri qualificati nazionali.

Ma cosa succede in caso di crisi economica? La recessione implica un calo dell’occupazione. L’aumento della disoccupazione può interessare sia i lavoratori nazionali che gli immigranti, ed è un disincentivo sia per l’immigrazione che per la partecipazione attiva al mondo del lavoro. I denigratori dell’immigrazione sostengono che in fasi recessive o anche in condizioni di stagflation, l’immigrazione è causa primaria di disoccupazione. Ma questa interpretazione è distorta, perché ignora la vera interazione degli immigranti con il mercato del lavoro e le cause profonde della disoccupazione. Non è detto, inoltre, che l’immigrazione non produca un effetto benefico sull’occupazione anche nel caso di recessione, se utilizzata come cuscino di sicurezza per aumentare la flessibilità dell’economia, essendo concepibile l’assorbimento produttivo di lavoratori stranieri anche in tali fasi, e se la manovalanza straniera è utilizzata in settori abbandonati dai quadri nazionali.  C’è chi osserva tuttavia che, mentre l’immigrazione sicuramente produrrà benefici per il settore produttivo che assorbe lavoratori stranieri, e per quei residenti a reddito crescente che beneficiano di un rapporto complementare con gli immigranti (ad esempio, coloro che utilizzeranno i servizi che gli immigranti contribuiscono ad offrire), è anche possibile che vi siano gruppi di lavoratori nativi che non beneficeranno di tali vantaggi o potrebbero essere addirittura vittime di eventuali impatti negativi. 

Il fenomeno del “de-skilling”

Non necessariamente il primo lavoro rappresenta un perfetto incontro tra le qualifiche dell’immigrato e le mansioni che gli vengono richieste. Spesso gli immigranti sono costretti ad accettare in prima istanza lavori che li degradano rispetto al loro effettivo livello d’istruzione e di esperienze professionali  Gli immigranti infatti soffrono di una posizione di relativa inferiorità rispetto ai corrispondenti lavoratori nazionali, pur quando hanno le stesse qualifiche di competenze tecniche e vengono remunerati con salari allo stesso livello, condizione dovuta all’insufficiente familiarità con la lingua,[xix] con il contesto nazionale e con il funzionamento del mercato del lavoro, il mancato sostegno di un tessuto sociale che favorisce chi è nato nel paese, e la difficoltà di omologare titoli di studio ed esperienze lavorative acquisite nel paese d’origine. La fungibilità degli immigranti rispetto ai quadri nazionali è imperfetta, a meno che i primi non competano per posizioni lavorative che richiedano solo capacità generiche (lavoro manuale), il cui contributo sia solo lo sforzo fisico, o riguardino mansioni che richiedano conoscenze molto semplici. Ciò spiega come mai, specialmente dopo l’arrivo nel nuovo paese di destinazione, molti immigranti vengano impiegati molto al di sotto delle loro qualifiche tecniche (il c.d. “de-skilling”), costretti ad accettare lavori più umili e meno qualificati.

Il livello iniziale di istruzione e di capacità tecnico-professionale dell’immigrato al momento dell’arrivo può condizionare il suo inserimento lavorativo nel lungo periodo, determinando scelte occupazionali che peseranno sulle prospettive future, ma è anche possibile che l’accertamento iniziale di questo livello penalizzi l’immigrante rispetto alle sue effettive capacità e conoscenze, che possono essere così sottostimate.  Il successivo accrescimento delle capacità professionali dell’immigrante dopo il suo arrivo, naturalmente, potrà alterare quest’ostacolo iniziale, rendendo il processo di “de-skilling” riversibile, ma si tratta pur sempre di un accrescimento lento e complesso, che dipende dal modo in cui l’immigrante riesce ad integrarsi nella società ospite, compensando la degradazione professionale iniziale nella ricerca di alternative lavorative migliori, dopo essere riuscito a veder riconosciuti i propri titoli di studio o professionali, ed aver integrato il suo ‘background’ con conoscenze e riconoscimenti di specializzazioni ulteriori acquisiti nel paese d’immigrazione.  Questo fenomeno è acuto nel caso di immigranti di sesso femminile, che più spesso ne subiscono le conseguenze, quando sono messe a confronto con lavoratrici nazionali, come riscontrato in analisi empiriche condotte negli Stati Uniti e in Francia per lavoratrici che hanno completato studi secondari e universitari.[xx] L’eliminazione di questa discriminazione potrebbe essere favorite da appropriate politiche di accoglienza e di integrazione del paese destinatario e da attività formative che potrebbero complementare le qualifiche acquisite dall’immigrato prima dell’arrivo. Anche se queste attività hanno un costo fiscale, esse sono in realtà un investimento per cogliere a pieno i benefici che il capitale umano degli immigranti porta con sé, il loro apporto di conoscenze e la gamma di qualifiche che essi mettono a disposizione del paese ospitante. Ma anche l’immigrazione dei lavoratori a qualificazione generica contribuisce indirettamente a migliorare la qualità del capitale umano del paese d’immigrazione, nonostante si abbia l’impressione che vi sia un effetto contrario quando si assiste al fenomeno di ‘de-skilling’.

Esamineremo tutte questioni in dettaglio nelle sezioni che seguiranno, distinguendo tra conclusioni che confermano in modo inequivocabile che l’immigrazione produce un netto beneficio per il paese ospitante, e circostanze in cui l’impatto su quella società sia più complesso e articolato, e meriti alcuni distinguo. Possiamo però anticipare sin d’ora che la maggioranza degli studi condotti, che si riferiscono a realtà geo-economiche molto diverse tra di loro, concludono che, globalmente, gli effetti dell’immigrazione sull’economia nazionale sono mediamente positivi, mentre l’impatto sui salari e sull’occupazione dei lavoratori nazionali dei flussi migratori, pur potendo essere sia positivo che negativo, sembra nel complesso di modesta dimensione o irrilevante. [xxi] 

  1. Immigrazione, squilibri settoriali e flessibilità nella crescita

La relazione tra immigrazione, sviluppo economico e mercato del lavoro è molto complessa. L’immigrazione interagisce con le trasformazioni strutturali delle economie moderne e fornisce manodopera per rispondere alla domanda del lavoro, quando questa non può essere soddisfatta dall’offerta nazionale. Funziona come cuscinetto o ammortizzatore (buffer) di fronte alla volatilità delle congiunture economiche, anche recessive, venendo incontro a scompensi causati dalle dinamiche demografiche, economiche e sociali dei paesi d’immigrazione. Copre in particolare i vuoti (gaps) lasciati dalle maestranze nazionali nei comparti ove queste ultime non intendano fornire servizi lavorativi o non siano sufficienti per coprire la domanda. L’immigrazione offre l’opportunità per adattare flessibilmente l’economia alle diverse congiunture, riducendo l’impatto di queste strozzature (bottlenecks) sulla produzione e sulla ricchezza nazionale. Nelle congiunture espansive, l’immigrazione permette di migliorare i risultati di sviluppo e, al tempo stesso, ridurre l’influenza di pressioni inflazionistiche. Nelle congiunture recessive, l’immigrazione attenua gli effetti depressivi sull’occupazione nazionale e sul livello generale dei prezzi, sui salari e sui profitti.[xxii]

Immigrazione, rapporto capitale/lavoro e impatto sulla crescita

Potremmo supporre che l’immigrazione, aumentando la forza del lavoro, provochi una inevitabile riduzione del rapporto tra capitale e lavoro (K/L, cioè della quantità di capitale produttivo mediamente disponibile per ogni lavoratore), ponendo le premesse per un impatto negativo di lungo periodo sullo sviluppo economico, in quanto l’abbassamento di K/L potrebbe rappresentare un disincentivo alla crescita, se accettiamo l’ipotesi di una relazione diretta tra K/L e crescita del PIL.  Però l’immigrazione è anche un incentivo ad aumentare gli investimenti, visto che l’arrivo di nuovi lavoratori, rafforzando la forza lavoro, produce occasioni proficue per nuovi investimenti, tanto da lasciare il rapporto K/L immutato, o addirittura stimolarne l’aumento.  Questo effetto favorevole agli investimenti potrebbe essere accentuato se l’economia è particolarmente aperta alle influenze internazionali, in quanto le prospettive di profitti generate dall’arrivo di nuovi lavoratori, potrebbero stimolare anche flussi di investimenti dall’estero. Vi sono evidenze empiriche che confermano questo rapporto di complementarietà tra immigrazione, intensificazione dei traffici commerciali e aumento degli investimenti dall’estero. Tuttavia, non possiamo escludere che l’arrivo di lavoratori stranieri non qualificati sia anche un incoraggiamento alla continua adozione di tecnologie a bassa intensità di capitale in alcuni comparti, esercitando quindi una pressione al ribasso sul rapporto K/L.  Ma su di un arco temporale sufficientemente lungo, l’evidenza statistica conferma che complessivamente non ci sia un effetto depressivo dell’immigrazione sul rapporto K/L.[xxiii] 

In ogni caso, l’immigrazione comporta un aumento del numero di ore lavorate nel paese ricevente, un fatto obiettivo che contribuisce direttamente alla crescita netta della produttività, stimolando l’aumento della qualità del lavoro e del PIL, nonché l’aumento del reddito distribuito ai lavoratori, anche se il rapporto tra capitale e lavoro dovesse rimanere costante. Se i grandi paesi d’immigrazione non avessero potuto contare sull’apporto significativo delle maestranze straniere, il loro tasso complessivo di sviluppo sarebbe stato molto più basso.

Simulazioni sono state condotte sull’apporto produttivo dell’immigrazione su diverse economie che hanno beneficiate di ingenti flussi migratori nella loro storia anche recente. È stato stimato che le economie dell’Europea meridionale avrebbero avuto uno sviluppo inferiore nell’ordine del 20-30% in meno nel periodo 1990-2014 se non avessero potuto contare sul contributo del lavoro immigrato. Stime analoghe sono state fatte per la Francia, a partire dall’anno 2000, arrivando alla conclusione che senza l’immigrazione l’economia francese avrebbe avuto un PIL pro capite più ridotto del 3%. Nel caso della Gran Bretagna, la crescita sarebbe stata inferiore del 15%, simulando l’assenza di lavoro immigrato. Sempre nel Regno Unito, è stato stimato anche lo scenario in cui l’immigrazione (invece di ipotizzarne l’assenza) fosse rimasta costante al livello del 1990 anziché crescere come di fatto avvenuto: l’economia britannica in tal caso avrebbe sofferto di una riduzione del suo sviluppo pari al 9%. Potremmo trarre analoga conclusione se analizzassimo il potenziale effetto negative delle restrizioni all’immigrazione che il Regno Unito potrebbe introdurre in conseguenza della Brexit.  Analogamente, è stato stimato che la crescita dell’economia americana sarebbe stata inferiore del 15% nel periodo 1990-2016, se non avesse potuto contare con l’apporto del lavoro degli immigranti.[xxiv] Un impatto simile si sarebbe verificato anche in termina di crescita pro capite di quelle economie, viste le tendenze demografiche dei paesi destinatari.[xxv]

Trasformazioni strutturali e immigrazione

La crescita delle economie avanzate non è uniforme né armonica. È un processo squilibrato, che crea opportunità per il lavoro importato in un modo convulso. In una dinamica che tenga conto delle ipotesi del “ciclo del prodotto” suggerite da Raymond Vernon sin dal 1966,[xxvi] ci sono settori produttivi più innovativi[xxvii]a crescita più rapida che assorbiranno molti investimenti, incorporando innovazioni tecnologiche e lanciando nuovi processi industriali a elevata intensità di capitale e di tecnologia. Sono settori dove l’automatizzazione delle catene di montaggio e di molte funzioni amministrative fa passi da gigante. Sono settori che dominano lo scenario dei processi di globalizzazione dell’economia industriale e animano l’intensificazione della concorrenza interna ed internazionale. Queste innovazioni si accompagnano a profonde trasformazioni anche nella distribuzione commerciale.  Imprese di piccole dimensioni vengono continuamente consolidate attraverso fusioni e la creazione di catene commerciali, Tutto ciò crea un contesto fortemente competitive, che minaccia strutture aziendali di piccole dimensioni ereditate dal passato ed imprese a tecnologia obsoleta. L’avvento dell’informatica rende questi processi ancor più rapidi e complessi. Queste trasformazioni influiscono profondamente sulla struttura degli investimenti, sulla composizione della produzione e sui flussi di commercio internazionale, e l’immigrazione interagisce con tutto ciò, rispondendo agli andamenti alterni dei vari segmenti del mercato. Ma vediamo queste trasformazioni più in dettaglio per vagliarne le implicazioni per l’immigrazione.

Nelle fasi espansive, i settori più innovativi assorbiranno quadri di specialisti (nazionali o stranieri) altamente qualificati, ma anche quadri intermedi e manovalanza generica a complemento dei primi, sottraendoli da altri settori. Nuove mansioni verranno introdotte, mentre altre mansioni resteranno a domanda pressocché costante, e altre ancora saranno in calo o verranno abbandonate, con un effetto espulsivo per i lavoratori che non sono in grado di assumere nuove funzioni, che si accompagnerà alla distruzione di posti di lavoro per obsolescenza tecnologica, e alla trasformazione di molte posizioni che assumono nuove forme.  Questa dinamica si accompagnerà ad una parallela dinamica salariale, con remunerazioni più elevate per le mansioni più qualificate ma alterne vicende per altre mansioni.

Nonostante gli sforzi per rispondere alla forte domanda di lavoro specializzato con quadri nazionali nei settori di punta, spesso sarà necessario ricorrere agli immigranti per coprire i posti vacanti. Allo stesso tempo le innovazioni produrranno anche disoccupati tecnologici, pur in presenza di un elevato livello della domanda globale di lavoro per l’economia nel suo insieme. Le maestranze espulse cercheranno lavoro altrove, a salari più contenuti e in posizioni più precarie, ma alcuni non saranno riassorbiti dal sistema produttivo, e andranno ad aumentare le fila dei disoccupati, restando alla ricerca di un’occupazione alternativa. Una percentuale di questi uscirà completamente dal mercato del lavoro, desistendo dalla ricerca di un’occupazione produttiva e producendo una riduzione della popolazione attiva. In questa dinamica complessa, masse lavoratrici si spostano da un settore all’altro, anche se il livello complessivo di occupazione o della disoccupazione dovesse rimanere intatto.[xxviii] I settori in crescita, specialmente quelli di punta, assumeranno lavoratori (sia nazionali che stranieri) in primo luogo sottraendoli ad altri settori o reclutando chi occupa altre posizioni lavorative nelle stesse imprese o in altre imprese dello stesso settore. Alternativamente assorbiranno lavoratori da eventuali sacche di disoccupazione. Potranno anche rivolgersi ai nuovi quadri che vengono sfornati dal sistema educativo, o provengono dal mondo della ricerca tecnologica e dal settore accademico. Potranno infine rivolgersi agli immigranti disponibili nel paese, o cercare di reclutare all’estero personale ad elevata qualifica professionale, utilizzando i canali usati dalla fuga dei cervelli,[xxix]o attingere ad altri flussi di immigranti, per i quadri intermedi e per la manovalanza generica.

Nelle fasi di rapida crescita, anche se la domanda complessiva di lavoro è in espansione, alcuni settori produttivi verranno sostituiti da altri, e altrettanto avverrà ai corrispondenti segmenti del mercato del lavoro.  La crescita può infatti coesistere con una domanda di lavoro in calo in particolari settori e in specifici segmenti. Negli stessi settori in crescita, ci possono essere mansioni la cui domanda è in crescita ed altre con domanda in calo. D’altronde, il passaggio di lavoratori a mansioni superiori lascia disponibili posti di lavoro, vuoti occupazionali, che rappresentano una domanda indotta di lavoro, anche in settori che non sono in crescita, domanda che può provocare reazioni a catena in altre imprese o settori, e rappresenta una opportunità sia per lavoratori nazionali che per immigranti per riempire i posti vacanti.

Nel frattempo, assistiamo ad una trasformazione nella struttura internazionale della produzione manufatturiera, con nuovi paesi produttori che ormai da alcuni decenni si sono affacciati con le loro esportazioni in settori che erano considerati maturi, sul piano tecnologico, ma pur sempre a elevata domanda da parte dei consumatori in tutto il mondo.  Questa trasformazione ha creato continue tensioni competitive con i vecchi paesi produttori di manufatti, che hanno dovuto affrontare una concorrenza formidabile basata su enormi differenze nei costi di lavoro tra paesi di vecchia e nuova industrializzazione.  Queste tensioni competitive hanno generato il bisogno nei paesi ad economia più avanzata e di vecchia industrializzazione di mantenere il loro livello di competitività internazionale introducendo significative ristrutturazioni aziendali[xxx] per contenere costi di produzione (in particolare del lavoro). Queste ristrutturazioni sono state facilitate dall’introduzione di politiche neo-liberistiche sin dalla metà degli anni ’70, che hanno portato ad una crescente deregolamentazione economica e flessibilizzazione dei rapporti di lavoro.

Queste ristrutturazioni hanno interessato particolarmente (ma non solo) i settori con tecnologie più mature, che sono soggetti non solo alla concorrenza internazionale ma anche a tendenze alterne legate ai ritmi variabili della congiuntura economica. Alcuni di questi settori sono in profonda crisi di stagnazione, ed è difficile per le imprese di quei comparti mantenere gli stessi livelli di produzione e di occupazione, anche se l’economia fosse in espansione.  Di fronte a congiunture aziendali negative o tendenze recessive di lungo periodo, con fatturato, investimenti ed occupazione in declino, o addirittura in caduta libera, il dilemma di molte di queste imprese è quello di scegliere tra le seguenti opzioni: 

(a)    Delocalizzare processi industriali in paesi a basso costo salariale (outsourcing)[xxxi] e con adeguata offerta di lavoro, trasferendovi intere filiere produttive e catene di montaggio, o parti di esse,[xxxii] specialmente quelle ad alta intensità di lavoro, lì ove sia garantito un ambiente favorevole per i nuovi investimenti.[xxxiii] Questa opzione è conseguente alla carenza di maestranze disposte a svolgere mansioni a salari sufficientemente bassi per competere con la concorrenza internazionale.

(b)   Introdurre riorganizzazioni aziendali e sistemi organizzativi per ridurre il costo del lavoro, aumentare flessibilità d’uso delle maestranze per migliorare l’efficienza r consolidare aziende all’interno dello stesso settore;

(c)   Introdurre tecnologie a minore intensità di lavoro (automazione);[xxxiv]

(d)  Introdurre espedienti per continuare a produrre prodotti o a prestare servizi ad alta intensità di lavoro, ricorrendo a manodopera a basso costo salariale,[xxxv] utilizzando una di queste soluzioni:

        (i)   facendo uso di meccanismi (subappalti a piccole aziende, a lavoratori autonomi, a lavoratori a domicilio, lavoro a cottimo) per ridurre il costo del lavoro;[xxxvi]

        (ii)  introducendo riforme per la deregolamentazione dei rapporti lavorativi, indebolendo la tutela dei diritti dei lavoratori, abbassando in tal modo il livello dei salari o dei costi di lavoro complessivo, e rafforzando la flessibilità e la precarietà nei rapporti lavorativi;

        (iii) ricorrendo all’ingaggio di lavoratori immigrati, pronti ad accettare buste paga più ridotte.

L’uso dell’immigrazione rappresenta l’ultima di queste opzioni, ma non necessariamente la meno usata.

Quindi, anche in condizioni di crescita economica, ci troviamo di fronte a settori meno dinamici, in cui i lavoratori (nazionali o stranieri) avranno seri problemi a mantenere le condizioni lavorative ed i salari acquisiti in passato e, pur in presenza di fasi espansive, potrebbero al massimo aspettarsi modesti ritocchi verso l’alto dei salari, mentre più probabilmente vedranno le maestranze assottigliarsi con una crescente mobilità occupazionale in uscita dalle aziende. Questi fenomeni saranno ancora più diffusi nelle fasi recessive, di fronte ad una riduzione della produttività e all’indebolimento della domanda di lavoro, ove assisteremo a riduzioni differenziate dell’occupazione nei vari settori, con sacche di disoccupazione distribuite non omogeneamente, che interesseranno indifferentemente quadri nazionali e immigranti. I settori adotteranno strategie diverse: alcuni manterranno i quadri con maggiore esperienza (di età più avanzata), a scapito delle leve giovanili; altri favoriranno il prepensionamento dei più anziani (con salari più alti), per sostituirli con giovani leve a salari più bassi e contratti a breve durata. 

La ripresa dopo una fase di crisi si accompagnerà ad un rilancio della domanda di lavoro, ma anche ad una trasformazione della qualità dei posti creati. In un clima dominato dalla deregolamentazione, la creazione di posti di lavoro vedrà un aumento di posizioni precarie ed un peggioramento delle condizioni lavorative offerte, con un deterioramento qualitativo del mercato del lavoro in alcuni segmenti, anche se in altri comparti salari crescenti e migliori condizioni lavorative potranno essere offerti.  

Le implicazioni di questa dinamica per l’immigrazione sono significative. A volte i lavoratori stranieri avranno un ruolo complementare con i quadri nazionali; altre volte avranno un ruolo sostitutivo, subentrando in posizioni in precedenza occupate da lavoratori nazionali, specialmente se gli immigranti sono disposti ad accettano salari più bassi e condizioni più pesanti che i quadri nazionali rifiuterebbero. Questo duplice ruolo (complementare e sostitutivo) complica gli andamenti complessivi del mercato del lavoro e il ruolo dell’immigrazione, specialmente alla luce della natura differenziata e convulsa del processo di sviluppo, che simultaneamente crea e distrugge posti di lavoro. In tale contesto, il ruolo degli immigranti non è univoco, siano essi lavoratori qualificati o manovalanza generica, ma interagiranno, in concorrenza con i lavoratori nazionali, con la domanda indotta di lavoro, lì ove posti di lavoro si rendono disponibili per il mero trasferimento di lavoratori in altre posizioni più allettanti o alternative.

L’incorporazione di lavoratori immigrati, specialmente a più bassa qualificazione, per rispondere a questa domanda indotta di lavoro permette di “liberare” lavoratori nazionali che potranno abbandonare mansioni meno remunerate per ambire a posizioni a più alto livello di specializzazione e più alto salario,[xxxvii] senza che l’industria nazionale sia danneggiata. In tal modo, l’immigrazione stimola indirettamente lo sviluppo della qualificazione della manodopera nativa ed il rialzo della produttività globale.[xxxviii] Questo fenomeno si manifesta particolarmente lì ove ci sono carenze di manodopera generica disposta ad accettare lavori manuali.  L’immigrazione non risponderà tanto all’incentivo di salari più alti, ma risponderà a datori di lavoro preoccupati di riempire vuoti occupazionali lasciati da quadri nazionali.

Il ruolo degli immigranti nei settori meno dinamici, ed in generale nelle fasi recessive, può apparire, tuttavia, più ambiguo: di fronte a una riduzione della domanda di lavoro, le imprese tenderanno ad espellere lavoratori, tagliando posizioni. Il tasso di disoccupazione aumenterà, mentre simultaneamente alcuni quadri aziendali verranno sostituiti da altri. Le imprese spesso cercheranno di rimpiazzare contratti di lavoro a lunga durata con contratti precari di più breve durata, contratti di lavoro dipendente con contratti di lavoro autonomo o forme contrattuali più precarie. I lavoratori saranno tentati di abbandonare settori o imprese in crisi, cercando maggiore sicurezza lavorativa altrove, anche in altri paesi. La sostituzione di manodopera potrà riguardare lavoratori stranieri rispetto ai quadri nazionali o viceversa, ma non sarà facile arrivare a risposte univoche. In ogni caso gli immigranti potranno svolgere un ruolo di compensazione flessibile per far sì che settori industriali o imprese in crisi mantengano livelli produttivi raggiunti prima della recessione, assorbendo manodopera straniera per i risparmi che permettono nei costi di lavoro. A volte, però, come vedremo di seguito, saranno gli immigranti i primi a pagare lo scotto della crisi, venendo rapidamente licenziati per garantire il posto di lavoro ai quadri nazionali, quando le imprese stanno avviando operazioni di downsizing, tagliando posti di lavoro.

Segmentazione del mercato del lavoro e immigrazione

La segmentazione del mercato del lavoro è una caratteristica fondamentale dell’attuale processo di sviluppo, ed interagisce con queste trasformazioni strutturali, esercitando un’influenza cruciale sul modo in cui l’immigrazione si manifesta. Essa può essere concepita, in prima approssimazione, come una organizzazione dualistica del mercato del lavoro, strutturalmente separato nel comparto che assorbe lavoro ad elevata qualificazione e nel comparto che utilizza lavoro generico non qualificato. Essa è rafforzata dalla riduzione sistematica dell’offerta di lavoro a bassa qualificazione nelle economie più avanzate, che ha coinciso con l’aumento del livello d’istruzione della manodopera in generale, ma anche con l’aumentato ingresso delle donne nel mercato del lavoro, che a sua volta ha intensificato la domanda di assistenza alle famiglie.[xxxix] Queste tendenze determinano un crescente divario tra offerta e domanda di lavoro nazionale per mansioni a bassa qualifica, creando problemi acuti nei settori produttivi più maturi, ad elevata intensità di lavoro. Ma la domanda per lavoratori a bassa qualifica persiste anche nei settori più dinamici, anche se a complemento di altre funzioni più specializzate, ed il vuoto causato da questi squilibri influenza pure quei comparti.[xl] 

In ambedue i segmenti, l’immigrazione interviene per integrare manodopera nazionale quando questa non è sufficiente a coprire la domanda per le mansioni richieste. Ma l’immigrazione si comporta in modo diverso nei due comparti. Nel segmento che riguarda quadri più qualificati, che alcuni osservatori definiscono mercato primario del lavoro,[xli] le condizioni salariali a più alto livello impongono un’elevata selettività di accesso basata su competenze professionali, anche se ci sono barriere artificiali per accedervi. Accedono più facilmente al mercato primario gli immigranti regolari, anche se dovranno superare non poche difficoltà per ambire a posizioni formali, dopo aver superato severe selezioni.

Nel mercato secondario del lavoro, dedicato a mansioni a basso livello di qualifica, i salari saranno inferiori. Non si richiederà se non un basso livello d’istruzione e di qualificazione professionale. La composizione occupazionale è funzionale con la natura dei lavoratori che vi partecipano, afflitti da particolare debolezza istituzionale, soggetti ad ogni forma di discriminazione.[xlii]

La segmentazione del mercato del lavoro crea barriere tra segmenti, difficili da varcare, rendendo arduo spostarsi da un comparto all’altro per migliorare la propria condizione, riducendo la mobilità sociale dei lavoratori in generale, e degli immigranti in particolare. Le barriere si alimentano dei criteri selettivi, stigmatizzando l’appartenenza presunta a certe classi sociali, o prendendo spunto dallo stato legale di residenza (che marginalizza automaticamente gli immigranti irregolari, ma anche certi gruppi di immigranti regolari), inclusi criteri pregiudiziali basati sull’etnia o il genere o altri stereotipi o cliché che rafforzano luoghi comuni, prima porta di sistematica esclusione sociale. Questi cliché sono spesso utilizzati per penalizzare maestranze straniere, alle quali si tende ad offrire condizioni lavorative e salariali sfavorevoli, non proponibili a lavoratori nazionali.

Queste barriere indeboliscono la forza contrattuale dei lavoratori e delle loro rappresentanze sindacali, rafforzando il potere delle imprese per imporre condizioni lavorative e facilitare pressioni espulsive nei confronti delle maestranze in esubero, senza particolari vincoli.  La segmentazione riduce la fungibilità della manodopera da un segmento all’altro e permette la coesistenza di segmenti con tendenze e ritmi di crescita molto diversi, e la persistenza di profonde contraddizioni negli andamenti salariali che potranno seguire direzioni e ritmi di cambiamento anche opposti. 

Le politiche governative prestano speciale attenzione alle implicazioni migratorie che interessano il segmento primario, per assicurarsi l’apporto di personale specializzato straniero quando l’offerta nazionale non è sufficiente a sopperire alle necessità dei settori di punta ad elevata tecnologia. Ma spesso queste politiche trascurano l’importanza altrettanto urgente della domanda di lavoro complementare nel segmento secondario, che questi stessi settori esprimono. Si limitano a concepire schemi di immigrazione temporanea e scoraggiano l’immigrazione definitiva o di lungo periodo. Scoraggiano l’uso dei canali regolari d’immigrazione per il mercato secondario del lavoro, esasperando il ricorso all’immigrazione irregolare, così incoraggiando l’espansione del sommerso di lavoratori stranieri.

La segmentazione del mondo del lavoro è molto più articolata di quanto finora indicato, con una miriade di segmenti e una gran varietà di caratteristiche tecniche per ciascun sottogruppo di mansioni, cui corrisponde una diversa dinamica salariale. Si creano diversificazioni a seconda del livello di competenza o di responsabilità richiesta, distinguendo continuamente tra chi ha funzioni inferiori rispetto a chi esercita funzioni superiori negli stessi segmenti (ad esempio, distinguendo tra supervisori o controllori e maestranze subordinate, con conseguenti differenze salariali e dinamiche occupazionali. Questo crea occasioni continue per gli immigranti nei singoli comparti, spesso con le funzioni inferiori, anche se il paese soffre di un elevato livello di disoccupazione. La segmentazione sempre più parcellizzata crea spazi per immigranti in specie lì ove ci sono mansioni abbandonate o trascurate dai lavoratori nazionali, mentre questi ultimi si riversano in segmenti meglio remunerati, o svolgono mansioni più agevoli.

Immigrazione e flessibilità del processo di sviluppo.

Una conseguenza della segmentazione del mercato del lavoro è l’esasperazione delle difficoltà a adattare l’offerta di manodopera nazionale alle alterne congiunture: non solo l’offerta del lavoro non si espande e non si contrae facilmente per seguire flessibilmente il ciclo economico, ma quella compartimentalizzazione crea barriere al trasferimento di manodopera da un segmento all’altro. Superando queste strozzature, invece, l’immigrazione permette di coprire i “vuoti” occupazionali che i quadri nazionali non riescono a riempire, dando una maggiore flessibilità al sistema economico. Ma vediamo tutto ciò più in dettaglio.

Nelle congiunture favorevoli, l’intensificazione della domanda di lavoro nei segmenti più dinamici si scontra con la rigidità nella disponibilità di personale nazionale, sia qualificato che non qualificato. I quadri specializzati non aumentano semplicemente perché ci sono nuovi investimenti che li richiedono, anche se aumentassimo le condizioni salariali od offrissimo ulteriori benefici e brillanti prospettive di carriera. Il sistema scolastico e accademico richiede tempo per espandere il numero di diplomati e di laureati. Ci vogliono tempo e ingenti investimenti finanziari per formare ricercatori e per ottenere tecnici specializzati ben preparati nei vari settori della ricerca tecnologica.  La crescita di queste competenze non si improvvisa.

Inoltre, se la domanda di lavoro di questo tipo aumenta, ci saranno ricadute anche su altri segmenti all’interno delle stesse imprese, perché sarà necessario personale complementare a minor livello di qualificazione, anche se questi non avranno aumenti salariali, e non è detto che ci sia manodopera sufficiente a coprire quella domanda. Ci sarà un aumento di domanda di lavoro indotto da questi processi di crescita anche in altri settori (inclusi i settori a tecnologia matura che sono soggetti a profondi processi di ristrutturazione). Questo rapporto di complementarietà include non soltanto settori collegati tra di loro da legami tecnici, ma si estende anche a tutt’altre attività che offrono beni e servizi di cui si avvantaggiano tutti i quadri che si sono aggiunti all’occupazione nazionale in risposta a questo processo di sviluppo, generando un aumento di domanda di lavoro (diretto e indotto), che copre tutti i livelli di qualificazione, includendo il lavoro manuale. Questo incremento di domanda si scontra con la rigidità dell’offerta di lavoro, determinata in primo luogo dalla rigidità del tasso di crescita della popolazione, che non si adatta istantaneamente alle variazioni della domanda, e dalla ridotta crescita della manodopera non qualificata nelle economie più avanzate. Solo in presenza di abbondanti riserve di disoccupati, impennate della domanda di lavoro di tal genere troveranno immediata risposta. Né le famiglie potranno aumentare il tasso di fertilità da un giorno all’altro solamente perché l’economia sta crescendo.[xliii] In ogni caso, i paesi dell’OCSE hanno registrato un abbassamento del ritmo di crescita demografica, con invecchiamento della loro popolazione, e non sembrano rispondere a questi stimoli economici.

Nel breve periodo, le economie sviluppate cercheranno di soddisfare questa domanda crescente di lavoro rendendo l’offerta di lavoro il più possibile flessibile: facendo un uso più intensivo del lavoro nazionale; rialzando il rapporto tra popolazione attiva e popolazione in età lavorativa;[xliv] si potrà prolungare la giornata lavorativa facendo ore straordinarie; si potrà attingere a riserve di manodopera, accelerando l’impiego di nuove leve (neo-laureati o neo-diplomati, in generale i giovani) o ritardando il pensionamento dei lavoratori più anziani, e assorbendo personale già in quiescenza, o eventuali disoccupati; i segmenti in espansione attrarranno lavoratori che attualmente coprono posizioni inferiori prospettando promozioni integrate con programmi di formazione e di aggiornamento (ma questo creerà vuoti nei segmenti da cui questi quadri provengono). Quando questi espedienti si saranno dimostrati insufficienti, ci saranno pressioni per aumenti salariali, creando solo spinte inflazionistiche.

Per porre soluzione a questi squilibri, non vi sono che tre vie:

(a)    aumento della produttività con innovazioni tecnologiche che riducano la dipendenza dell’economia dal ricorso al fattore lavoro (con l’automazione e riorganizzazioni aziendali);

(b)    uso più frequente degli immigranti;

(c)    aumento delle importazioni di prodotti che il paese non riesce a produrre localmente.

La soluzione (a) richiede tempo e non è sempre applicabile nel breve periodo, mentre la soluzione (c) non può essere considerata un rimedio universale, anche se è stata di sovente applicata nei settori manufatturieri “maturi” soggetti alla delocalizzazione (outsourcing), ma non tutte le linee produttive possono essere delocalizzate. Di sicuro molte attività terziarie non possono essere trasferite all’estero, salvo per servizi che possono essere forniti a distanza, e ci sono limiti alla delocalizzazione anche nel settore manifatturiero.  L’unica soluzione residua a disposizione è il reclutamento di lavoratori stranieri. L’economia potrà attingere a questa “riserva” esterna di manodopera, mantenendo livelli elevati di attività anche nei segmenti ove si dovessero manifestare carenze di lavoratori nazionali. 

Gli immigranti copriranno perciò spazi in quei segmenti ove l’evoluzione della domanda di lavoro, che riflette la dinamica della struttura della produzione industriali,[xlv] presenta particolari carenze da parte dell’offerta nazionale di manodopera. Così facendo, l’immigrazione garantisce all’economia la flessibilità di poter espandere e prolungare ondate positive e occasioni di crescita che congiunture favorevoli prospettano.  È solo grazie all’immigrazione che le imprese nazionali potranno assumersi il rischio di accrescere l’occupazione al di là di quanto loro permesso dalla dotazione di maestranze nazionali, aumentando la produzione senza dover aumentare i costi del lavoro.

Agli aumenti di domanda di quadri specializzati, gli immigranti risponderanno coinvolgendo chi proviene dalla fuga dei cervelli, mentre la domanda di lavoratori complementari indotta dalla creazione di posizioni specialiste, che interesserà anche quadri intermedi e manovali, sarà coperta sia dai quadri nazionali e, ove questi non siano sufficienti, da immigranti con le qualificazioni richieste, inclusi gli immigranti non qualificati impiegati a bassi salari. 

In fasi di crescita, l’assorbimento degli immigrati sarà facilitato dalla dinamicità della domanda di lavoro, specialmente se il loro reclutamento non richiederà molte formalità, e ciò sicuramente vale per gli immigranti irregolari. Inoltre, nel caso in cui la ripresa dovesse dimostrarsi passeggera, i lavoratori stranieri possono essere più facilmente licenziati in caso di necessità, se non sono sottoposti agli stessi vincoli dei lavoratori nazionali, e per questo il loro reclutamento potrà essere incoraggiato a breve termine perché potranno entrare in esubero con la stessa facilità, mentre l’assorbimento di maestranze nazionali comporta sempre una valutazione dei rischi di rigidità occupazionale posti dalla sua ridotta mobilità in uscita, dovuta a ostacoli posti da regolamenti aziendali, leggi nazionali e accordi sindacali.  Il quadro che emerge, comunque, è uno stretto rapporto di complementarietà tra la domanda di lavoro nazionale e l’assorbimento lavorativo degli immigranti, che in un’economia in crescita permette l’occupazione di quadri sia nazionali che stranieri in un’associazione complementare.[xlvi]

Ci potremmo chiedere se l’effetto stabilizzante dell’immigrazione nel mercato del lavoro valga anche nel caso di congiunture negative, in presenza di crescente disoccupazione sia dei lavoratori nazionali che di quelli stranieri. Gli immigranti troveranno maggiori difficoltà ad essere reclutati,[xlvii] salvo nei segmenti che non dipendono dal ciclo economico e che tendono ad essere abbandonati o trascurati dai lavoratori nazionali. Il lento e difficile assorbimento di immigranti nel mondo produttivo ridurrà i benefici che il paese può trarre dall’immigrazione. Molti immigranti andranno ad aumentare le fila dei disoccupati.  Alcuni si trasferiranno in altro paese d’immigrazione, nonostante gli ostacoli alla mobilità internazionale. Altri decideranno di tornare indietro (basta pensare ai messicani che tornarono in Messico dagli Stati Uniti dopo la crisi del 2008).  Il rallentamento del reclutamento degli immigranti irregolari si rifletterà nelle immagini cui siamo purtroppo abituati: molti di essi stenteranno a trovare una integrazione lavorativa, e bivaccheranno per le città alla ricerca di un inserimento qualsiasi, chiedendo l’elemosina e trascorrendo la notte in posti di fortuna.[xlviii] Alcuni flussi migratori rallenteranno, ma non tutti.[xlix] Tuttavia, la crescente precarizzazione del lavoro nazionale che si associa alle crisi recessive potrebbe coesistere con l’impiego intensivo di manovalanza straniera a basso costo in taluni segmenti specifici, qualora i quadri nazionali abbandonino quei comparti e vengano sostituiti da maestranze straniere grazie ai salari più modesti che esse percepiscono.

Ciò nonostante, l’immigrazione produrrà benefici all’economia del paese destinatario anche nelle fasi recessive, aumentando la flessibilità del sistema produttivo rispetto alla volatilità del ciclo economico:

(i)   Da un lato, con una ridotta domanda di lavoro ed un più basso volume di investimenti e di  produzione, sarà l’esistenza di una massa di immigranti già occupati che permetterà di assorbire, per lo meno in parte, le oscillazioni del ciclo sull’occupazione,[l] utilizzando gli immigranti come un ammortizzatore o un cuscinetto, che consente a quadri nazionali di continuare a lavorare per un periodo più esteso, concentrando i primi licenziamenti tra i lavoratori stranieri, perché meno integrati nel tessuto nazionale e meno protetti nei loro diritti come lavoratori.

(ii)   Dall’altro, questa flessibilità funziona anche nella direzione opposta. Di fronte ad un’elevata volatilità del fatturato, alcune imprese potrebbe trovare più conveniente impiegare immigranti, anziché quadri nazionali, per la facilità con cui possono ridurre o espandere livelli di produzione, impiegando flessibilmente maestranze straniere, che presentano minori rigidità occupazionali rispetto ai quadri nazionali (i quali godono di maggiori tutele sindacali e giuridiche). D’altronde, la manodopera nazionale – di fronte al rischio di perdere lavoro nei settori in crisi – potrebbe preferire posizioni più sicure o meglio remunerate in altri comparti, e sarà così incline a tralasciare quei segmenti ad alta volatilità, che saranno più facilmente coperti dagli immigranti.

In ambedue i casi, l’immigrazione conferma, anche in fasi recessive, la sua funzione ammortizzatrice di fronte alla volatilità del ciclo economico, assorbendo il colpo di pressioni recessive.  Gli immigranti possono essere quindi la valvola di sicurezza che garantisce la flessibilità necessaria di fronte alle oscillazioni di mercato nei singoli segmenti.[li] Le rigidità del mercato del lavoro agiscono come disincentivi ad espandere i posti di lavoro in fasi di crescita, o a ridurli in caso di recessione, ma possono essere in parte superate o evase grazie all’uso di lavoratori stranieri, specialmente degli immigranti irregolari. Gli immigranti non “cacceranno” lavoratori nazionali da nessuna posizione, ma svolgeranno il ruolo di ammortizzatori dell’economia, complementando il lavoro dei quadri nazionali in molti casi, o svolgendo mansioni trascurate o addirittura abbandonate dalla manodopera nazionale in altri comparti. Gli immigranti, desiderosi di trovare un’occupazione a qualsiasi costo, si sottoporranno a prolungati ritmi di lavoro, accettando basse remunerazioni, a volte inferiori al minimo salariale, spesso con nessuna copertura assicurativa o altri benefici sociali, pur di mettere un piede nel mercato del lavoro, mentre le maestranze nazionali si muovono da un comparto produttivo all’altro.

Questo ruolo di cuscinetto dell’immigrazione è più efficace in fasi di crescita che non in quelle recessive, e questo uso dell’immigrazione non si applica a tutti i settori nello stesso modo. È molto frequente per i lavori stagionali dell’agricoltura, ma può essere meno funzionale in alcune attività manufatturiere, se le competenze tecniche richieste per poter essere integrati in fabbrica esigono un periodo previo di formazione tecnica che gli immigranti ancora non hanno ricevuto. Inoltre, l’immigrazione può essere utilizzata anche per affrontare riduzioni di domanda per prodotti nazionali causate dalla concorrenza internazionale. L’economia riuscirà a mantenere certe produzioni a costi competitivi solo grazie al reclutamento di personale straniero a basso salario.  Gli immigranti, tuttavia, pagano un pesante costo per questa flessibilità.  Il loro impiego come alternativa a basso costo salariale attribuisce agli immigranti uno stigma discriminante che perdura nel tempo. Gli immigranti potranno continuare ad essere pagati con salari più bassi rispetto ai lavoratori nazionali nel lungo periodo, consolidando il cliché che li pone al fondo della scala sociale e introducendo una distorsione sistematica nel mercato del lavoro. Questo fenomeno rappresenta un freno al “sogno” dell’emigrante che aspira ad un futuro migliore per sé e per i suoi discendenti, rafforzando disuguaglianze economiche ed esclusioni sociali che corrispondono ad un’immagine collettiva di “appartenenza” a strati sociali inferiori spesso attribuita ai lavoratori stranieri. 

Sviluppo post-industriale, terziarizzazione delle economie avanzate e immigrazione

La maggioranza degli immigranti ha un livello d’istruzione più basso rispetto alla media dei lavoratori nazionali del paese ospitante, nonostante che il livello di scolarizzazione nei paesi d’origine sia migliorato considerevolmente nel corso degli ultimi decenni (ma non tanto da raggiungere il livello dei paesi d’arrivo),[lii]anche se assistiamo ad una intensificazione dell’immigrazione di individui con un livello d’istruzione relativamente elevato legata al fenomeno della fuga di cervelli, per i quali questo confronto non si applica.  Questo influenza quali siano i segmenti del mercato del lavoro in cui gli immigranti, inclusi quelli irregolari, vengono assorbiti, con tendenze generali che – in qualche misura – variano da un paese all’altro. 

La proporzione tra immigranti qualificati e non qualificati impiegata nei vari settori produttivi, e l’importanza relativa dei quadri stranieri rispetto ai quadri nazionali nei vari settori sono stati soggetti ad una continua evoluzione, corrispondente a cambiamenti profondi della struttura produttiva dei paesi d’immigrazione nel corso della loro storia.  Anche se il settore minerario è stato la destinazione tradizionale di molti immigranti nella storia dell’immigrazione, oggigiorno rappresenta una percentuale significativa di lavoratori stranieri soltanto in alcuni paesi (per esempio in Sud Africa). Il minerario non svolge più il ruolo di punta che aveva in passato in molte economie avanzate, ormai entrate nella fase post-industriale, che ha coinciso con profondi cambiamenti tecnologici e la massiccia sostituzione di molte materie prime minerarie nella produzione industriale, specialmente vista la sostituzione dell’acciaio con la plastica in molte applicazioni, e la drastica riduzione della domanda di carbon fossile (abbandonato anche come combustibile per il riscaldamento). 

In un numero elevato di paesi, una percentuale significativa di immigranti è assorbita in agricoltura, che tuttavia ovunque attrae una percentuale sempre minore di manodopera, grazie alla diffusione generalizzata di processi meccanizzati, che hanno ridotto drasticamente la domanda di lavoro in quel settore, mentre si assiste nel lungo periodo ad una generalizzata fuga dalle campagne coincidente con intensa urbanizzazione. La conseguente carenza cronica di braccianti agricoli nelle economie moderne,  specialmente per le operazioni più manuali (quali la raccolta), si è tradotta in nicchie di domanda di lavoro lasciate scoperte dalla manovalanza nazionale, che è soddisfatta solo grazie all’impiego (spesso stagionale) di maestranze straniere, con frequente il ricorso agli immigranti irregolari.

Fino agli anni ’70, in Europa centrale e settentrionale, ma anche in altre regioni d’immigrazione, il settore manufatturiero e quello minerario svolgevano un ruolo centrale per attrarre immigranti. Ancora oggi, l'immigrazione continua ad interessare alcuni settori manifatturieri, a volte gli stessi comparti[liii] che sono stati oggetto di outsourcing (tessile, abbigliamento e calzature), che riescono a sopravvivere[liv] solo grazie a riforme aziendali ed espedienti che abbassano i costi di lavoro, anche con l’uso di immigranti. In ogni caso, oggi giorno il settore manifatturiero ha ridotto il suo ruolo strategico in molte economie avanzate, e la crisi del settore siderurgico e dell’alluminio ne è un sintomo, e questo spiega anche la riduzione della sua importanza nella composizione settoriale dell’immigrazione verso i paesi OCSE, con importanti eccezioni.  Molti di quei paesi hanno vissuto un processo di de-industrializzazione, anche se la manifattura ebbe un ruolo cruciale sin dalla rivoluzione industriale, e riesce a mantenere, in qualche misura, un ruolo importante anche nelle economie di vecchia industrializzazione e, seppure in termini non preponderanti, per l’immigrazione.[lv] Resta il fatto che, sotto le pressioni del mercato del lavoro e della concorrenza internazionale, vi è stata una graduale ma sostanziale riduzione della percentuale del lavoro occupato nel settore manufatturiero tradizionale nelle economie più avanzate, simultaneamente alla nascita di nuovi settori produttivi, spesso ad alta tecnologia, con un aumento delle produzioni “soft” rispetto a quelle “hard”, tutti comparti soggetti a rapidi processi di globalizzazione.[lvi] Questi nuovi settori non hanno soltanto generato “nuovi prodotti” ottenuti con processi tecnologici sempre più innovativi, ma hanno comportato il passaggio, tipico del mondo post-industriale, dalla prevalenza di “hard products” (tipica della vecchia industrializzazione) alla produzione crescente di “soft products”, il cui contenuto conoscitivo, spesso puramente virtuale, è determinante.[lvii]  Questo passaggio implica un aumento della dipendenza dall’importazione di molti manufatti, che verranno prodotti da economie di più recente industrializzazione a costi più bassi. Tutto ciò ha importanti conseguenze sia sulla struttura dell’occupazione delle economie più avanzate che nell’uso settoriale dell’immigrazione.

Per quanto riguarda la struttura occupazionale, queste trasformazioni hanno visto l’espansione di produzione di servizi sofisticati (come marketing e pubblicità, sondaggi d’opinione, sistemi di software e reti informatiche, sistemi di comunicazione, sistemi di programmazione, gestione finanziaria e controllo, banche dati, sistemi di distribuzione di prodotti, sistemi di sicurezza), complementari all’intensificazione della produzione di “soft products” strettamente legati all’uso di quei servizi, a danno dei tradizionali settori manufatturieri.  Questa trasformazione genera continuamente nuove professioni e mansioni, richiede nuovi servizi e genera anche una domanda complementare di lavoro nei settori più diversi, con un effetto significativo sull’occupazione nazionale ma anche sull’impiego settoriale degli immigranti. 

Questo tipo di sviluppo post-industriale è stato caratterizzato per l’accentuata terziarizzazione dei sistemi economici, con l’esplosione del settore terziario a svantaggio di quello manufatturiero. Il terziario, come settore residuale, copre una vastissima gamma di segmenti che producono servizi, da quelli più sofisticati ad alto contenuto scientifico o tecnico ai numerosi servizi richiesti per il funzionamento di qualsiasi economia moderna, complementari alla vita sociale di qualsiasi società, che negli ultimi cinquant’anni si sono diversificati in misura impressionante, assorbendo personale dei più diversi livelli di qualificazione. L’elevato reddito pro capite raggiunto dalle economie moderne ed il simultaneo invecchiamento della popolazione hanno infatti generato una esplosione e continua diversificazione di domanda di servizi per l’assistenza sanitaria, servizi comunitari, servizi legati alle attività per il tempo libero (ristoranti, alberghi, teatri, palestre, luoghi di ritrovo), cura delle persone anziane, servizi a favore delle famiglie e delle donne lavoratrici (anche assistenza ai bambini). Quanto più sviluppato è un paese, quanto più intensa è l’introduzione di nuovi servizi: forme nuove di terapia verranno introdotte per la prevenzione e per il trattamento delle più diverse condizioni mediche; forme sempre più sofisticate saranno promosse per intrattenere il pubblico nel tempo libero; nuovi servizi verranno inventati per rendere la vita moderna sempre più comoda. 

Conseguenza di questa evoluzione strutturale è l’esplosione della percentuale della popolazione attiva assorbita dal settore terziario, fenomeno che ha influenzato anche la struttura settoriale dell’assorbimento degli immigranti.  Molti di questi servizi creano nuove professioni ad alta specializzazione. Altri richiedono personale a qualificazione intermedia o a qualifica generica. Ma l’offerta di lavoro nazionale per soddisfare questa crescente domanda di servizi non è sempre adeguata, sia per le posizioni ad alta qualifica che per le altre, generando una intensificazione dell’uso di immigranti nei vari segmenti del terziario.  

Nei segmenti a più alto contenuto scientifico e tecnico, sia del settore industriale che nel terziario, l’immigrazione entra in competizione con l’offerta nazionale di specialisti, specialmente quando c’è carenza di quadri nazionali, particolarmente in condizioni di sostenuta espansione economica. Più un paese si avvia nella direzione del progresso tecnologico e scientifico più avanzato, e più dipende dall’apporto dei migliori “cervelli” disponibili sul piano mondiale. Solo alcuni tra i paesi più avanzati esprimono questo tipo di domanda, attingendo sia da altri paesi ad economia avanzata che da paesi in via di sviluppo. Nonostante l’indubbio contributo degli immigranti eccellenti, essi rappresentano una minima parte del contributo imprenditoriale e intellettuale degli immigranti. Il settore terziario beneficia del contributo di grandi masse di immigranti ad elevata qualificazione professionale (non solo i geni) quali dottori, ingegneri, insegnanti universitari, infermieri qualificati,[lviii] ricercatori, operai specializzati, anche al di là degli immigranti eccellenti.  Essi sono in una relazione complementare con i quadri nazionali, e li sostituiscono solo c’è carenza nell’offerta nazionale di specialisti, e non per un effetto espulsivo esercitato dalla concorrenza dei lavoratori stranieri.

Ma lo sviluppo post-industriale delle economie moderne promuove anche l’espansione di una considerevole domanda di lavoro manuale a basso salario nel terziario, specialmente nelle aree urbane, a complemento delle posizioni di lavoro a reddito pro capite più elevato.  Non si tratta dell’aspetto che forse spicca di più nel processo di crescita delle economie moderne. Spesso la nostra attenzione preferisce soffermarsi sulla promozione di alti redditi per le persone più qualificate. Eppure, l’espansione dell’occupazione nei settori più qualificati e il progresso dello stato di benessere delle classi medie ed elevate non sarà sostenibile se non verrà accresciuto il numero di posizioni lavorative offerte a maestranze non qualificate in tutta una serie di servizi di cui le persone a reddito più elevato hanno disperato bisogno.  Sono segmenti lavorativi complementari allo stile di vita di quelle classi sociali più agiate, che attraggono immigranti non qualificati, per la semplicità delle mansioni richieste, anche per compensare la carenza di maestranze locali, sempre meno disponibili nelle economie avanzate a svolgere lavori manuali. Per questo assistiamo a ingenti flussi di immigranti a qualificazione generica che si rivolgono verso quei segmenti, utilizzando anche immigranti che soffrono gli effetti del fenomeno di “de-skilling” sopra illustrato.  In alcuni di questi segmenti del terziario, la presenza di lavoratori stranieri diviene addirittura dominante rispetto ai quadri nazionali, con variazioni da un paese all’altro. In alcuni paesi, è il settore della ristorazione e quello alberghiero; in altri, piccole imprese a conduzione familiare sono promosse specialmente da immigranti, con modesti investimenti iniziali, nel commercio al minuto; l’apporto di molti immigranti nel settore edile e in quello delle costruzioni stradali è frequente in molti paesi, anche se gli stessi settori possono assorbire anche una quota consistente di maestranze nazionali. 

Molti di questi segmenti sono stati abbandonati o trascurati dai quadri nazionali, anche se, in taluni comparti, lavoratori nazionali e stranieri coesistono in frequente competizione gli uni con gli altri.  Tuttavia, in altri casi, assistiamo ad un vero e proprio effetto di crowding out da parte del lavoro immigrato, che tende a sostituire completamente lavoratori nazionali per alcune mansioni, normalmente puramente manuali,  particolarmente nel caso di mansioni molto gravose sul piano fisico, considerate “riservate” agli immigranti, che sono spesso gli unici disposti ad assolverle. Nonostante l’espressione crowding out faccia pensare ad un meccanismo ove sono gli immigranti a espellere i quadri nazionali offrendo lavoro per salari più bassi, la realtà è che nella maggioranza di quelle mansioni situate al livello più basso delle qualifiche professionali, sono i lavoratori nazionali che rifiutano posizioni lavorative, per cui è normale che i datori di lavoro ricorrano agli immigranti per coprire i posti vacanti.

Questa tendenza della manodopera nazionale riflette anche la ridotta disponibilità dei giovani lavoratori del paese d’immigrazione a svolgere mansioni manuali (“blue colar jobs” o “lavori in tuta”), avendo acquisito un livello d’istruzione che li porta a favorire lavori “dietro la scrivania” (i c.d. “white colar jobs”, o quelli che una volta si chiamavano “lavori in giacca e cravatta”).[lix] Anche fra i lavoratori nazionali che hanno acquisito solamente un formazione scolastica a livello secondario (e quindi non hanno compiuto studi universitari), la preparazione di base prevalente è di orientamento generale, raramente orientata ad applicazione tecniche e manuali. Questo spiega il crescente rifiuto per lavori in fabbrica, in cantiere, nei campi, che vengono maggiormente apprezzati dagli immigranti, più disposti ad accettare lavoro manuale. In alcuni segmenti, le mansioni richieste riguardano lavori considerati “logoranti” o “degradanti”, che spiegano il rigetto così generalizzato da parte dei quadri nazionali, anche se non ci sono impedimenti formali nei loro confronti, ed in alcuni casi ancora troviamo personale di ambedue i tipi.  Si tratta dei lavori che in inglese vengono designati con la sigla 3 D” per Dirty, Dangerous, Difficult, ovvero lavori “Sporchi, Pericolosi, Difficili”.[lx]  Per queste mansioni, i datori di lavoro generalmente non sono disposti a pagare salari elevati, nonostante la scarsa offerta lavorativa nazionale, specialmente se possono contare su manovalanza straniera a basso salario.

In tali segmenti, i lavoratori immigrati, specialmente quelli irregolari, saranno disposti ad accettare offerte di lavoro anche per le mansioni più modeste, per poter ripagare i debiti contratti prima e durante il loro viaggio, per far fronte alle necessità immediate di sopravvivenza e per accantonare i primi risparmi per raggiungere un più elevato livello di benessere.[lxi]  

Mentre l’immigrazione qualificata è apprezzata dalla stragrande maggioranza degli osservatori, alcuni sono particolarmente critici sui benefici che il paese trae da questa immigrazione a bassa qualificazione. In questo modo, però, trascurano il ruolo produttivo e di ammortizzatore del mercato del lavoro esercitato anche da questi immigranti. La critica più frequente è che l’immigrazione non qualificata è un incentivo a limitare il progresso tecnico, incoraggiando la persistenza di tecnologie ad alta intensità di lavoro, considerate più arretrate e meno promettenti.[lxii] Un esempio può essere l’uso di braccianti giamaicani fatto in Florida in passato per il taglio della canna da zucchero (usando il tradizionale machete), che fu considerato in alternativa all’utilizzo di macchine agricole che riducono la dipendenza dal lavoro manuale.  Effettivamente l’introduzione della meccanizzazione in quel segmento ridusse enormemente la domanda di braccianti giamaicani in quel comparto.  Ma non tutte le mansioni (anche in agricoltura) possono essere rimpiazzate con macchinari: la raccolta di fragole in California e in Spagna fa ancora uso di braccianti provenienti rispettivamente dal Messico e dal Marocco; la raccolta di pomodori nel meridione italiano utilizza abbondantemente braccianti africani.  Vi è quindi uno spazio per il lavoro manuale immigrato che non è facilmente eliminabile con la meccanizzazione, anche se la robotizzazione favorisce la sostituzione del fattore umano. Anche se oggi i tosa-erba motorizzati sono macchine più efficienti e complesse rispetto ai quelli meccanici manuali del passato, sono ancora operati da manovali a basso salario.  Anche se i piatti nei ristoranti non si lavano più a mano, le lavastoviglie verranno attivate da personale con un salario minimo.  Le mansioni più modeste nel settore edile e delle costruzioni stradali sono affidate a chi percepisce remunerazioni modeste, e per questo costituiscono lo sbocco più immediato per molti manovali immigrati ed il loro apporto positivo non può essere negato.

  1. Concorrenza degli immigranti, salari e disoccupazione: pregiudizi, teoria e fatti

Come l’immigrazione produce benefici economici nel paese che ospita lavoratori stranieri attraverso un impatto diretto sull’economia, sulla sua produttività, con contributi specifici in molti comparti lavorativi ove ci sono carenze di quadri nazionali, aumentando la flessibilità del sistema economici rispetto alla volatilità delle congiunture, ci sono anche costi.  Un primo tipo di costi che sono stati attribuiti all’immigrazione sarebbero la perdita di posti di lavoro per lavoratori nazionali e le riduzioni salariali che l’arrivo degli immigranti produrrebbe. Questi presunti costi sono tutt’altro che scontati, e a questo dedicheremo una speciale attenzione. Possiamo già anticipare, infatti, che evidenze empiriche non confermano che vi siano questi costi o, se anche ci fossero, probabilmente sarebbero molto modesti, perché spesso l’arrivo degli immigranti non sottrae posti di lavoro ai lavoratori nazionali o non riduce il livello medio dei salari ma spesso produce l’effetto contrario, collaborando alla formazione di nuovi posti di lavoro, permette a quadri nazionali di trasferirsi in posizioni meglio remunerate, anche se sarà possibile riscontrare effetti negativi in alcuni segmenti ristretti del mercato del lavoro ed in zone molto specifiche ove gli immigranti si concentrano, colpendo eventualmente fasce limitate di classi di residenti più emarginate. Ma questi ultimi costi sono probabilmente modesti e vedremo che è molto discutibile che problemi attinenti all’occupazione e ai livelli salariali delle fasce più povere dei lavoratori nazionali siano attribuibili all’immigrazione.

Ma non possiamo dare per scontata questa conclusione. Pertanto, ricorderemo ora in primo luogo le analisi che hanno studiato l’impatto dell’immigrazione in termini di effetti prodotti sui salari nazionali e sull’occupazione della manodopera del paese destinatario di flussi migratori. Questa è una tematica che è molto influenzata dal dibattito politico più che dai fatti obiettivi, dominata da percezioni, atteggiamenti psicologici e pregiudizi più che da evidenze empiriche. Anche le analisi fattuali hanno spesso preferito concentrarsi sugli effetti immediati sui salari e sull’occupazione, più che cercare di verificare l’impatto produttivo nel lungo periodo, preferendo osservare oscillazioni di mercato di breve periodo più che l’impatto di fondo.

I pregiudizi di fondo: la concorrenza “sleale” degli immigranti

L’accusa che gli immigranti “rubano” posti di lavoro ai quadri nazionali può qui essere espressa in una nuova forma: i lavoratori immigrati (anche quelli super qualificati) esercitano una “concorrenza sleale” nei confronti dei quadri nazionali, essendo disposti a lavorare a salari e a condizioni inferiori, a parità di competenze professionali. Così tolgono “lavoro” all’occupazione nazionale, e determinano un abbassamento del livello salariale medio pagato ai lavoratori nazionali. Questa critica è particolarmente diffusa nel caso in cui l’economia si trovi in una fase recessiva, quando la disoccupazione dei lavoratori nazionali è significativa, e questi si sentono frequentemente vittime, anche se non è questa concorrenza sleale degli immigranti a generare la recessione.[lxiii]

Questo pregiudizio riflette un senso di paura che pervade i gruppi sociali che rischiano di perdere lavoro o si sentono ai margini della società. Si tratta di individui che hanno difficoltà a risolvere necessità fondamentali e che, oltre alla sicurezza del lavoro, si sentono afflitti da problemi in settori cruciali quali la casa, la scuola, l’accesso all’assistenza sanitaria, la raccolta dei rifiuti, l’insicurezza nelle strade, il trasporto pubblico. L’insufficienza dei redditi degli appartenenti a questi gruppi sociali, combinata con questi acuti problemi sociali, stimolano intolleranza per i lavoratori stranieri, spesso trattati come nemici e usurpatori che ambiscono a servizi di assistenza pubblica facendo concorrenza ai residenti bisognosi. Questi atteggiamenti si sono particolarmente frequenti nei piccoli centri urbani, nelle zone rurali e nelle zone periferiche più povere delle grandi metropoli, se la presenza di immigranti altera visibilmente la proporzione numerica rispetto ai residenti, specialmente se essi assistono ad un degrado elevato dell’ambiente in cui vivono e la qualità dei servizi pubblici disponibili è molto carente.  Gli immigranti divengono così il capro espiatorio dei problemi degli emarginati, anche se gli immigranti sono essi stessi vittime di problemi analoghi. Per questo la preoccupazione che l’immigrazione eserciti un effetto depressivo sui salari offerti ai lavoratori nazionali e sull’occupazione nazionale viene spesso percepita come una verità ovvia, che non necessita di dimostrazioni. A dire il vero essa è tutt’altro che ovvia, come verificheremo nelle pagini che seguono.

Il modello teorico neoclassico e i suoi limiti 

Le impostazioni tradizionali di tipo neoclassico concepiscono il processo migratorio come un’interazione tra forze sociali contrapposte ubicate in aree geografiche diverse, ove il meccanismo di mercato produce flussi internazionali di lavoratori per raggiungere un nuovo equilibrio, portando al livellamento verso il basso dei livelli salariali nei paesi d’immigrazione e verso l’alto nei paesi d’origine. Il modello di base suppone la libera circolazione del lavoro, con flessibilità completa di prezzi e salari: i paesi che riceveranno flussi d’immigranti per sopperire alla scarsa offerta di lavoro, subiranno, nel breve periodo, un abbassamento dei salari medi pagati ai loro lavoratori perché l’immigrazione fa aumentare l’offerta di lavoro, ferma restando la domanda. La perfetta mobilità del lavoro (che, se vogliamo, potrebbe essere associata ad una politica ideale delle “porte aperte”) è l’ipotesi utilizzata per ridurre le disuguaglianze tra paesi, e permette l’ottimizzazione del benessere sia nei paesi d’immigrazione che in quelli di origine, convergendo verso un salario di equilibrio unico, con trasferimento di manodopera da paesi con maggiore offerta (e più bassi salari) verso paesi a minore offerta di lavoro (e salari più alti).[lxiv]

Il benessere prodotto dall’immigrazione sarebbe quindi il mero risultato dell’ottimizzazione nell’allocazione di fattori produttivi, ove il fattore lavoro “emigra” lì ove è più scarso e meglio remunerato,[lxv] e così facendo, supponendo che il capitale investito e il livello tecnologico rimangano costanti, l’immigrazione produrrebbe automaticamente un abbassamento del salario medio nel paese d’immigrazione, supponendo che la domanda di lavoro rimanga invariata. Questo modello implica, implicitamente, l’espansione dei profitti percepiti dalle imprese che reclutano lavoratori stranieri (grazie alla riduzione dei costi di produzione),[lxvi] mentre i salariati nazionali subirebbero una perdita netta dovuta all’abbassamento dei tassi salariali. Questa tendenza positiva dei profitti potrebbero generare flussi di capitale verso i paesi e i comparti con prospettive di profitti crescenti, cioè verso i paesi d’immigrazione, per raggiungere un equilibrio ottimale nell’allocazione delle risorse. È questo effetto che viene usato a comprova teorica della percezione enunciata in precedenza che l’immigrazione sia in grado di produrre vantaggi per le imprese e, ovviamente, per gli immigranti, ma allo stesso tempo generebbe un danno diretto ai lavoratori nazionali, abbassandone il salario medio.

Questo modello teorico è una semplificazione eccessiva della realtà. La perfetta mobilità del lavoro non esiste e i flussi migratori non sono perfettamente legati alle fluttuazioni dei livelli salariali. Gli stessi salari sono determinati in mercati molto imperfetti, non soggetti a movimenti compensatori verso l’alto o verso il basso così sensibili, come previsto nel modello teorico, in risposta ai flussi migratori. Questo modello, inoltre, per la sua natura statica, non tiene conto di complementarietà e di elementi dinamici dell’economia che controbilanciano l’effetto depressivo sui salari prodotto dai flussi migratori, relegando le sue previsioni al modellino di interazione tra curva di domanda e curva di offerta dei manuali introduttivi di economia. Gli studi empirici sugli effetti dell’immigrazione non confermano un netto impatto globale negativo sui salari e sui livelli dell’occupazione nazionale, perché tengono conto dei fattori ignorati da questo modellino teorico.  Il presunto effetto depressivo sul salario causato dai flussi migratori, graficamente rappresentato dallo spostamento a destra della curva di offerta del lavoro, ferma restando la curva di domanda, potrebbe essere completamente annullato se introducessimo ipotesi dinamiche più realistiche, come una economia in piena crescita, con produttività crescente sotto la spinta di investimenti e di processi di sviluppo.  Questi fenomeni dinamici verrebbero rappresentati graficamente da uno spostamento verso destra e verso l’alto anche della curva di domanda di lavoro, così che l’immigrazione non riuscirebbe ad abbassare né il livello dei salari né quello dell’occupazione nazionale. Possiamo infatti supporre che in un’economia in piena espansione, ove l’accumulazione di capitale è stimolata da alti tassi di profitto e dalle prospettive proficue che si aprono con l’immigrazione, il processo di sviluppo produrrà un’espansione della domanda di lavoro in grado di compensare l’effetto depressivo sui salari generato dall’arrivo di lavoratori stranieri. Sarebbe così possibile supporre addirittura una tendenza al rialzo del salario medio in più segmenti del mercato del lavoro, praticamente annullando l’effetto depressivo dell’immigrazione sui livelli salariali.[lxvii] Il lacrimonio sugli effetti depressivi dell’immigrazione sui livelli salariali previsto dal modello statico verrebbe così relegato ad un effetto irrilevante ed annullato dal processo di sviluppo.[lxviii]  In altre parole, in un’economia in crescita, la domanda di lavoro in aumento potrebbe alleviare gli effetti della “concorrenza sleale” degli immigranti, perché lo sviluppo genererà un probabile aumento sia dell’occupazione che dei livelli salariali, sia per i lavoratori nazionali che per gli stranieri, anche se gli squilibri della crescita potrebbero comportare espansioni e contrazioni contraddittorie nei vari segmenti del mercato del lavoro, con effetti diversi sulla dinamica dei salari e dei livelli occupazionali nei singoli segmenti (in tal caso, i critici dell’immigrazione potrebbero ancora vantare qualche punto a loro favore con riferimento ai segmenti in contrazione).

In un’economia in recessione, ove la domanda di lavoro sta calando, l’aumento dell’offerta di lavoro causato dall’immigrazione non sarebbe neutralizzato dall’aumento di domanda, ma potrebbe produrre un effetto addirittura amplificato in termini di abbassamento dei livelli salariali, poiché la curva di domanda di lavoro si sposterebbe verso il basso (e a sinistra): la teoria ci suggerisce che in tal caso l’impatto globale dell’immigrazione sarebbe una riduzione sostanziale del salario di equilibrio.  Tuttavia, gli studi empirici contraddicono questa previsione teorica, perché anche nel caso di recessione altri elementi impediscono questo risultato. Rigidità istituzionali nel mercato del lavoro potrebbero impedire l’aggiustamento verso il basso dei salari. Analisi condotte su singoli paesi, infatti, confermano che anche in caso di recessione i salari dei lavoratori nazionali potranno globalmente oscillare in modo da annullare l’impatto dell’immigrazione o mostrare un impatto solo leggermente negativo (e soltanto in alcuni segmenti), per l’effetto compensativo di variazioni della produttività e per la resistenza che contratti collettivi salariali oppongono ad una abbassamento della paga oraria, contraddicendo perciò la tesi critica dell’immigrazione che si aspetta un impatto devastante sui salari e sull’occupazione nazionali.

Modelli teorici semplificati per valutare l’impatto dell’immigrazione sui salari e sull’occupazione  potrebbero essere sostituiti da approcci che tengano conto della varietà di segmenti in cui il mercato del lavoro si articola, con diversa capacità produttiva e qualificazione delle maestranze, diversa abilità a far uso di nuove tecnologie a vario grado di complessità, e diverso grado di sostituibilità tra lavoratori nativi e immigranti, e tra lavoratori qualificati e non qualificati.  Gli immigranti che cercano di subentrare ai lavoratori in uscita da certi segmenti che intendono trasferirsi in altri comparti,[lxix] si troveranno in concorrenza solo con i quadri nazionali non occupati che hanno difficoltà a trovare altre occupazioni. In tal caso, non è escluso che l’arrivo di immigrati eserciti un effetto depressivo sui salari di quei comparti, ma la crescita economica potrebbe stimolare la domanda di lavoro in modo tale da annullare la caduta di quei salari, offrendo sbocchi lavorativi anche ai quadri nazionali. È quindi determinante l’analisi della segmentazione del mercato del lavoro, per vedere l’influenza dell’immigrazione sulle dinamiche salariali, con effetti di segno diverso nei vari segmenti, a seconda delle interazioni con le fluttuazioni di investimenti, modifiche tecnologiche e movimenti in uscita di masse di lavoratori nazionali, ove l’arrivo di immigranti non è l’unico fattore, e non necessariamente il più importante, a determinare le dinamiche dei segmenti.  Si possono così ipotizzare situazioni molto diverse.

Inoltre, possiamo sostenere che gli effetti dell’immigrazione sui salari locali saranno tanto minori quanto più i segmenti che reclutano immigranti saranno aperti ad influenze esterne. Infatti, un’apertura internazionale favorisce mobilità del lavoro e del capitale, permette un’accelerazione dell’accumulazione capitalistica, rende più flessibile il sistema economico alle variazioni dei paradigmi del commercio internazionale, facilita l’introduzione di innovazioni tecnologiche, tutti elementi dinamici che potenziano la crescita e l’espansione dell’occupazione, minimizzando qualsiasi influenza negativa dei flussi migratori sull’impiego dei quadri nazionali e sui loro salari. Viceversa, la chiusura dell’economia a questi fattori esterni – introducendo rigidità nella mobilità geografica e settoriale dei fattori produttivi, attenuando la dinamica della crescita capitalistica e rallentando il progresso tecnologico – riduce la capacità dell’economia di espandere la propria economia, rendendola più vulnerabile di fronte agli arrivi dei flussi migratori in termini di possibili flessioni salariali che in termini di rialzi del tasso di disoccupazione.

Immigrazione e occupazione: dalle semplificazioni teoriche alla realtà

Finora abbiamo enfatizzato l’impatto depressivo dell’immigrazione sui salari, e poco si è parlato del suo impatto sull’occupazione, in quanto il modello teorico qui citato fa l’ipotesi di perfetta flessibilità del salari, che garantirebbe il raggiungimento della piena occupazione: l’abbassamento del salario di equilibrio permette l’assorbimento di lavoratori stranieri e al tempo stesso riduce il numero di lavoratori residenti disposti a lavorare per quel salario più basso.[lxx] Ma questa riduzione del numero di lavoratori nazionali pronti ad accettare quel salario non significa produrre disoccupati. Quei quadri semplicemente rinunceranno a lavorare per un salario più basso, o uscendo dal mercato del lavoro tout court o riducendo il numero di ore lavorate. Ma il funzionamento concreto del mercato del lavoro non corrisponde a queste ipotesi. Anche chi usa questi modelli teorici ne è consapevole. Supporre che la flessibilità salariale garantisca la piena occupazione è irrealistico.  L’occupazione dipende più dalle condizioni della domanda aggregata che non dal fluttuare dei salari.

Tuttavia, le fluttuazioni di breve periodo della domanda di lavoro nei vari segmenti lavorativi può generare, in fasi di declino, un meccanismo di espulsione dei lavoratori nazionali, che potrebbero essere sostituiti da personale straniero, con un effetto immediato di “disoccupazione” (che potrebbe essere però di breve durata), designato in inglese come “churning effect” (che potremmo tradurre “effetto espulsione”). È questo l’effetto negativo dell’immigrazione sull’occupazione? Attenzione!

Il churning effect si traduce in disoccupazione soltanto se i quadri nazionali espulsi non riusciranno ad essere assorbiti altrove. In condizioni normali di crescita, questo è improbabile e al massimo assistiamo a ritardi nelle assunzioni, la c.d. disoccupazione frizionale, che è temporanea. Pertanto, è plausibile supporre che l’impatto negativo dell’immigrazione sull’occupazione nazionale sia solo un fenomeno transitorio di breve periodo. Tuttavia, si potrebbe supporre che l’assorbimento degli esuberi di quadri nazionali che la crescita permetterebbe nel lungo periodo potrebbe richiedere tempo, e la nuova domanda di lavoro potrebbe rivolgersi a quadri nazionali con diversa qualifica.[lxxi] Allo stesso tempo, non è detto che il “churning effect” si manifesti necessariamente. Un’economia in crescita accelerata potrebbe creare continuamente posti di lavoro per quadri nazionali, anche prima che le imprese assorbano immigranti. In tal caso, la crescita determinerà vuoti (gap) occupazionali da coprire, l’opposto della disoccupazione, e solo il reclutamento di maestranze immigrate potrà colmarli.

Il modello teorico statico sopra delineato trascura completamente l’impatto di spostamento geografico della manodopera nazionale indotto dall’immigrazione (displacement effect), che potrebbe essere molto più importante dell’impatto sull’occupazione nella regione in cui si concentra l’immigrazione (questo effetto verrà esaminato in un paragrafo separato).  Analogamente, altri fattori non trovano spazio in questo modello teorico, come la dinamica dei flussi del commercio internazionale e il progresso tecnologico, e altri aspetti dinamici e strutturali, che possono svolgere un ruolo di gran lunga superiore rispetto all’immigrazione sull’occupazione delle maestranze nazionali.  È l’assenza di questi aspetti strutturali che costringe l’analista a concentrarsi solo sulla condizione di rivalità tra lavoratori nazionali e stranieri, mentre in una visione alternativa, che tenga contro di tutti questi aspetti, i due gruppi di lavoratori non necessariamente si trovano in concorrenza tra di loro per trovare un posto di lavoro.  Evidenze empiriche confermano tutto ciò.[lxxii] Altri fattori istituzionali potrebbero influenzare il modo in cui i livelli salariali e occupazionali dei segmenti lavorativi vengono determinati, in misura maggiore rispetto dell’immigrazione. Ad esempio, le limitazioni legislative che riducono la capacità delle imprese di licenziare i propri dipendenti, disposizioni normative sul salario minimo, sussidi di disoccupazione, standard minimi sulle condizioni lavorative o altre tutele dei lavoratori residenti,[lxxiii]  – considerate da taluni come fonti di “inefficienza” nel funzionamento dei singoli segmenti del mercato del lavoro – alterano profondamente l’impatto dell’immigrazione sul livello di occupazione dei lavoratori nazionali in ogni comparto, più che gli stessi flussi migratori, oltre a determinare le condizioni in cui l’assorbimento di lavoratori stranieri possa avvenire in quei comparti.

In assenza di queste “rigidità”, l’effetto dell’immigrazione sui salari nazionali potrà essere più acuto, ma questo non significa che l’immigrazione si traduca necessariamente in un aumento immediato della disoccupazione nazionale. Infatti, i primi ad essere disoccupati per effetto di un aumentato flusso di immigrati potrebbero essere non i quadri nazionali ma proprio gli immigranti stessi, e non solo quelli appena arrivati (che ancora non hanno trovato occupazione), ma particolarmente gli immigranti arrivati in precedenza, che potrebbe subire l’effetto concorrente delle maestranze in arrivo ancor più e ancor prima dei quadri nazionali. Il rimpiazzo di lavoratori nazionali con maestranze straniere (churning effect) potrebbe invece non essere così acuto e potrebbe essere più lento a manifestarsi. 

Questi aspetti istituzionali sono importanti anche per valutare il modo in cui il mercato “formale” del lavoro reagisce di fronte ai flussi migratori.  Il mercato “formale” del lavoro, soggetto a tutta una serie di tutele legislative, sindacali e contrattuali che proteggono i quadri nazionali, è spesso impermeabile alle offerte di lavoro delle maestranze straniere, che meno si adattano alle procedure per il reclutamento formale di lavoratori. Queste rigidità possono favorire una contrazione dell’occupazione degli immigranti nel mercato “formale” del lavoro, generando un’apparente “congelamento” del livello di occupazione dei quadri nazionali (che potrebbe però nascondere una riduzione di “nuove assunzioni”), mentre gli immigranti verrebbero spinti a rivolgersi alle forme più marginali di reclutamento nel mercato “formale” del lavoro (lavoro precario, contratti temporanei, lavoro autonomo, lavoro giornaliero). Ma spesso molti immigranti, specialmente quelli irregolari, vengono espulsi dal mercale “formale” del lavoro, anche se questo non necessariamente si traduce in un aumento del loro tasso di disoccupazione, perché potrebbero alimentare il settore informale, con l’aumento incontrollato del mercato sommerso del lavoro. Tutto questo non emerge nel nostro modello teorico, ma coglie l’essenza di ciò che avviene frequentemente nei paesi d’immigrazione, ed è questo il modo in cui l’occupazione sia dei quadri nazionali che del lavoro straniero si struttura.[lxxiv]

Concludiamo, infine, che se gli immigranti si trovano ad alto rischio di disoccupazione, l’impatto globale della loro offerta di lavoro sui livelli salariali nazionali e sui livelli occupazionali dei quadri locali è sostanzialmente irrilevante. Solamente se ipotizziamo una situazione prevalente di recessione, l’impiego di lavoratori stranieri potrebbe aggiungersi alle cause di disoccupazione, insieme alle altre cause di fondo, tra le quali dominante è l’eventuale stagnazione della domanda aggregata.

Complementarietà e sostituibilità dei lavoratori immigrati

L’impatto dell’immigrazione sui salari e sull’occupazione nazionale dipende in primo luogo dalla misura in cui gli immigranti, nei vari segmenti del mercato del lavoro, siano sostitutivi dei lavoratori nazionali o, alternativamente, siano complementari ad essi.  Nel primo caso, l’arrivo di immigranti viene visto come una concorrenza pericolosa per i quadri nativi, perché sono i primi disposti ad accettare salari più bassi, e quindi spingono per una riduzione dei livelli salariali.  Ma questo non avviene se esiste un rapporto di complementarietà tra i due gruppi, cioè quando ambedue le categorie di lavoratori sono reclutate simultaneamente, in posizioni prossime ma non necessariamente coincidenti che possono così coesistere, come ad esempio quando gli immigranti svolgono il ruolo di collaboratori dei quadri locali. In tal caso, il maggior reclutamento di lavoratori nazionali richiede anche l’assunzione simultanea di altri lavoratori per permettere ai primi di svolgere a pieno le proprie funzioni, e se le maestranze locali non sono sufficienti per rispondere a questa domanda complementare, le imprese saranno costrette a ricorrere a personale straniero.  Il rapporto di complementarietà si verifica anche quando immigranti e i quadri nazionali sono simultaneamente reclutati in segmenti diversi tra di loro, ma i due processi sono collegati tra di loro. Questo è il caso quando quadri nazionali si spostano verso posizioni più attraenti nella stessa impresa o settore o in altri segmenti lavorativi, ove possono ricevere salari e condizioni migliori, e lasciano disponibili posizioni in cui gli immigranti potranno subentrare. In tal caso, l’assorbimento degli immigranti è complementare all’inquadramento dei lavoratori nazionali nelle nuove funzioni. L’effetto complessivo non comporta necessariamente l’abbassamento dei salari e delle condizioni lavorative per gli immigranti e per i quadri nazionali, in quanto non esiste un rapporto concorrenziale tra i quadri nazionali in uscita e gli immigranti in entrata, anche se tecnicamente esiste una “sostituzione”.  Infatti, nel caso in cui i quadri nazionali si spostino ad una posizione più elevata, sia nella stessa impresa o altrove, è vero che vi è una sostituzione tra lavoratori nazionali e stranieri, ma questo non è l’aspetto saliente del rapporto tra questi lavoratori, in quanto i quadri nazionali sostituiti sono alla ricerca di lavoro in altri comparti o altre mansioni ove guadagneranno di più, e non sono in competizione con gli immigranti.  Semmai, l’arrivo degli immigranti facilita il passaggio dei quadri nazionali ad altre funzioni (superiori), proprio perché c’è la disponibilità di lavoratori stranieri a svolgere le mansioni precedentemente coperte dal personale locale. In questo senso i lavoratori immigrati sono funzionali (e quindi complementari) all’assorbimento di quadri nazionali nelle nuove funzioni.

Tuttavia, anche in questo caso esiste una potenziale rivalità tra lavoratori nazionali ed immigranti per coprire le posizioni lasciate disponibili dai quadri nazionali che si sono spostati a funzioni superiori. Ma la rivalità non riguarda i lavoratori nazionali in uscita da certe posizioni e gli immigranti che vi entrano, quanto tra le maestranze nazionali interessate ai posti lasciati vacanti e gli immigranti. Questa rivalità dipende molto dall’offerta di manodopera locale disponibile a lavorare in quei segmenti.  Questa competitività sarà quanto più acuta, quanto più le imprese cercheranno di imporre ai lavoratori “in entrata” condizioni più sfavorevoli di quelle applicate in precedenza ai lavoratori in uscita, approfittando della relativa debolezza in cui i nuovi postulanti si trovano, debolezza che può essere particolarmente accentuata nel caso degli immigrati.[lxxv] Tuttavia, anche quest’ultima sostituibilità tra immigranti e questi lavoratori locali ha dei limiti. In molti paesi d’immigrazione è stata proprio la carenza di maestranze nazionali nei comparti che i quadri nazionali tendono ad abbandonare, per spostarsi verso posizioni più ambite, che ha attenuato la rivalità tra lavoratori stranieri e quadri locali. Tuttavia, se esistono vaste sacche di manodopera nazionale disponibili (e questo è sicuramente il caso se il tasso di disoccupazione è elevato) la rivalità tra immigranti e sacche di disoccupati locali potrebbe essere acuta, salvo nei segmenti abbandonati o trascurati dai lavoratori nazionali, quali quelli 3 D già menzionati, nei quali la sostituibilità è minima.

L’alternativa tra “complementarietà” e “sostituibilità” del lavoro straniero rispetto a quello nazionale è influenzata anche da altri fattori fondamentali: (a) livello di qualifica dei migranti che offrono servizi in un determinato segmento; (b) corrispondente livello di qualifica dei residenti interessati allo stesso comparto; (c)  dinamica strutturale dell’economia e sua interazione con la dinamica dei segmenti lavorativi (taluni che crescono, altri che decrescono, altri ancora che si distruggono o si modificano); (d) fase ciclica in cui si trova l’economia (che influenza la dinamica dei vari segmenti lavorativi) e, in caso di recessione, misure prese per promuovere una ripresa dell’economia e reazione dei singoli comparti a queste misure. Il rapporto sia di “complementarietà” che  di “sostituibilità” tra lavoro straniero e nazionale dipende complessivamente dall’equilibrio tra tutte queste forze contrapposte, in cui dominante è il ruolo e l’intensità della domanda di lavoro per talune posizioni e la disponibilità relativa di manodopera straniera e offerta nazionale di lavoro per coprirle. L’effetto complessivo dell’immigrazione sui salari di un determinato segmento dipenderà quindi dall’interazione tra tutte queste forze: i salari tenderanno a decrescere, se la sostituibilità dei lavoratori stranieri con quelli nazionali è elevata e rappresenta la dimensione dominante rispetto ad altre variabili. Ma la variazione dei salari potrebbe essere irrilevante, se il rapporto tra quadri nazionali e stranieri è prevalentemente complementare. A sua volta, in aggiunta al grado di sostituibilità tra quadri nazionali e quelli stranieri, l’entità relativa (percentuale) dei flussi migratori rispetto all’occupazione complessiva (nazionale ed estera) è fondamentale per verificare se, in un dato segmento, l’influenza dell’immigrazione sui salari medi di quel comparto sarà nulla, marginale, modesta o significativa, anche se fondamentale sarà anche la forza relativa della domanda di lavoro per certe mansioni. 

Il grado di sostituibilità degli immigranti rispetto ai lavoratori nazionali per specifiche mansioni, a parità di qualifica professionale, è oggetto di una notevole variabilità. Esso è di gran lunga maggiore per i lavoratori a bassa qualifica rispetto a quelli ad alta qualificazione: ne deriva che l’effetto negativo dell’immigrazione sui salari di manovali generici sarà più elevato nel caso dell’immigrazione di manovali non specializzati, perché l’elevata sostituibilità mette in moto un “confronto” e una potenzialità rivalità tra i due gruppi di lavoratori. Tuttavia, come già osservato, i primi a pagare il prezzo dell’arrivo di nuovi immigranti saranno gli immigranti arrivati in precedenza, di cui i nuovi arrivati sono facili sostituti. Seguono, in ordine di sostituibilità, i lavoratori nativi con qualifiche generiche. Diversamente, i lavoratori specializzati hanno più frequentemente un rapporto complementare con gli immigranti, anche se questo rapporto di complementarietà può essere traversale rispetto a livelli diversi di qualificazione.[lxxvi] Se prevale un rapporto complementare tra i due gruppi di lavoratori, è giustificata l’ipotesi che l’immigrazione possa avere un effetto stimolante sul livello salariale dei lavoratori qualificati nazionali, anche se le remunerazioni dei lavoratori stranieri sono inferiori rispetto a quelle offerte ai corrispondenti quadri nazionali, contraddicendo l’asserzione pregiudiziale che l’immigrazione deprima i salari nazionali.

La segmentazione del mercato del lavoro non favorisce la sostituzione perfetta tra quadri nativi e immigranti, anche se avessero le stesse qualifiche professionali, e questo vale anche nel caso di manodopera generica, in quanto i due gruppi di lavoratori non hanno caratteristiche omogenee. Gli immigranti, infatti, soffrono di una posizione di relativa inferiorità rispetto ai corrispondenti lavoratori nazionali. Se il livello inziale di qualifica dell’immigrante al suo arrivo rappresenta il fattore più importante nel definire il suo grado di sostituibilità con il corrispondente lavoratore nazionale, è anche vero che la condizione di inferiorità ambientale e societaria in cui l’immigrante si trova rispetto ai residenti, riduce questo grado di sostituibilità, condizionando fortemente la sua integrazione nel mercato del lavoro. I lavoratori stranieri spesso non hanno una conoscenza adeguata del mercato nazionale del lavoro, non contano su di una estesa rete di contatti personali di cui i quadri nazionali dispongono e che hanno sviluppato nel corso degli anni. Non hanno le stesse competenze linguistiche e professionali probabilmente più adatte al contesto culturale, tecnico e sociale del paese.  Certamente, nel tempo essi potranno acquisire tutte queste capacità, anche migliorando il loro livello di istruzione e di qualifica professionale, ma questo non sarà immediato. Tutto questo condiziona la capacità sostitutiva degli immigranti rispetto ai quadri nazionali, anche se i primi sono disposti a lavorare per salari più bassi ad uguali prestazioni. [lxxvii]

L’impatto sui salari e sull’occupazione nazionale nell’esperienza di singoli paesi

Concludendo questa rapida visitazione delle argomentazioni addotte per sostenere che l’immigrazione abbia un costo per il paese ospitante in termini di riduzione dell’occupazione nazionale e abbassamento dei salari pagati ai lavoratori nazione, abbiamo visto che, anche se supponessimo un effetto significativo dell’immigrazione sui livelli salariali e sull’occupazione in alcune frange limitate del mercato del lavoro, questo effetto non necessariamente avrebbe una rilevanza significativa per l’economia nel suo insieme. In ogni caso, anche per i singoli comparti, tale effetto potrebbe essere prevalente solo nel breve periodo, probabilmente destinato a ridursi sostanzialmente nel medio periodo e svanire nel lungo periodo, perché soverchiato da altri fattori molto più incidenti sullo sviluppo economico. Questi fattori includono l’accrescimento degli investimenti di capitale (con nuove attrezzature ed impianti) e il relativo progresso tecnologico che spingerebbero la crescita dell’economia verso l’alto e stimolano la domanda di lavoro non solo per l’economia nel suo insieme, ma anche per i singoli comparti lavorativi che assorbono immigranti, annullando qualsiasi effetto depressivo sui salari e sull’occupazione che eventualmente l’immigrazione possa originare.  Né c’è da aspettarsi grandi cambiamenti nella composizione della produzione di prodotti e di servizi generati dall’immigrazione, se non il proseguimento della struttura produttiva dominante prima degli ultimi flussi migratori, anche se la natura delle competenze e della capacità degli immigranti fosse molto diversa da quelle dei residenti. Nel lungo andare questa diversità si annullerà, rendendo le qualifiche degli immigranti e dei loro discendenti sempre più simili a quelle dei lavoratori residenti.

Complessivamente, le analisi empiriche disponibili mostrano che l’arrivo di immigranti (anche non qualificati) non esercita un effetto rilevante in termini di riduzioni salariali e dei livelli occupazionali nei paesi che li ricevono, perché quei livelli saranno determinati in primo luogo dalle trasformazioni strutturali e dall’intensità della crescita dell’economia e dalla dimensione dei singoli comparti lavorativi. Se conducessimo quest’analisi a livello di singoli comparti di lavoro, e supponendo che gli immigranti siano una percentuale modesta dell’offerta di lavoro nel segmento considerato, dovremmo aspettarci che l’effetto sui salari sia nullo ed altrettanto quello sul livello di occupazione. L’impatto negativo, al massimo, potrebbe riguardare l’occupazione di altri immigranti, con cui i nuovi immigranti sono in concorrenza diretta, specialmente quelli che presentano gli stessi livelli di istruzione e di qualifica professionale, ai quali verranno offerti gli stessi livelli di salario.[lxxviii] Se invece cercassimo di verificare l’effetto dell’immigrazione su salari e occupazione in segmenti lavorativi ove gli immigranti rappresentano una quota rilevante della manodopera impiegata,[lxxix] le direzioni e l’entità dell’impatto dipenderebbero dalle diverse condizioni di sostituibilità e di complementarietà tra immigranti e lavoratori nazionali che prevalgono in ogni comparto. Tali condizioni non necessariamente fanno sì che l’effetto finale esercitato dall’immigrazione sui salari pagati nel singolo comparto sia negativo.

I tentativi di condurre verifiche empiriche su queste tematiche nelle situazioni storiche che si sono venute a creare nei vari segmenti del mercato del lavoro sotto l’influenza di ingenti flussi migratori hanno offerto risultati spesso contraddittori. L’OCSE condusse questo tipo di test in passato, per un certo numero di paesi d’immigrazione (compresi Stati Uniti, Germania, Regno Unito, Francia e Svizzera), per i periodi 1984-89 e 1990-95, arrivando alla conclusione che l’aumento dell’immigrazione non ha avuto alcun effetto o ha avuto un effetto soltanto marginale sia sui tassi di disoccupazione che sui livelli salariali di quei paesi nei periodi analizzati, anche se qualche impatto negativo si può essere manifestato a danno di specifici gruppi di lavoratori,[lxxx] con un impatto complessivo tutto sommato modesto o insignificante.

Alcuni studi, applicati alla realtà degli Stati Uniti, sostengono che pur se l’immigrazione può aver esercitato un’influenza negativa sui salari americani, si è trattato di un impatto modesto, mentre altri studi dimostrerebbero che questo effetto sui salari è praticamente irrilevante, e l’impatto sui livelli di occupazione sarebbe impercettibile.[lxxxi] Indagini condotte su quattro decenni alla fine del secolo XX in alcuni grandi paesi d’immigrazione (Stati Uniti, Germania, Regno Unito e Australia) hanno portato a risultati incerti riguardo all’influenza dell’immigrazione sui livelli salariali e quelli occupazionali: in alcuni casi, i salari si sono abbassati, in altri non c’è stato alcun effetto rilevante.[lxxxii] A volte l’immigrazione è andata più che altro ad alimentare le fila dei disoccupati (tra gli immigranti), ma non ci sarebbe alcuna prova sufficiente per dimostrare che l’immigrazione abbia un’incidenza inequivocabile sui livelli di occupazione e di disoccupazione.[lxxxiii]

Ci sono altri studi, invece, che mentre riconoscono che l’immigrazione non eserciti un effetto rilevante sia sul livello dei salari che sull’occupazione negli Stati Uniti, ritengono che nella realtà europea si registri un impatto negativo, pur di ridotte dimensioni,[lxxxiv] anche se compensato dall’effetto espansivo di creazione di nuovi posti di lavoro dovuto alla crescita, che genera economie di scala significative ed effetti propulsivi grazie all’aumento della produttività e della domanda aggregata.[lxxxv] Questo effetto negativo sui salari dei lavoratori nazionali sarebbe di dimensioni estremante limitate (dell’ordine dello O,1% per un aumento dell’1% dell’immigrazione di lavoratori stranieri), pur con variazioni significative tra un paese e l’altro. Tuttavia, questo possibile effetto negativo non sarebbe uniforme tra i paesi europei, anche perché nell’esperienza di quella regione prevale un rapporto di complementarietà tra lavoratori immigranti e nativi. Nell’Italia settentrionale, è stato dimostrato che un aumento dell’immigrazione può indurre addirittura un aumento dei salari delle maestranze nazionali,[lxxxvi] grazie alla carenza di lavoratori nativi disposti a svolgere certe mansioni e all’esistenza di forti resistenze poste da regolamentazioni sindacali, anche se l’immigrazione potrebbe aver esercitato un impatto negativo sui salari delle maestranze nazionali non qualificate in alcuni comparti, attraverso un abbassamento delle loro remunerazioni salariali.  In Spagna, vi sono evidenze empiriche che provano una lieve correlazione tra flussi migratori e livelli salariali: in particolare, immigranti da altri paesi europei, a maggiore livello di qualificazione (spesso superiore alla media dei residenti) si concentrano nei segmenti ad alta specializzazione; segue un altro gruppo di immigranti specializzati di provenienza da paesi che non appartengono all’area OCSE, che si concentrano in attività commerciali ed in taluni segmenti professionali; ed infine la gran parte di immigranti dal resto del mondo (paesi al di fuori dell’area OCSE), tra i quali prevalgono manovali generici, che si concentrano in settori abbandonati dai lavoratori spagnoli (produzioni agricole in serra, edilizia, lavori domestici, ove prevale un rapporto di complementarietà con i lavoratori nazionali, anche se esercitano una qualche pressione verso il basso sui salari e sulle condizioni lavorative).  In Grecia gli immigranti, concentrati in analoghi settori di attività, presentano rapporti di complementarietà con i quadri greci. Sembra, quindi, che tutto sommato l’effetto dell’immigrazione sui salari sia trascurabile o addirittura positivo nei paesi dell’Europa mediterranea come Grecia, Italia e Spagna.

Analoga conclusione vale per la Gran Bretagna, dove prevale un rapporto complementare degli immigranti rispetto ai quadri nazionali, con i primi impiegati prevalentemente nei segmenti delle 3 D, senza un significativo effetto depressivo sugli altri segmenti lavorativi. I manovali stranieri vengono occupati anche in segmenti dipendenti dalle fluttuazioni di mercato (edilizia, agricoltura e turismo), con scarsa influenza dell’immigrazione sul funzionamento di quei comparti. Gli immigranti qualificati invece trovano spazio soltanto lì ove non ci sono lavoratori nazionali disponibili. In Belgio, invece, la concorrenza tra maestranze straniere e native è più intensa nei segmenti che utilizzano manodopera a bassa qualificazione, e genera un alto tasso di disoccupazione tra gli immigranti provenienti da paesi come RDC, Marocco e Turchia.  Nel mercato tedesco, prevalgono rigidità dovute alla tutela dei lavoratori nativi, che determinano bassa mobilità settoriale dei lavoratori tedeschi e tra un’impresa e l’altra, esercitando senza volerlo un effetto negativo sui salari e sull’occupazione nazionale. Questo si applica particolarmente al settore edile. Nel mercato europeo, comunque, l’immigrazione esercita un effetto positivo sulla flessibilità di funzionamento dei vari segmenti lavorativi, essendo gli immigranti attratti da regioni ove i livelli sia dei salari che dei tassi di occupazione sono più elevati, favorendo indirettamente un riequilibrio di questi livelli tra le varie regioni, mentre permette al tempo stesso di sopperire alle carenze di lavoratori nei settori ove si manifestino maggiori carenze.

Queste analisi empiriche, quindi, non arrivano a conclusioni robuste sugli effetti complessivi dell’immigrazione sui salari e sulla disoccupazione, in primo luogo perché i flussi di immigranti che arrivano annualmente nei grandi paesi d’immigrazione rappresentano solamente una percentuale modesta del volume complessivo dell’offerta di lavoro: lo spostamento verso destra della linea verticale dell’offerta di lavoro diviene perciò impercettibile rispetto alla dinamica complessiva del mercato del lavoro. In secondo luogo, gli immigranti tendono a concentrarsi su pochi grandi centri metropolitani,[lxxxvii] e conseguentemente è difficile stimare gli effetti dell’immigrazione sui salari medi pagati, se l’impatto interessa soltanto zone limitate del paese, ignorando il resto del territorio nazionale.

A questo si aggiunga il fatto che gli immigranti tendono a concentrarsi nelle aree economiche che registrano tassi di crescita più elevati, a bassa disoccupazione e occupazione in rialzo, ove vengono offerti salari più alti e a tassi crescenti, anche se gli immigranti occuperanno le posizioni lavorative a più basso salario.[lxxxviii]  Inoltre, gli immigranti troveranno lavoro nelle posizioni vacanti che si sono rese libere grazie al passaggio dei lavoratori nazionali a posti meglio remunerati, senza impatto negativo sui livelli salariali.  In tal caso, potrebbe essere giustificata l’ipotesi di una relazione positiva tra immigrazione e salari, ove volume crescente dei flussi migratori segue la dinamica al rialzo dei livelli salariali, anziché esercitare un impatto negativo sui salari. Concludendo, l’ipotesi che l’immigrazione eserciti un effetto negativo su salari e sull’occupazione dei paesi ospitanti, non sembra essere applicabile a tutti i paesi, né a tutte le regioni in cui ciascuno paese, né in tutti i segmenti del mercato del lavoro, e va ridimensionata sostanzialmente. l

  1. Mobilità occupazionale, concorrenza tra immigranti e fasce più povere di lavoratori nazionali

L’impatto negativo per i lavoratori a salari più bassi

Avendo escluso che l’immigrazione rappresenti, per l’economia nel suo insieme del paese ospitante, un costo rilevante in termini di riduzione dell’occupazione nazionale e abbassamento dei salari pagati ai lavoratori, ci concentreremo ora sui possibili effetti sui livelli salariali e sull’occupazione in frange del mercato del lavoro che interessano le fasce più povere dei lavoratori nazionali, per analizzarne le possibili manifestazioni e rilevanza per i problemi di quei gruppi sociali.  A questo fine, ci riferiremo, in primo luogo, ad alcuni studi che hanno cercato di esaminare l’incidenza del livello di qualificazione dei lavoratori per valutare gli effetti dell’immigrazione sul salario nazionale, facendo l’ipotesi che l’arrivo di immigranti possa produrre addirittura salari crescenti (in una economia in espansione) per i quadri nazionali più qualificati, mentre si traduca probabilmente in risultati opposti per i salari dei lavoratori meno qualificati. George Borjas condusse nel 2004[lxxxix] un’analisi per confrontare l’effetto dell’immigrazione negli Stati Uniti sui salari offerti agli immigranti e a sotto-gruppi di lavoratori nazionali con lo stesso livello di qualificazione, scelti tra segmenti lavorativi che impiegano prevalentemente lavoro manuale. Secondo quelle stime, un aumento dell’immigrazione del 10% in talune categorie di lavoro non qualificato avrebbe prodotto una riduzione dei salari del 3-4% per salariati con gli stessi livelli di qualifica (supposta molto bassa), ed una parallela riduzione del numero di settimane lavorative per quei lavoratori nazionali.  Si tratterebbe di un effetto modesto, ma pur sempre negativo. L’analisi di Borjas si concentrava sulle condizioni salariali dei lavoratori nazionali appartenenti alle categorie più povere, in particolare degli afro-americani di bassa qualifica, considerati più vulnerabili alle sfide generate dagli immigranti. [xc] I risultati raggiunti da quegli studi non sono conclusivi, e sono stati contestati da alcuni, perché si concentrano su specifiche realtà urbane (Los Angeles e New York) ad alta presenza di immigranti, e hanno problemi interpretativi a causa dell’elevata segmentazione dell’offerta di lavoro, notevole differenziazione dei livelli salariali, ed elasticità dell’offerta di lavoro (reazione a variazioni dei salari offerti) molto diversa.

Un impatto negativo dell’immigrazione sull’occupazione di quadri nazionali in questi segmenti consiste in primo luogo nell’aumento del “crowding out effect”  (effetto di espulsione) esercitato sugli addetti residenti che questi segmenti impiegano, i quali rischiano di perdere il lavoro: i gruppi di lavoratori che rischiano di subire per primi questo effetto sono quelli più prossimi al pensionamento, e altri sottogruppi (come le madri nubili) che sono più inclini ad abbandonare il mercato del lavoro di fronte ad un abbassamento del livello dei salari. I lavoratori nazionali più a rischio sono coloro che già percepiscono salari molto bassi, per i quali una prospettiva di abbassamento del salario e la concorrenza di gruppi di lavoratori stranieri desiderosi di entrare nel mercato del lavoro può voler dire l’abbandono della popolazione attiva. Una riduzione del loro tasso di partecipazione attiva, d’altra parte, attenuerebbe l’impatto negativo dell’immigrazione sui salari e sull’occupazione, esercitando un effetto che ne controbilancia la direzione.

Possiamo quindi concludere, come registrato da molte analisi empiriche sull’argomento, che vi sia soltanto un impatto molto limitato (anche se negativo) dell’immigrazione sulle remunerazioni dei lavoratori a bassa qualificazione, e questo dipende in primo luogo dal fatto che quei lavoratori nazionali, piuttosto che rimanere in attesa di perdere il proprio posto di lavoro e subire la rivalità degli immigranti, più frequentemente si spostano verso altre occupazioni (mobilità occupazionale orizzontale), a minore intensità di incombenze ripetitive o pesanti. Questa mobilità orizzontale attenua l’effetto dell’immigrazione sui salari percepiti, perché riduce le pressioni sul lato dell’offerta nel segmento interessato ad assorbire immigranti. A questo si aggiunga la mobilità occupazionale verticale, secondo la quale lavoratori manuali abbandoneranno mansioni generiche per accedere a mansioni superiori (anche nella stessa impresa o altrove). La mobilità occupazionale, in generale, riduce l’impatto dell’immigrazione su salari e sui livelli occupazionali nei singoli comparti, ma a sua volta dipende dalle caratteristiche dei lavoratori immigrati e dalla struttura dell’economia e dalla sua dinamica.  Inoltre, assistiamo alla riduzione tendenziale, nelle economie avanzate, dell’offerta nazionale di lavoro non qualificato, che neutralizza l’impatto dell’immigrazione sui salari e sui livelli di occupazione, mentre i lavoratori nazionali più qualificati continuano a trasferirsi nei segmenti a salari più elevati. Si tratta di tendenze dinamiche che non sono alterate in modo significativo dall’immigrazione.

I lavoratori nazionali più a rischio

Le analisi sin qui citate fanno riferimento a segmenti lavorativi limitati in cui l’impatto negativo dell’immigrazione di lavoro manovale potrebbe avere qualche significato. Limitando l’analisi a quei segmenti e alle località geografiche ad alta concentrazione di immigranti, l’ipotetico effetto negativo dell’immigrazione potrebbe incidere solo sulla condizione di sotto-gruppi sociali di lavoratori nazionali, vere enclave occupazionali, di più bassa qualificazione, probabilmente appartenenti alle categorie sociali più povere. [xci] I segmenti coinvolti in questo impatto negativo spesso riguarderanno mansioni in parte abbandonate o trascurate dalle maestranze locali (come quelle designate con le 3 D),[xcii] remunerate con salari molto bassi, a volte inferiori al minimo legale.

La manovalanza nazionale coinvolta in questi segmenti spesso è quella che si trova in una situazione particolarmente fragile e può essere pertanto potenzialmente danneggiata. Essa può includere: 

(a)     Lavoratori espulsi da processi di ristrutturazione e non assorbiti in altri segmenti a causa della loro maggiore età o per la limitatezza di competenze professionali. Questo gruppo include coloro che coprivano mansioni scomparse dal mercato, spesso vittime di fenomeni acuti di esclusione sociale.

(b)    Giovani studenti o giovani lavoratori che non hanno completato la formazione scolastica di base (i dropouts) e che ancora hanno difficoltà ad inserirsi nel mondo del lavoro per mancanza di esperienze e di qualifiche, e che sono disposti a tutto pur di guadagnarsi un modesto reddito.

(c)     Lavoratori non qualificati disoccupati, interessati a trovare lavoro (anche lavori gravosi) a tutti i costi, anche se molti di loro sono disponibili soltanto per un impegno di questo tipo per un tempo ridotto, come soluzione transitoria, e accetterebbero ingaggi in questi segmenti solo come occupazioni saltuarie o a tempo parziale.

(d)    Lavoratori emarginati, non qualificati o privi di esperienze lavorative significative salvo quelle precarie, che sono gli esclusi dalla società, vittime di ghettizzazione (minoranze e gruppi sociali vari). Includiamo in questo gruppo anche coloro che soffrono di processi di marginalizzazione come gli ex detenuti, i riabilitati per abuso di sostanze, le persone che soffrono di PTSD, e i senzatetto.

Non è detto che gli appartenenti a queste quattro categorie siano sempre interessati a competere con gli immigranti per posizioni lavorative di basso livello, anche per la diffusa reticenza ad accettare certi lavori manuali particolarmente gravosi:[xciii] molti di loro preferirebbero essere disoccupati piuttosto che svolgere quelle mansioni.  Le maestranze straniere potrebbero essere preferite anche per le caratteristiche specifiche di quei lavoratori, spesso facendo distinzioni basate sul paese d’origine, sull’accertata capacità tecnica o abilità manuale, sulla presunta flessibilità d’uso, ma anche su pregiudizi riguardanti l’affidabilità e l’affinità culturale del lavoratore straniero, criteri questi che nulla hanno a che vedere con la qualificazione professionale.

Comunque, è sempre possibile –  a volte solo in via teorica, in altri casi anche con evidenze empiriche non trascurabili – che vi sia un’offerta di lavoro  nazionale disposta a entrare in quei segmenti in concorrenza con gli immigranti per le stesse posizioni. Si tratterà di un’offerta limitata, che attinge da una o più delle quattro categorie sopra suggerite, o potrà essere un’offerta più consistente, se il paese ha ancora grandi sacche di disoccupazione e ha sofferto di rallentamenti significativi nel generare sviluppo economico e occupazionale (in parte, questa è la situazione dell’Italia, in cui molti segmenti che in altre economie avanzate sono stati quasi completamente abbandonati alle maestranze straniere, ancora vedono una percentuale elevata di addetti italiani).

Le maestranze nazionali hanno dei vantaggi inevitabili rispetto ai lavoratori immigranti per qualsiasi mansione.[xciv]  Il manovale nativo parla meglio la lingua nazionale, è più familiarizzato con i costumi locali, e non ha problemi di adattamento a condizioni locali di lavoro e all’ambiente ove si trova a vivere, perché lo ha sempre fatto, mentre queste potrebbero essere barriere iniziali per l’immigrante. Il fenomeno del de-skilling degli immigranti potrebbe addirittura mettere in concorrenza gli immigranti con lavoratori nazionali meno qualificati, sottolineando come lo svantaggio relativo degli immigranti rispetto al personale nazionale con la stessa qualificazione possa essere tale che sia per lo meno in parte compensato da una maggiore qualificazione dell’immigrante rispetto al corrispondente lavoratore nazionale che ambisce alla stessa mansione.  Questo complica la sostituibilità tra quadri nazionali e lavoratori stranieri.

Allo stesso tempo, i datori di lavoro potrebbero considerare l’offerta delle maestranze locali per certe mansioni troppo debole sul piano qualitativo, o troppo volatile e inaffidabile, perché molti addetti nativi potrebbero avere un interesse soltanto temporaneo a svolgere quelle mansioni perché considerate degradanti, o potrebbero offrire solo una disponibilità condizionata, pronti ad abbandonarle in qualsiasi momento per migliori alternative. I datori di lavoro potrebbero così preferire l’ingaggio di immigranti, perché più volenterosi, disposti a sobbarcarsi compiti pesanti o a subire turni più prolungati, magari come lavoratori giornalieri e saltuari (come è frequente nell’agricoltura); o come operai non specializzati nelle fabbriche per le mansioni più generiche; o come addetti alla pulizia degli uffici o degli spazi pubblici (compresa la pulizia delle strade), o alle fognature e ai servizi di raccolta dei rifiuti; o come addetti al giardinaggio (nel Nord America); o lavapiatti o camerieri in ristoranti e luoghi di ristoro, portantini o facchini assunti alla giornata; addetti alla sorveglianza e guardie notturne; factotum; lavoratori che spingono carriole e trasportano materiale da costruzione nei cantieri edili; carpentieri nella costruzione di case (come nei suburbi delle grandi metropoli americane); ma anche addetti ai servizi domestici (baby-sitters, colf, badanti o accompagnatori).  In alcuni paesi (e l’Italia è un esempio) ci sono ancora molti lavoratori nazionali che svolgono molte di queste mansioni, anche se vi è una tendenza ad assorbire percentuali crescenti di addetti stranieri in alcune di esse. Ma in molti casi la presenza delle maestranze immigrate è (o sta per divenire) preponderante: il 70 percento dei lavoratori del settore della ristorazione a Londra sono immigranti; in Canada, una percentuale elevatissima di lavoratori specializzati dell’edilizia è regolarmente sostituita da immigranti per la carenza cronica di offerta locale. Potremmo citare molti altri esempi nella maggioranza dei paesi di grande immigrazione.

Tuttavia, la non perfetta sostituibilità tra lavoratori nativi e immigranti fa sì che in taluni segmenti che richiedono manovalanza di bassa qualifica, possiamo assistere, oltre ad una presenza significativa di immigranti, anche una presenza non trascurabile di lavoratori nazionali, ma non necessariamente per le stesse mansioni, qualora, ad esempio, ai quadri nazionali vengano affidate responsabilità superiori, mentre si affidano agli immigranti le mansioni più umili o inferiori.[xcv]  In alcuni casi, tuttavia, maestranze locali e immigranti svolgono mansioni simili, e ancora ci sono lavoratori residenti interessati a entrare in quei segmenti, trovandosi in una situazione di rivalità con le maestranze straniere. Chi saranno questi lavoratori nazionali? Dipende dai segmenti. Lì ove la manovalanza straniera ancora rappresenta una minoranza, si tratta probabilmente di manovali nazionali che non riescono a trovare lavoro altrove o che hanno sempre svolto quelle mansioni. Nei segmenti ove gli stranieri cominciano a rappresentare una percentuale maggioritaria rispetto all’occupazione totale del comparto, si tratta di individui che probabilmente appartengono ad una delle quattro categorie sopra suggerite, spesso coloro che hanno rinunciato a salire la scala sociale o non hanno avuto la possibilità di farlo, e si trovano emarginati dalla dinamica sociale ed economica del paese, in qualche modo vittime di processi di esclusione sociale e di complessi rapporti interclassisti e/o interrazziali, che favoriscono persistenti condizioni di povertà. Per la loro fragilità subiranno l’effetto della concorrenza degli immigranti, ma non sarà l’immigrazione a causare la loro condizione di debolezza.[xcvi] Molti di loro sono le vittime della deregolamentazione del mercato del lavoro (vedi Sezione 6), destinati ad essere disoccupati.

Il contrasto tra gli immigranti e questi gruppi sociali nazionali crea una “guerra tra poveri”. Molti critici dell’immigrazione mettono l’accento su questa rivalità, perché ambedue i gruppi esprimono una domanda di assistenza pubblica e questi critici distinguono tra “coloro che hanno diritto” all’assistenza sociale (i residenti) e “coloro che non hanno diritto” a misure di welfare (gli immigranti), riflettendo una visione puramente nativista. Di questo parleremo più diffusamente nella Sezione 10 e nella Parte IX di questo saggio.  Ambedue questi gruppi di lavoratori rappresentano l’ “esercito di riserva” di una manodopera a basso costo, di cui anche economie avanzate hanno bisogno per sostenere processi di trasformazione strutturale in settori che richiedono bassi costi salariali o per fornire servizi essenziali a costi relativamente ridotti, utilizzando, ove possibile, maestranze – siano esse nazionali o straniere – disposte ad accettare bassi salari, anche se inferiori ai minimi legali.[xcvii]

L’immigrazione è stata accusata di abbassare sempre di più il livello di soglia per accedere a questi segmenti lavorativi a basso salario, grazie alla disponibilità di lavoratori stranieri che manterrebbero basse le remunerazioni per quelle posizioni, mettendo in difficoltà anche i gruppi emarginati nazionali potenzialmente interessati a quelle posizioni lavorative. Ma come già sottolineato, le difficoltà di quei gruppi emarginati poco hanno a che vedere con la concorrenza dell’immigrazione, usata come capro espiatorio di problemi legati semmai all’iniqua distribuzione del reddito e agli ostacoli ad una più equa diffusione dell’istruzione e della qualificazione professionale nelle classi sociali più povere. I problemi di fondo di questi gruppi sociali non sono la concorrenza degli immigranti ma semmai i meccanismi che mettono in modo processi di esclusione sociale.  La disoccupazione di quei gruppi sociali ed il loro stato di marginalizzazione non dipende di certo dall’immigrazione.

Ciò non di meno, l’affermazione che gli immigranti siano concorrenti “potenti” della manovalanza emarginata non è completamente infondata, in quanto essi possono offrire i propri servizi a bassi salari, sono disponibili per lunghi turni di lavoro e possono non richiedere le stesse garanzie contrattuali che i lavoratori nazionali esigerebbero. Pur se fattori sociologici, economici, istituzionali, strutturali e storici spiegano i problemi dei lavoratori nazionali in quei segmenti, e l’impatto dell’immigrazione è solo secondario rispetto all’inadeguatezza delle politiche nazionali o alle cause strutturali dei loro problemi, non possiamo esimerci dal chiederci se l’immigrazione abbia un qualche impatto negativo sui salari e sull’occupazione nei comparti ove la presenza degli immigranti sia preponderante.  Allo stesso tempo, non possiamo evitare di constatare che l’influenza negativa sui salari esercitata da fattori che nulla hanno a che vedere con l’immigrazione abbia spesso un’importanza ben maggiore, specialmente in un clima dominato dalla deregolamentazione del mercato del lavoro, che ha portato ad un indebolimento della forza contrattuale dei lavoratori, obbligandoli ad accettare riduzioni salariali in molti comparti, con riduzioni del livello di occupazione o dequalificazione delle forme contrattuali con cui i lavoratori vengono assunti. Questi processi hanno interessato molti segmenti lavorativi, anche quelli che non coinvolgono gli immigranti, segmenti che hanno subìto profonde trasformazioni strutturali. 

Concentrando qui la nostra attenzione sui comparti ove si addensano prevalentemente manovali stranieri, assistiamo alla possibile sostituzione di lavoratori nazionali ad opera degli immigranti, ma questa sostituzione può essere più apparente che effettiva, se quelle maestranze nazionali hanno abbandonato già da tempo quei segmenti e non hanno intenzione di rientrarci (salvo gruppi minori). In tal caso, l’impatto dell’immigrazione sia sui salari prevalenti che sui livelli dell’occupazione di maestranze nazionali in quei segmenti potrebbe essere modesto. Questo spiega come mai, pur in fasi recessive, quindi in presenza di un elevato tasso di disoccupazione, l’impatto dell’immigrazione sul funzionamento di certi comparti (in termini sia di livelli salariali, sia in termini di occupazione di manovalanza nazionale) possa non essere negativo, se c’è una sostenuta domanda di lavoro per attività specifiche, domanda che potrebbe essere indipendente dalla congiuntura economica e che non riesce ad essere soddisfatta dalla manodopera locale, tanto da mantenere intatti sia il livello salariale che quello occupazionale delle maestranze nazionali, anche se un numero crescente di lavoratori stranieri viene assorbito.  Simili risultati dipendono, perciò, dall’intensità di domanda per quel tipo di mansioni, che potrebbe neutralizzare l’effetto negativo dell’aumentata offerta di lavoratori stranieri. Questo avviene particolarmente nei segmenti che riguardano le mansioni rifiutate dai lavoratori nazionali (come le 3 D) o lavori specifici per i quali il paese d’immigrazione ha particolare bisogno di lavoratori stranieri a causa dell’inadeguatezza e della carenza dell’offerta nazionale con quelle competenze.[xcviii] 

Concludendo, in condizioni di crescita, l’incidenza dell’immigrazione sui segmenti dominati dall’occupazione di immigranti non sarà centrale per la creazione di posti di lavoro occupati dai lavoratori nazionali, interessati a settori a salari crescenti. Pertanto, la sua rilevanza sul livello medio del salario del paese e sull’occupazione nazionale sarà modesta o nulla. Ma modesto sarà il suo impatto anche in quegli stessi segmenti ove si concentrano gli immigranti, in quanto i quadri nazionali saranno scarsamente presenti in quei comparti.  Tuttavia, l’offerta crescente di lavoro immigrato potrebbe esercitare un impatto negativo sui livelli salariali di quei comparti se la domanda non dovesse essere abbastanza robusta da contrastarne l’effetto, e se l’arrivo di nuovi immigranti non sia compensato da un flusso in uscita di maestranze nazionali sufficientemente amplio. Altrimenti, anche in questo caso l’impatto sui salari potrebbe essere minimo.

Effetto “displacement” dell’immigrazione

Alcune analisi condotte negli Stati Uniti sull’effetto dell’immigrazione non qualificata sui salari nazionali si sono concentrate sulle regioni ad elevata intensità immigratoria, ove la frangia di lavoratori nazionali interessati a prestare il proprio lavoro in segmenti che pagano bassi salari è fortemente limitata. In città come Los Angeles, in California, alcune di queste posizioni lavorative sono quasi completamente coperte dalla popolazione immigrata, specialmente latino-americana.[xcix]  Lo stesso succede in molte altre città o regioni statunitensi ove ci sia un’elevata incidenza dell’immigrazione.  Si è riscontrato che in tali casi, l’immigrazione non produce necessariamente un aumento dell’offerta di lavoro di quei segmenti nelle zone d’immigrazione, ma una sostituzione pressocché totale della manodopera nazionale che si trasferisce altrove, dando spazio ai lavoratori stranieri che ne occuperanno le posizioni occupate, mentre i lavoratori nazionali si trasferiscono in altre regioni per lavorare in quei segmenti o in altri comparti. La sostituzione di lavoratori immigranti al posto dei residenti fa sì che l’aumento supposto di offerta di lavoro causato dall’immigrazione venga diffuso sul territorio nazionale attraverso il deflusso di lavoratori nazionali in altre regioni. Questo effetto potrebbe essere talmente parcellizzato da rendere insignificante l’impatto depressivo sul livello salariale in ciascuna regione, rendendo improbabile un impatto dell’immigrazione sui salari nazionali. Questo fenomeno è stato definito effetto spostamento (displacement effect), [c] che consiste in un incentivo prodotto dall’immigrazione, quando è concentrata in talune regioni ed in specifici segmenti lavorativi,  su fasce di manodopera nazionale meno abbienti che sarebbero spronate a trasferirsi (displace) da una regione all’altra dello stesso paese, lì ove la presenza degli immigranti sia meno incisiva, attenuando in tal modo l’influenza dell’immigrazione sulle condizioni salariali dei lavoratori nazionali. Questo fenomeno non è stato riscontrato solo negli Stati Uniti,[ci] ma anche in altre grandi aree metropolitane europee ove ci sia grande concentrazione di immigranti in taluni segmenti lavorativi. In Francia, l’effetto spostamento ha favorito l’attenuazione dell’impatto del flusso migratorio, concentrato in poche zone specifiche, permettendo il trasferimento di maestranze locali in altre regioni (uno spostamento dello 0,4% di lavoratori nazionali sarebbe stato il risultato di un aumento del 10% di flussi di immigranti),[cii] mentre l’impatto sui livelli salariali si sarebbe ridotto a causa dell’effetto displacement (un abbassamento del salario medio dell’1,3% per ogni aumento dell’immigrazione del 10% e solamente per i settori di attività che non possono essere trasferiti fisicamente).

Invece di confrontarsi con i lavoratori stranieri per salari così bassi, i quadri nazionali preferiscono cambiare residenza in regioni a salari più stabili, magari offrendo i propri servizi negli stessi segmenti, ma in regioni non dominate dal personale immigrato. L’impatto dell’immigrazione quindi non si tradurrà tanto nell’alterazione dei livelli salariali percepiti dai lavoratori nazionali, ma nell’incentivare la loro mobilità geografica. Il displacement potrebbe favorire una ulteriore segmentazione del mercato del lavoro in regioni diverse da quelle d’immigrazione, con dinamiche salariali indipendenti dai flussi migratori, impedendo che variazioni salariali si trasmettano da una regione all’altra, anche se si riferiscono allo stesso tipo di mansioni lavorative. I salari nelle zone ove gli immigranti si concentrano potranno essere influenzati dai flussi migratori, ma anche dalle condizioni locali della domanda (che potrebbero permettere anche salari stabili o in aumento), mentre i salari dei lavoratori nazionali in altre regioni potrebbero non subire alterazioni rilevanti. Non è escluso, inoltre, che rigidità salariali possano rendere l’impatto sui salari locali di questa mobilità interna della forza lavoro nazionale del tutto irrilevante.

L’effetto spostamento si manifesta anche in altro modo. Se una regione geografica divenisse meta preferita di grandi flussi migratori in certi segmenti lavorativi che in passato attraevano flussi di lavoratori nazionali, questi ultimi potrebbero essere demotivati a recarsi in quelle regioni per l’eccessiva concentrazione di immigranti. Questo spiega quanto è successo lungo la frontiera meridionale degli Stati Uniti, nel sud della California, in Florida, in vaste zone dell’Arizona, del New Mexico, del Texas o del Nevada, che non costituiscono più la meta di lavoratori statunitensi interessati a posizioni a basso salario, visto che quelle posizioni sono ormai occupate in modo prevalente da immigranti (anche di seconda generazione). In tal caso, flussi migratori interni verso quelle zone riguarderanno solo lavoratori nazionali che ambiscono a posizioni lavorative ben remunerate o con salari crescenti, mentre i lavoratori nativi appartenenti alle fasce meno qualificate si dirigeranno verso altre zone.[ciii]

Questo effetto spostamento è rilevante solo se l’immigrazione rappresenta una percentuale significativa della manodopera impiegata in specifici segmenti.  Per percentuali minori, potremmo aspettarci un impatto irrilevante. Tra i lavoratori nazionali appartenenti alle classi sociali più basse, quelli più poveri potrebbero avere una ridotta mobilità geografica, e questi saranno coloro che saranno costretti a confrontarsi con gli immigranti che ambiscono a posizioni che pagano bassi salari, confermando la tesi dell’impatto depressivo dell’immigrazione sui salari locali per i segmenti più poveri della popolazione.[civ]

Questo effetto spostamento dipende anche dal grado di integrazione dell’economia nazionale. Quanto maggiore questa integrazione, tanto più elevata sarà la mobilità interna e la circolazione di prodotti tra regioni diverse, e tanto maggiore sarà la capacità del paese di assorbire variazioni nella distribuzione dell’offerta di lavoro causate dall’immigrazione.  Questo favorirà la diffusione sul piano nazionale dell’effetto di un incremento di immigranti in una regione, nonostante che gli immigranti siano concentrati in poche zone. Ciò neutralizzerà gli shock perturbativi dell’immigrazione, sia che si tratta di movimenti in uscita di lavoratori nazionali dalle regioni ove gli immigranti si concentrano o di una riduzione degli arrivi di quegli stessi lavoratori nazionali in quelle regioni.[cv] Quando regioni economiche sono meno integrate tra di loro, la mobilità interna sarà più ridotta, e così la circolazione di merci e di fattori produttivi, rendendo la diffusione dell’impatto dell’immigrazione sul livello dei salari e quello dell’occupazione attraverso l’effetto spostamento meno efficace. Potremmo aspettarci un impatto negativo maggiore nelle regioni ove i flussi migratori si concentrano.

L’influenza di questo effetto spostamento può variare da un paese all’altro, da un periodo storico all’altro. È il fenomeno che caratterizzò la dinamica migratoria interna verso l’ovest negli Stati Uniti nel XIX secolo dalle regioni atlantiche verso le zone centrali o occidentali del Nord America, sotto la spinta di ondate successive di immigranti che arrivavano nella zona metropolitana di New York e nel Nord Est degli Stati Uniti, motivando residenti di quelle regioni a intraprendere il lungo percorso verso l’ovest americano.[cvi] Studi condotti nelle regioni meridionali del Regno Unito nel periodo tra il 1982 ed il 2000 hanno confermato analogo fenomeno, prendendo la zona metropolitana di Londra come punto di arrivo degli immigranti e punto di partenza di migranti interni verso altre regioni del Regno Unito. 

L’effetto displacement ha un ruolo importante per aumentare la capacità di assorbimento di immigranti nelle aree ove essi si concentrano, mettendo a disposizione dei lavoratori stranieri posti di lavoro in segmenti in precedenza occupati da lavoratori residenti. Questo effetto spostamento non si applica solo ai quadri meno qualificati, ma anche a residenti desiderosi di fare progressi nella scala sociale trasferendosi per effetto del crowding-out prodotto dall’arrivo di immigranti. Essi si sposteranno in regioni ove possono assumere mansioni più elevate, evitando strozzature dovute a raggiunti livelli di saturazione nella capacità di assorbimento occupazionale nelle zone di partenza, come effetto di immigrazione in certi segmenti. Questa capacità di assorbimento dipende non solo dalle condizioni di offerta del lavoro, ma anche dalla dotazione e dalla crescita di capitale e tecnologia, dalle prospettive di crescita dei mercati dei prodotti della regione, e dalla modificazione sociologica della società (l’invecchiamento della popolazione crea nuova domanda d’immigranti).

  1. Deregolamentazione del mercato del lavoro ed immigrazione

La valutazione del costo dell’immigrazione in termini di impatto sull’occupazione e sul livello dei salari dei lavoratori nazionali non può essere completa se non consideriamo anche la tematica della flessibilità del mercato del lavoro, che è stata oggetto di intense controversie politiche in questi ultimi decenni, anche indipendentemente dal fenomeno migratorio. Questa flessibilità ha molta rilevanza nel facilitare od ostacolare i meccanismi di determinazione dei livelli salariali, e nel definire le modalità di reclutamento dei lavoratori e sulla c.d. mobilità del lavoro, cioè la facilità con cui le imprese possono licenziare e assumere lavoratori, sia nazionali che stranieri.

Una serie di aspetti istituzionali limita questa flessibilità: il livello medio dell’istruzione raggiunto dai lavoratori nazionali, il loro grado di sindacalizzazione nei singoli comparti lavorativi, la forza relativa dei sindacati, l’esistenza di una legislazione sul salario minimo legale, normativa che regola il reclutamento e la cessazione del rapporto contrattuale con il lavoratore, e la diffusione e ampiezza di misure tipiche dello stato del benessere (welfare state). Questi aspetti possono essere elementi di rigidità nel mercato del lavoro, e rappresentare un ostacolo all’assorbimento dei nuovi immigranti. Una maggiore flessibilità, invece, ne favorisce l’impiego, ma può comportare un maggiore impatto negativo dell’immigrazione sui salari nazionali e sui livelli di occupazione, anche se questo impatto – come gli studi empirici hanno ampiamente dimostrato –potrebbe essere globalmente limitato.

Le trasformazioni strutturali ricordate nella Sezione 3 hanno spesso richiesto riforme per garantire maggiore flessibilità operativa per fronteggiare le sfide della globalizzazione e della concorrenza internazionale, specialmente in alcuni comparti soggetti a continue espansioni e contrazioni. Questa flessibilità è stata interpretata in termini di mobilità della forza lavoro (sia nazionale che internazionale). Assistiamo ad un processo di trasformazione, parallelo alla globalizzazione delle economie, noto come “transizione verso la mobilità” (mobility transition), che ha portato ad un’espansione della mobilità individuale dei lavoratori, sia nazionali che stranieri, mentre la domanda di lavoro subisce una crescente segmentazione.[cvii] L’immigrazione è strumentale per raggiungere tale flessibilità.[cviii] 

Questo processo ha subìto alterne vicende negli ultimi settant’anni. Nella fase espansiva dell’economia mondiale che seguì la seconda guerra mondiale fino al 1973,  lo sviluppo, specialmente nell’Europa occidentale, percorse un tragitto delineato dalla ricostruzione post-bellica, rafforzando un’industria manufatturiera fortemente debilitata dal conflitto mondiale (e che era stata condizionata in precedenza dalle esigenze dello sforzo bellico), recuperando ritmi produttivi – grazie alla disponibilità di manodopera nazionale qualificata – raggiungendo alti livelli di crescita e di investimenti produttivi.  Tuttavia, sin d’allora, l’insufficienza dell’offerta di lavoro nazionale aveva dimostrato di essere un ostacolo alla crescita economica (specialmente nell’Europa centrale e nord-occidentale), ostacolo che fu superato – per lo meno in parte – grazie al contributo dell’immigrazione: gli immigranti trovarono lavoro nelle grandi fabbriche dei vari settori manufatturieri, nei cantieri edili, nel terziario per servizi pesanti, ma anche nel settore agricolo (particolarmente negli Stati Uniti) e nelle miniere dell’Europa centrale e nord-occidentale. Sin da allora, l’immigrazione delle donne agevolò l’impiego di operaie straniere in fabbriche del settore tessile, dell’abbigliamento e dell’alimentare, nonché nei servizi domestici e nel settore sanitario.  Gli immigranti provenivano in gran maggioranza da paesi geograficamente vicini a quelli di destinazione (dall’America Latina verso gli Stati Uniti, e dall’Europa meridionale verso l’Europa centrale e settentrionale), o da ex colonie per i paesi con passato coloniale.  Frequente fu l’uso di schemi d’immigrazione temporanea per la loro flessibilità.[cix]  Ma negli anni che seguirono la crisi petrolifera degli anni ‘70 e ‘80, l’immigrazione interagì con le trasformazione strutturali di quegli anni, che portarono alla “deregolamentazione del mercato del lavoro” per garantire maggiore flessibilità dei sistemi produttivi di fronte alla globalizzazione, e alla diffusione di catene globali di produzione industriale, con processi produttivi parcellizzati fra paesi diversi ma collegati tra di loro. Quella deregolamentazione ha accompagnato ristrutturazioni aziendali, specialmente nei settori ad alta intensità di lavoro, ove elevati costi salariali non erano più sostenibili, e si è assistito ad una pressione crescente per ridurre il livello dei salari offerti per mantenere margini di competitività, garantendo adattabilità dei livelli produttivi a prezzi competitivi, e maggiore libertà per ridurre l’occupazione nelle singole aziende.[cx] In conseguenza di quelle riforme, molti lavoratori dipendenti (sia nazionali che immigranti) persero lo stato di “lavoratori dipendenti regolari”, furono messi in esubero, per vedersi offrire posizioni precarie ed insicure, con il rischio di perdere il proprio lavoro.  Il valore del lavoro utilizzato nei settori maturi subì una graduale erosione, specialmente per mansioni considerate obsolete, accompagnandosi alla parallela intensificazione dell’instabilità dei rapporti lavorativi. 

Il nuovo millennio, iniziato con spinte espansive seguite dalla battuta di arresto del 2008, [cxi] ha continuato in questa evoluzione, imperniata sulla deregolamentazione del mercato del lavoro. Per proteggersi dalle sfide provenienti da un mondo globalizzato, molte imprese dei paesi ad economia avanzata si sono viste obbligate a introdurre riforme sull’onda delle politiche neo-liberistiche lanciate sistematicamente sin dagli anni ’70, con ripercussioni significative sui livelli salariali, sui benefici complementari e sui rapporti contrattuali con i lavoratori, spesso rinegoziati favorendo lo spacchettamento dei contratti tradizionali di lavoro dipendente in una varietà di formule contrattuali che hanno favorito la riduzione del costo del lavoro e la precarietà del rapporto. Contratti collettivi di lavoro dipendente di lungo periodo e protezioni pubbliche dei diritti dei lavoratori sono stati sostituiti da contratti aziendali, favorendo rapporti precari di breve periodo, o contratti di lavoro autonomo (independent contractors), lavoro a cottimo, apprendistato precario, con minimi obblighi assistenziali, con possibile peggioramento del trattamento salariale, favorendo la possibilità di espellere lavoratori considerati in esubero, superando eventuali ostacoli normativi (come il famoso art.18 dello Statuto dei Lavoratori in Italia).  Regimi di tutela dei lavoratori nazionali che garantivano sicurezza e stabilità nei rapporti di lavoro (politiche di welfare) sono stati così sostituiti con sistemi più “flessibili” che permettono l’adattabilità alle congiunture più diverse. Quando la delocalizzazione in paesi a bassi costi salariali non è stata utilizzata per ridurre i costi di lavoro, è stato il ricorso al subappalto ad imprese di più modeste dimensioni o al lavoro a domicilio a garantire l’adattamento flessibile alla concorrenza internazionale,[cxii] al fine di mantenere in vita attività produttive considerate altrimenti insostenibili a causa della struttura e dei livelli dei costi di produzione.[cxiii]

Questa deregolamentazione ha influito profondamente sul modo in cui gli immigranti interagiscono con i vari segmenti lavorativi, permettendo di fronteggiare fasi recessive con programmi di riduzione del personale, licenziando più facilmente lavoratori stranieri di quanto non fosse possibile in precedenza, ma ha permettendo di ricorrere ad un uso più intensivo di maestranze straniere per fronteggiare crisi aziendali, impiegando immigrati in sostituzione dei lavoratori nazionali.  Immigranti, che fino agli anni ’70 erano assorbiti anche dal settore manufatturiero come lavoratori dipendenti, passarono a posti sempre più precari o spesso divennero lavoratori autonomi.  Sempre più diffuso è l’uso di rapporti informali di lavoro quando si reclutano immigranti (specialmente quelli irregolari). 

La deregolamentazione ha facilitato l’assorbimento di personale straniero, riducendo i requisiti formali per offrire lavoro agli immigranti, ma ha anche peggiorato le condizioni offerte ai lavoratori, sia nazionali che stranieri, riducendo la protezione dei loro diritti come lavoratori relativamente alla sicurezza del posto di lavoro, alla stabilità dei livelli salariali e del loro potere di acquisto, alla durata della giornata lavorativa, alle condizioni ambientali in cui il lavoro viene prestato, e altri benefici ausiliari. In alcuni segmenti, la disponibilità di immigranti irregolari ha permesso di applicare salari inferiori a quelli minimi, eludendo eventuali requisiti legislativi (se esistono).  Il ricorso sempre più frequente all’uso di contratti di lavoro autonomo per immigranti si è tradotto nello sviluppo diffuso di forme nuove con cui gli immigranti hanno organizzato la fornitura dei propri servizi lavorativi, creando piccole aziende o costituendo cooperative in alcuni paesi per fornire servizi in sub-appalto nel settore edile o architettonico, nel disegno grafico, nel piccolo commercio, nella gestione di servizi di taxi,[cxiv] o per la fornitura di altri servizi (pulizie, riparazioni, lavori di manutenzione abitativa o di natura edilizia, mantenimento dei giardini). Questo fenomeno ha coinciso anche con il coinvolgimento crescente degli immigranti nella promozione di piccole imprese, specialmente nel commercio al minuto (il negozietto all’angolo) o in altri servizi come agenzie di trasferimenti finanziari o punti di accesso a Internet, lì ove piccoli operatori nazionali non sono in grado di mantenere analoghe attività in modo efficiente o sono stati finora assenti.

La sostituzione di lavoratori nazionali con migranti è stata favorita dalla deregolamentazione del mercato del lavoro.  Quanto maggiori sono le rigidità istituzionali che proteggono i lavoratori nazionali, tanto più difficile è per i lavoratori stranieri occupare posizioni vacanti e alterarne le condizioni lavorative. Paesi che offrono maggiori benefici ai lavoratori nazionali (come molti paesi europei) – che prevedono assistenza alla formazione professionale, protezione infortunistica, assistenza sanitaria, pensioni sociali e di anzianità, sussidi per i disoccupati, assistenza alle famiglie, aiuti alimentari, sussidi scolastici, assistenza abitativa – spesso impongono discriminazioni agli immigranti, rendendone più difficile l’accesso a posizioni regolari e ostacolandone l’integrazione nel tessuto nazionale, riservando benefici ai residenti regolari di lungo periodo o, a volte, solo ai cittadini. Paesi che non offrono molte protezioni ai lavoratori nazionali, grazie all’applicazione più amplia della deregolamentazione possono più facilmente aprirsi all’assorbimento di lavoratori stranieri, anche se questi non hanno accesso alla protezione dei propri diritti come lavoratori, ma questo vale, in qualche misura, anche per i residenti o per i cittadini.

Nel primo tipo di paesi, il tasso di disoccupazione dei lavoratori nazionali tenderà ad essere molto più basso di quello degli immigranti, perché i quadri nazionali saranno più protetti, mentre per il secondo gruppo di paesi questa differenza si attenua, salvo che per altre condizioni che favoriscono la differenziazione. Nei paesi ad alta regolamentazione, l’accesso dei lavoratori stranieri ad un’occupazione formale con tutti i benefici che ne derivano sarà più difficile, ma coloro che vi accederanno avranno salari più elevati, e godranno di benefici sussidiari significativi, anche se i salari potranno non crescere a ritmi elevati nel tempo, essendo i salari determinati da meccanismi più rigidi. In compenso, gli immigranti che non riusciranno ad accedere al mercato formale del lavoro saranno obbligati a parcheggiare nel mercato sommerso del lavoro, non protetto, in cui i salari saranno determinati in modo estremamente flessibile (probabilmente con tendenza a stabilizzarsi a livelli più bassi dei salari nazionali), non tutelati da alcuna protezione legislativa o sindacale. Nei paesi meno regolamentati, invece, la struttura salariale sarà molto più flessibile, anche se la segmentazione del mercato del lavoro determinerà differenze notevoli da un segmento all’altro. Per gli immigranti sarà più facile accedere ad un lavoro formale, se sono immigranti regolari, anche se il livello dei salari iniziali potrebbe essere relativamente più basso, con benefici sociali più modesti (come per i lavoratori nazionali), ma i salari potrebbero crescere più rapidamente nel tempo, se le condizioni dell’economia lo permetteranno.[cxv]

La deregolamentazione del mercato del lavoro ha acuito la concorrenza tra quadri nazionali e lavoratori immigrati in termini di sostituzione di un gruppo rispetto all’altro, ed è stata la premessa per moltiplicare situazioni di sfruttamento del lavoro sia nazionale che straniero, favorendo l’adozione di pratiche discriminatorie (discriminazione etnica, di genere, di nazionalità, o altri criteri) che, se applicate agli immigranti, implicano il consolidamento di processi di emarginazione e di esclusione sociale dei lavoratori stranieri, anche se fenomeni di marginalizzazione non interessano solo gli immigranti ma anche gruppi sociali nazionali, specialmente se appartenenti a minoranze o a classi sociali particolarmente disagiate.

Le politiche governative a favore della deregolamentazione sembrano contraddire le politiche migratorie, [cxvi] fin qui dominate dal contenimento dell’immigrazione come modo per tutelare le classi lavoratrici, specialmente le più povere. Infatti, la deregolamentazione ha danneggiato particolarmente le condizioni salariali e occupazionali dei lavoratori nazionali, ben più che qualsiasi presunta concorrenza sleale esercitata dagli immigranti. Eppure, è proprio la deregolamentazione del mercato del lavoro che apre le porte ad un uso più intensivo dei lavoratori stranieri, ponendo l’enfasi sulla flessibilità del mercato del lavoro e sul libero funzionamento del meccanismo di offerta e domanda del lavoro. La protezione dei diritti dei lavoratori nazionali a danno dei diritti dei lavoratori stranieri rappresenta un dilemma non risolto, anche perché lasciato alla contrapposizione tra politica di respingimento dell’immigrazione e politiche di accoglienza.  Se la politica di protezione dei diritti dei lavoratori fosse estesa ad ambedue i gruppi di lavoratori, nazionali e stranieri, l’influenza della deregolamentazione del mercato del lavoro potrebbe essere sostituita da una regolamentazione diversa dell’impiego di lavoratori stranieri, attraverso misure volte a massimizzare il benessere economico e sociale del paese d’immigrazione in una sintesi coerente che superi queste posizioni contrapposte, esaltando la complementarietà dei servizi lavorativi dei lavoratori nazionali e stranieri, e risolvendo i possibili conflitti legati ai casi in cui la sostituzione tra quadri nazionali e immigranti crei evidenti conflitti attraverso misure di politica economica e sociale che minimizzino gli attriti tra i due gruppi di lavoratori, ma tengano anche conto della domanda pressante di servizi lavorativi d’importanza prioritaria per la società del paese ospitante, che giustificano il ricorso all’immigrazione.

  1. La struttura dei lavoratori immigrati in Italia

Le implicazioni di questa nostra analisi per l’Italia deve tener conto che per il nostro paese l’immigrazione di massa dal mondo in via di sviluppo è un fenomeno relativamente recente, che risale solo a partire dagli anni ’80 (i dati anagrafici sull’immigrazione sono disponibili solo a partire dal 1987), mentre l’Italia era considerato tradizionalmente un paese di emigranti.  Attualmente il nostro paese condivide, per lo meno in parte, molte delle problematiche migratorie che si applicano ad altre economiche avanzate, con cui compartiamo molte caratteristiche strutturali, specialmente per le pressioni dei processi di globalizzazione, anche se l’economia italiana si trova ad affrontare particolari situazioni, con profonde sfide che ne ostacolano la crescita e che rendono la problematica migratoria in parte diversa. Anche l’Italia ha subìto le ristrutturazioni produttive che hanno modificato il ruolo svolto da molti settori manifatturieri tradizionali. Disoccupazione tecnologica, collegata anche alla robotizzazione e all’espulsione di molte maestranze tecniche, è stata concomitante con la delocalizzazione di molte attività manifatturiere verso economie a più bassi costi salariali, colpendo in particolare i lavoratori in età più avanzata, difficilmente riassorbibili nel mercato del lavoro, con ripercussioni solo in parte attenuate dal frequente uso della Cassa Integrazione. Tali ristrutturazioni sono state addotte come giustificazioni per intensificare l’introduzione di flessibilità nel sistema economico attraverso riforme del sistema di welfare occupazionale raggiunto negli anni ‘70.  Allo stesso tempo, il nostro paese si confronta con enorme difficoltà a contenere il disavanzo fiscale e l’indebitamento pubblico, che è tra i più alti (in proporzione al reddito nazionale) tra le economie moderne, con un’amministrazione pubblica ancora molto inefficiente, fattori questi che hanno spesso vanificato l’efficacia delle politiche sociali, con conseguenze significative sul modo in cui vasti strati della popolazione usufruiscono di molti servizi sociali. 

Queste problematiche, congiuntamente agli alti livelli di disoccupazione (specialmente giovanile) e a enormi disuguaglianze economiche, sono sintomi di squilibri cronici della nostra società, costituendo costrizioni per affrontare le sfide dell’evoluzione post-industriale, con cui l’Italia, come le altre economie moderne, si confronta: la fragilità della nostra economia dipende dalla carenza di investimenti produttivi e di investimenti pubblici, la sua limitata capacità ad affrontare le sfide ecologiche e tecnologiche del mondo odierno, l’insufficienza della domanda aggregata, oltre ai citati vincoli finanziari legati all’indebitamento pubblico. Il mercato italiano del lavoro non è stato in grado di reagire a stimoli positivi per assorbire le enormi sacche di disoccupazione (particolarmente quella giovanile), nonostante l’adozione di varie riforme volte a introdurre forme più flessibili di contrattazione lavorativa, in un quadro prevalente di deregolamentazione dei rapporti con i lavoratori, che si è accompagnato ad un rallentamento della crescita dei salari e all’ampliamento del divario di reddito e di ricchezza tra classi sociali.  In queste condizioni, l’Italia non è riuscita a superare lo shock della crisi economica del 2008. La diffusa disoccupazione giovanile continua a rappresentare un problema cruciale in Italia e si accompagna al prolungamento del periodo di formazione scolastica e alla precarizzazione crescente delle condizioni di lavoro per chi si affaccia al mercato del lavoro.

Il ruolo dell’immigrazione nel sistema economico italiano in questo contesto non può perciò essere che molto complesso. In presenza di grandi riserve di disoccupati, l’economia non attinge all’immigrazione per risolvere i suoi squilibri congiunturali, per cui l’immigrazione non ha svolto (nella sua globalità) il ruolo di ammortizzatore economico che svolge in altri grandi paesi d’immigrazione, potendo l’Italia ricorrere in misura ragguardevole alle maestranze nazionali già disponibili per affrontare squilibri congiunturali. Ma ci sono tuttavia eccezioni a questa osservazione, con riferimento a segmenti specifici. 

In particolare, l’agricoltura, specialmente nel nostro meridione, ha risentito in modo cronico della carenza di braccianti per le operazioni più faticose, come la raccolta, ed ha ampliamente utilizzato lavoratori stagionali provenienti dal nord Africa (specialmente tunisini) ma anche da altri paesi africani. Gli addetti stranieri rappresentano il 18% dell’occupazione del settore. L’assorbimento di immigranti nel settore agricolo riflette gli andamenti legati ai ritmi produttivi dei singoli comparti.  Nel periodo 2005-2017 gli addetti italiani in agricoltura sono diminuiti di 171.000 unità, solo in parte compensati dall’arrivo di 95.000 immigranti impiegati nel settore, sottolineando che ci troviamo di fronte ad un esodo costante di braccianti nazionali dall’agricoltura italiana, solo in parte compensato dall’impiego di stranieri, mentre lo sviluppo tecnico del settore può aver giustificato un uso meno intensivo del lavoro.[cxvii] Questo fenomeno si è intensificato negli anni ’80 e ’90. Tuttavia, non possiamo parlare di concorrenza sleale da parte degli immigranti a danno dei braccianti agricoli italiani, visto che sono i contadini italiani che sono in fuga da quel settore, per i motivi più complessi, e di certo non a causa dell’arrivo degli immigranti. Semmai, l’arrivo di questi ultimi è stato l’unico modo per permettere a molte aziende agricole di mantenere in vita certe produzioni, che richiedono funzioni manuali, particolarmente gravose sul piano fisico, che sono indispensabili in quei comparti. Si tratta di mansioni che in passato venivano svolte dai nostri contadini.  Il ricorso al lavoro immigrato è spesso l’unica soluzione per non chiudere certe produzioni agricole.   L’impiego di lavoratori stranieri in agricoltura, tuttavia, ha dato luogo anche a forme di sfruttamento con gravi violazioni dei diritti umani, visto il ricorso frequente al sistema del caporalato, come riscontrato con testimonianze che hanno rivelato condizioni scandalose in cui spesso i lavoratori immigrati versano in alcune aziende agricole, con paghe irrisorie.

Anche il settore industriale ha visto l’uso di lavoratori stranieri ma non in misura preponderante. Non possiamo dire che l’immigrazione abbia svolto una funzione cruciale per garantire flessibilità al settore industriale come in altri paesi europei.  Il settore manifatturiero italiano ha subìto le stesse crisi strutturali viste in altri paesi di vecchia industrializzazione e ha cercato di contenere il costo del lavoro per garantirne la competitività ricorrendo agli espedienti volti ad acquisire maggiore flessibilità nel mercato del lavoro.[cxviii] Ma in una situazione di crisi del settore industriale, il settore lavorativo che più ha risentito delle variazioni congiunturali è stato quello della manodopera nazionale, con modesto coinvolgimento dei lavoratori stranieri. Tuttavia, le fabbriche italiane in lotta per mantenere certe produzioni nazionali hanno fatto uso anche di maestranze dall’estero, cercando negli immigranti un sollievo alle loro costrizioni. Nel periodo 2005-2017, l’industria italiana ha visto l’ingresso di 113.000 operai stranieri, il cui ruolo, tuttavia, non è paragonabile a quanto avviene in altri paesi europei, ove l’assorbimento di lavoratori stranieri è stato fondamentale per dare flessibilità al sistema industriale nelle fasi di crescita (vedi il caso della Germania). Infatti, solo il 9,4% degli addetti nel settore manufatturiero sono lavoratori stranieri, e molti di loro non provengono da paesi in via di sviluppo ma dall’est europeo. In Italia, tuttavia, è da segnalare la presenza significativa di immigranti irregolari nel lavoro sommerso del tessile e dell’abbigliamento, fenomeno che può sfuggire alle statistiche ufficiali, per l’intenso uso di lavoratori stranieri non registrati. Tuttavia, non possiamo ignorare il fenomeno degli sweatshops, ove prevale la mancanza di misure di sicurezza, e che occasionalmente sono apparsi sulle pagine della cronaca, spesso a causa degli scandalosi trattamenti degli operai stranieri impiegati, per lo più clandestinamente, in condizioni che violano i fondamentali diritti umani, con orari di lavoro estenuanti e condizioni di vita che appaiono simili al lavoro forzato e a forme moderne di schiavitù.

Anche il settore delle costruzioni mostra una significativa presenza di addetti stranieri nell’occupazione nazionale (16,9% dell’occupazione settoriale nell’edilizia). Si tratta di un comparto particolarmente sensibile alla congiuntura economica, vista la crisi persistente negli investimenti privati e pubblici, sia produttivi che infrastrutturali. Assistiamo pertanto ad una riduzione significativa dell’occupazione di addetti italiani nell’edilizia di ben 558.000 persone nel periodo 2005-2017, cui corrisponde un aumento dell’occupazione di nuovi addetti immigrati (51.000 persone), che sono spesso a più basso costo rispetto alle maestranze locali. Ma la sostituzione di quadri nazionali con quelli stranieri nell’edilizia è solamente parziale: riguarda solamente un decimo degli addetti e riflette tentativi delle imprese costruttrici di resistere alla riduzione di commesse, dovuta al crollo degli appalti, ricorrendo a personale a salario più basso. Si tratta, però, di posizioni lavorative molto instabili, che possono essere messe in esubero in qualsiasi momento. Esiste una competitività tra gli addetti stranieri e nazionali operanti nel settore edile, ma la dimensione ridotta dei nuovi addetti stranieri entrati nel comparto rispetto agli esodi di quadri nazionali illustra che il loro deflusso non dipende dalla concorrenza degli immigranti. 

Questo ci porta ad un’altra considerazione: diversamente da quanto avviene nei grandi paesi d’immigrazione, l’assorbimento degli immigranti in Italia non dipende dall’andamento dell’economia. Ci troviamo di fronte ad una intensa domanda di immigranti provengono dai paesi in via di sviluppo, ma anche dall’est europeo, assorbiti particolarmente nel terziario, che è relativamente autonoma dall’andamento dell’economia. Si tratta di domanda nei segmenti riguardanti l’assistenza alle famiglie (lavoro domestico come colf o come badanti), nella fornitura di altri servizi, e nelle attività legate al trasporto e al magazzinaggio, ove spesso incombenze più pesanti sono state riservate ad immigranti di sesso maschile, e nel commercio, ove la presenza di personale straniero è considerevole.  Questa domanda di immigranti è in funzione delle trasformazioni strutturali del paese e della sua crescente terziarizzazione, indipendentemente dall’andamento del PIL.  Tra queste attività, emerge il segmento dei servizi per le famiglie. La maggioranza (51,1%)[cxix] degli addetti è rappresentata da personale straniero, mostrando un assorbimento di 382.000 nuovi addetti stranieri tra il 2005 ed il 2017, rispetto a 14.000 nuovi addetti nativi. A questo segmento si aggiungono gli altri servizi pubblici, i servizi sociali e altri servizi alle persone, in cui gli addetti stranieri rappresentano il 9,4% dell’occupazione totale del comparto.  Pur essendo quest’ultima percentuale non elevatissima, rispetto ai servizi di assistenza alle famiglie, il numero di addetti italiani impiegati nel comparto si è ridotto di 66.000 persone nel periodo 2005-2017, mentre vi è stato un aumento di 33.000 tra gli immigranti, riflettendo una tendenza generale dei lavoratori italiani ad abbandonare questo comparto, mentre gli immigranti tendono a convergervi. La natura composita di questo comparto non permette, però, di arrivare a conclusioni più precise. Siamo comunque di fronte ad una riduzione dell’occupazione di italiani in questi servizi, che fa presagire un aumento di domanda per immigranti.

Nell’assistenza domestica alle famiglie, che include le colf e le badanti, vi è una domanda in continuo aumento, nonostante un relativo calo della domanda di colf, cui corrisponde un’intensificazione della richiesta di badanti, con un aumento complessivo dell’impiego di stranieri (in prevalenza donne).[cxx] Il fenomeno delle badanti straniere è tipico del nostro paese ed è molto diffuso, vista la scarsità del personale italiano per tale professione.  Si tratta di una soluzione ad esigenze impellenti di una popolazione in rapido invecchiamento, che richiede un’assistenza crescente a chi ha raggiunto un’età avanzata o è affetto da infermità croniche e gravi che richiedono cure continue.[cxxi] Tradizionalmente quell’assistenza è stato offerta in Italia dai familiari, ma l’allungamento della speranza di vita e la riduzione del numero di casalinghe corrispondente all’aumento della loro partecipazione alla popolazione attiva, hanno reso sempre più difficile soddisfare questa necessità ricorrendo al sostegno esclusivo dei membri della famiglia. Inoltre, le carenze delle strutture sanitarie pubbliche e private per ottenere questo tipo di servizi, anche a causa dell’insufficienza dei fondi pubblici, rende impossibile adottare le soluzioni in uso in altri paesi ad economia avanzata. II ricorso alle badanti straniere è divenuta la soluzione. La maggioranza delle badanti proviene dall’est europeo (specialmente dall’Ucraina), ma un numero significativo proviene anche da alcuni paesi in via di sviluppo.[cxxii]

Nel comparto della ristorazione e degli alberghi, i lavoratori stranieri rappresentano il 18,8% degli addetti, una percentuale significativa, anche se non raggiunge le vette di certe zone metropolitane di altri paesi ad elevata immigrazione, con una dinamica crescente nel periodo 2005-2017, sia per la manodopera nazionale che per quella straniera. Si tratta di un comparto ad alta intensità di lavoro, che si espande anche in assenza di una crescita economica generalizzata.[cxxiii]  Analoga dinamica è stata riscontrata nel settore del trasporto e del magazzinaggio, in cui gli addetti stranieri rappresentano l’11,4% dell’occupazione totale.[cxxiv]  Sia il segmento della ristorazione e alberghiero che quello del trasporto e del magazzinaggio confermano che la presenza significativa dell’occupazione di immigranti non è esclusiva, con un crescita dell’occupazione per ambedue i gruppi di lavoratori.  È probabile che in questi segmenti prevalga la complementarietà tra immigranti e quadri nazionali rispetto ad un rapporto basato sulla sostituibilità, anche se sarebbe necessario di dati più specifici per confermarlo.

Le mansioni richieste in tutti i segmenti relativi ai servizi in cui vengono impiegati immigranti non richiedono alte qualificazioni (basta pensare a posizioni quali quella di cameriere, barista, facchino, aiutante di cucina, addetto alla pulizia), quindi non parliamo dei servizi ad alto contenuto tecnico: si tratta di comparti spesso abbandonati dal personale italiano perché comportano mansioni troppo gravose, o poco promettenti, che offrono remunerazioni relativamente modeste, tutti disincentivi che non attraggono i lavoratori italiani, nonostante gli elevati tassi di disoccupazione. Trovare facchini per un’impresa di traslochi non è facile e si ricorre a manovalanza straniera.  Le conoscenze multilinguistiche di alcuni lavoratori stranieri possono averli favoriti nel settore alberghiero e della ristorazione.  Ma in ogni segmento esistono anche diversificazioni di mansioni e di livelli di responsabilità che spiegano la coesistenza di maestranze nazionali e straniere negli stessi comparti.

Infine, gli immigranti svolgono un ruolo non secondario nel commercio al minuto, rappresentando circa l’8% degli addetti del settore commerciale, che ha visto una riduzione massiccia dell’occupazione nazionale nel corso del periodo 2005-2017, stimata pari a 306.000 persone tra gli addetti nazionali, cui corrisponde un ingresso impressionante di 149.000 addetti attinti dalle fila degli immigranti. L’ingresso degli immigranti è in controtendenza rispetto all’esodo dei nazionali, un effetto che non riflette le congiunture negative del comparto, afflitto dalla crisi di piccole aziende a conduzione familiare di fronte alla dilagante espansione delle catene di supermercati e di negozi appartenenti a grandi catene internazionali.  È sotto gli occhi di tutti, in Italia, la nascita di piccoli punti di vendita aperti da immigranti, spesso negli stessi luoghi ove gli italiani avevano simili attività o non sono interessati a sviluppare alcuna attività commerciale. Quanti negozietti tradizionali abbassano le saracinesche, quanti banchi di frutta o di fiori nei mercati rionali hanno chiuso i battenti, mentre il commerciante marocchino o bengalese o egiziano apre inaspettatamente un nuovo punto di vendita, cogliendo la prospettiva di uno spiraglio, colmando un vuoto e offrendo un modesto, ma significativo, contributo produttivo, facendo piccoli investimenti ove imprenditori italiani non trovano convenienze, mentre i neo-imprenditori stranieri adottano strategie diverse, grazie ad una diversa struttura di costi e  diversi approcci aziendali.  L’effetto sostitutivo degli immigranti rispetto ai lavoratori italiani in questi comparti non è perfetto: spesso gli stranieri non entrano in concorrenza con i quadri nazionali, ma coprono esigenze non coperte o non più coperte dagli italiani, occupando nicchie praticamente abbandonate o trascurate dagli italiani. Sembra prevalere un rapporto di complementarietà, anche se in taluni segmenti vi è una concorrenza intensa. 

La dimensione sostitutiva e complementare dell’immigrazione è particolarmente rilevante se analizziamo l’immigrazione femminile nel settore dell’assistenza domestica alle famiglie, che copre sia le colf che le badanti, che ha un notevole impatto sul lavoro delle donne italiane, specialmente nel comparto delle badanti. Secondo alcuni studi,[cxxv] questo tipo di immigrazione femminile ha un effetto differenziato – a seconda delle regioni – sul tasso di partecipazione delle donne italiane che si trovano a scegliere tra restare in casa, per prestare il servizio che altrimenti sarebbe offerto dalle badanti, svolgendo il ruolo di casalinghe, o entrare nel mercato del lavoro, aggiungendosi alla popolazione attiva. I dati disponibili mostrano che questa immigrazione ha favorito un aumento del tasso di partecipazione attiva delle donne italiane nelle regioni del nord, liberate da incombenze che le trattenevano in casa, senza tuttavia avere alcun effetto sul numero di ore lavorative prestate, permettendo a molte più lavoratrici settentrionali di lavorare fuori di casa, senza aumentarne le ore lavorative. Nelle regioni meridionali e nelle isole, invece, si è verificato l’effetto inverso: l’immigrazione femminile non ha alterato il tasso di partecipazione femminile (il numero di donne che hanno deciso di lavorare fuori casa è rimasto sostanzialmente inalterato), ma è aumentato il numero di ore lavorate. In altre parole, nell’Italia meridionale ed insulare, le casalinghe non si sono sentite incentivate ad abbandonare le loro incombenze domestiche in conseguenza della disponibilità di aiuto domestico da parte delle immigrate, ma coloro che già hanno fatto la scelta di lavorare fuori di casa hanno colto l’offerta delle immigranti per assistenza domestica per assumersi impegni lavorativi più prolungati, allungando la giornata lavorativa, o sostituendo impegni lavorativi a tempo parziale con posizioni a pieno tempo. Infine, nelle regioni centrali, l’immigrazione femminile nel settore dell’assistenza familiare sembra non avere alcun effetto né sul tasso di partecipazione attiva delle donne italiane né sul numero di ore lavorative che esse prestano al di fuori delle pareti domestiche, confermando una completa autonomia del fenomeno migratorio sulle condizioni del mercato del lavoro femminile: non c’è nessun effetto sostitutivo, ma semmai una possibile complementarietà, o più probabilmente completa autonomia tra i due meccanismi.  Quest’analisi conferma la relativa sostituzione dell’immigrazione femminile rispetto al lavoro casalingo valida nelle regioni settentrionali, mentre nelle regioni meridionali ed insulari il rapporto di sostituzione è più debole. Tra le donne italiane che lavorano al di fuori di casa esiste, invece, un rapporto di complementarietà in ambedue le regioni, permettendo le lavoratrici straniere impiegate nell’assistenza alle famiglie una intensificazione del lavoro delle donne italiane fuori di casa, anche se questa intensificazione si manifesta in modo diverso nelle due regioni. La realtà delle regioni del centro invece, sottolineando la completa autonomia tra l’immigrazione femminile ed il ruolo della donna nel mondo del lavoro sottolinea un diverso ruolo della donna nel mercato del lavoro in quelle regioni, probabilmente legato ad altri fattori (ad esempio, l’accesso al mercato del lavoro, ruolo del settore pubblico nell’occupazione femminile, specialmente nella zona metropolitana di Roma).  Anche se queste considerazioni non ci permettono di fare alcun commento definitivo sull’interazione dell’immigrazione in Italia con i livelli salariali e i livelli della disoccupazione nazionale, non sembra che l’immigrazione abbia alterato la struttura dell’occupazione italiana o il numero di ore lavorate dai nostri quadri nazionali in molti comparti, concentrandosi in alcuni comparti abbandonati dai lavoratori italiani. Semmai l’esempio delle badanti suggerisce un rapporto di complementarietà tra le donne italiane lavoratrici e le straniere reclutate come badanti.

Confermiamo, perciò, che in Italia l’immigrazione non si manifesta come una interazione con i processi di crescita economica, ma – visto l’accento dato ai servizi – corrisponde ad una domanda di lavoro in importanti nicchie. Ne deriva che il ruolo del lavoro immigrato nel nostro paese è tutto sommato ambiguo. Più chiaro è quello nel settore agricolo, anche se solleva obiezioni sulle modalità con cui è portato avanti. È chiaro nei comparti abbandonati o ignorati dai lavoratori nazionali, ove gli immigranti si sono concentrati. Ma gli alti tassi di disoccupazione che affliggono l’economia nazionale hanno anche avuto un’influenza negativa sulle condizioni di accoglienza degli immigranti, specialmente per i nuovi arrivati, che trovano enormi difficoltà a trovare lavoro, anche se queste difficoltà sono parzialmente attenuate dalla sottoccupazione di lavoratori stranieri o dal loro impiego nel mercato sommerso, in attività a volte represse dalle forze dell’ordine (per esempio, i venditori ambulanti).  Non ci sembra, però, che nella maggioranza delle circostanze si possa riscontrare un impatto sostitutivo o concorrenziale tra immigranti e lavoratori nazionali.

Possiamo infine chiederci se l’immigrazione costituisca una minaccia all’occupazione giovanile in Italia, visto che sia i giovani italiani che i nuovi immigranti si affacciano sul mercato del lavoro ambendo ad un primo posto di lavoro, ambedue disposti a lavorare per una bassa remunerazione (il salario di entrata).  Al di là delle apparenti somiglianze, però, il caso italiano esemplifica in modo efficace la segmentazione del mercato del lavoro e la forte separazione tra segmenti che interessano gli immigranti e quelli che riguardano i lavoratori italiani.  La disoccupazione giovanile in Italia non è il prodotto dell’immigrazione, ma è legata alla storia del nostro paese e all’evoluzione della sua economia, con un mercato del lavoro vulnerabile alle sue ripetute congiunture negative, alla fragilità della sua struttura economica e ai problemi della pubblica amministrazione. [cxxvi] La realtà è che i processi migratori in Italia vanno messi a confronto con un mercato del lavoro frammentario e precario, che tende semmai ad alimentare una emigrazione verso altre economie sviluppate a crescita più solida, sia degli immigranti temporaneamente arrivati in Italia che di molti italiani che godono di elevata qualifica professionale, che aspirano a migliori offerte di lavoro e prospettive di crescita professionale di lungo periodo, e che hanno alimentato un flusso significato di emigrazione di neo-laureati dall’Italia, che di certo non è effetto dell’immigrazione. 

Gli immigranti che scelgono di recarsi in Italia si trovano di fronte ad un paese con profondi squilibri, instabilità politica e debole governance che ostacolano la ripresa economica, congelata ormai da anni, ed il rilancio dinamico dell’occupazione. L’immigrazione verso l’Italia non è il risultato di un’accelerazione economica e conseguente forte domanda di lavoro estero, come avviene in altri paesi, ma risponde alla necessità di occupare segmenti ove l’offerta di lavoratori italiani si è dimostrata particolarmente insufficiente. Si tratta di una immigrazione che approfitta delle contraddizioni interne del nostro paese e dei suoi squilibri settoriali.  Questo spiega la sua concentrazione in settori quali la prestazione di servizi per le famiglie (colf e badanti), che accoglie oltre 2 milioni di lavoratori stranieri, in prevalenza donne, di cui 865.000 sono immigranti regolari, in aggiunta ad altri settori come la ristorazione e quello alberghiero, l’agricoltura e l’edilizia, in cui la presenza di lavoratori stranieri è significativa, nonché settori come il trasporto e il magazzinaggio (ove la manovalanza generica trova ampio spazio), il commercio (specialmente al minuto), e altri servizi, come sopra illustrato.

Nonostante l’attenzione dei media sull’immigrazione di provenienza africana, i grandi flussi migratori verso l’Italia provengono in modo dominante dall’est europeo. Ovviamente significativi sono i flussi anche dall’Africa e da alcuni paesi asiatici (Bangladesh, Pakistan, Afganistan, e Filippine, ma anche dalla Cina), ma non sono preponderanti:[cxxvii] eppure, l’allarme maggiore dell’opposizione all’immigrazione riguarda questi flussi minori. Molti immigranti da paesi in via di sviluppo provengono dal Nord Africa: per loro è più facile considerare l’Italia come un punto geograficamente vicino e, per alcuni di essi, si applica il processo di migrazione circolare, con frequenti ritorni in patria, seguiti da successiva immigrazione in Italia. Per molti di loro, la disponibilità di uno sbocco lavorativo, anche in forma di lavoro autonomo o imprenditoriale, è condizione essenziale per giustificarne la permanenza in Italia.  Molti immigranti nord-africani lavorano anche nel settore agricolo come braccianti, spesso stagionali, cui si aggiungono maestranze dall’Africa sub-sahariana, per i quali vale la prossimità geografica.

Mentre la struttura per età degli immigranti africani (ma in qualche misura anche quelli asiatici) privilegia persone in età giovanile, gli immigranti dall’est europeo vedono una percentuale significativa di immigranti ultra-quarantenni.[cxxviii] Negli ultimi quarant’anni flussi migratori hanno profondamente trasformato la composizione demografica dell’Italia, che è divenuta un paese multietnico e multiculturale,[cxxix] ove flussi di immigranti di origine molto diversa si aggiungono al blocco maggioritario della popolazione residente, in accelerato invecchiamento.  Il contributo dell’immigrazione alla crescita demografica del nostro paese non può essere ignorato, ma di questo parlerò nella Sezione che segue.

Una caratteristica peculiare dell’immigrazione nel nostro paese è che l’Italia, per la sua posizione geografica, è un naturale punto di accesso all’Unione Europea per immigranti provenienti dall’Africa del nord e dal Medio Oriente (anche se originari da paesi ancora più lontano), ma non necessariamente l’Italia è la loro destinazione finale. Tuttavia, al loro arrivo, molti verificheranno se ci sono le condizioni per trovare un posto di lavoro. Spesso delusi, viste le condizioni del nostro mercato del lavoro, cercano di emigrare in un altro stato europeo, anche se le difficoltà che si oppongono a questa opzione sono enormi. In tal caso ripiegheranno verso ciò che l’Italia può offrire, visto che per lo più non intendono tornare in patria. Ciò nonostante, la destinazione primaria continua ad essere un altro paese europeo, quali Francia, Germania, Paesi Bassi, Regno Unito, o uno dei paesi scandinavi, per le prospettive più solide di sviluppo economico o perché vogliono ricongiungersi con parenti. Alcuni troveranno una sistemazione in Italia, più o meno definitiva, mentre altri rischieranno di rimanere disoccupati.[cxxx]  Tra coloro che restano, troviamo gli immigranti assorbiti nei segmenti sopra ricordati. Gli altri affolleranno le schiere dei disoccupati, spesso senza tetto, in attesa di sistemazione alternative o di varcare la frontiera alpina.  Questa dinamica coesiste con consistenti flussi migratori irregolari in Italia, il cui volume non dipende dalla domanda di lavoro straniero ma riflette motivazioni ancorate alla condizione degli immigranti nei paesi d’origine (autonomia del fenomeno migratorio), sotto la spinta di enormi pressioni che hanno originato enormi flussi di profughi, non tutti riconosciuti come rifugiati). Ciò spiega anche come molti di questi flussi alimentino un elevato tasso di disoccupazione tra gli immigranti – in assenza di permessi di soggiorno e di permessi di lavoro – destinato all’emarginazione in mancanza di politiche di accoglienza e di integrazione. 

 

 

[i] Naturalmente non so quale sia la fonte statistica usata in quel commento su Facebook per menzionare che ci sono un milione di profughi in Libia pronti ad arrivare in Italia, visto che i dati dell’UNHCR sono molto più bassi, anche se è molto probabile che i dati ufficiali dell’UNHCR sottostimino il volume effettivo dei profughi presenti in quel paese. Secondo l’UNHCR, circa 1,3 milioni di individui (stime del settembre 2017) erano in necessità di assistenza umanitaria in Libia. Di questi, 217 mila sono internally displaced people (IDS), e probabilmente questa cifra è sottostimata rispetto al numero di sfollati che gli eventi bellici generano (nel corso del 2019 quegli eventi bellici si sono intensificati). A questo punto, quanti sono gli immigranti in attesa di attraversare il Mediterraneo dalla Libia? Non c’è nessuna risposta attendibile a questa domanda, anche perché la cifra di 1,3 milioni comprende anche cittadini libici in stato di necessità, che non hanno alcuna intenzione di emigrare, ma che hanno bisogno di assistenza alimentare, acqua, alloggi di emergenza, medicine essenziali, scuole. È inevitabile che questo numero sia elevato, in un paese in permanente stato di guerra civile. A questo si aggiungano anche 278.559 persone che sono ritornate a casa dopo essere stati sfollati, e che hanno bisogno di assistenza.  Il numero ufficiale di rifugiati o richiedenti asilo registrati dall’UNHCR è molto più basso: 43.113 per quell’anno. Probabilmente questo numero è di gran lunga inferiore rispetto alla realtà, perché l’UNHCR riesce a raggiungere solo un numero limitato di immigranti, e non tutti i profughi nei campi di detenzioni in Libia sono stati registrati dall’UNHCR. Ma tra 43.000 a un milione c’è una grande differenza, anche se nessuna stima può essere suggerita per arrivare alla verità, né c’è modo di accertare il numero di ingressi di immigranti in Libia provenienti da altri paesi africani o il numero di persone trattenute nei centri di detenzione.

[ii] Vedi Khalid Koser (2007), “International Migration – A Very Short Introduction”, cit. pag. 92.

[iii] Vedi Khalid Koser (2007), “International Migration – A Very Short Introduction”, Oxford University Press, Oxford, pag. 95-96 e T.J. Hatton & J.G. Williamson (2005), “Global Migration and the World Economy – Two Centuries of Policy and Performance”, MIT Press, Cambridge (MA), capitolo 14, pag. 288-311, ambedue opere citate nella Parte VI di questo saggio.

[iv] Vedi a questo riguardo anche M. Zupi (2018), “Le cause delle migrazioni internazionali”, in “DALL’AFRICA ALL’EUROPA – La sfida politica delle migrazioni” (a cura di D. Friggeri e M. Zupi), Donzelli Editore, Annuario CeSPI (Centro Studi di Politica Internazionale), Roma, pag. 73.

[v] I. Goldin, A. Pitt, B. Nabarro, K. Boyle, (2018) “MIGRATION AND THE ECONOMY –Economic Realties, Social Impacts & Political Choices”, Citi GPS: Global Perspectives & Solutions, Oxford Martin School, University of Oxford, Citi, September 2018, pag. 29.

[vi] Questo fenomeno è stato confermato in tutti i paesi con forte accelerazione economica che, guarda caso, sono anche grandi paesi d’immigrazione, ad es. nel Nord America, in Germania, in Svizzera, nel Lussemburgo, in Sud Africa, in Singapore. Certo, paesi come l’Italia, che dopo il secondo dopoguerra avevano enormi sacche di disoccupazione, hanno potuto avere il loro miracolo economico senza ricevere immigranti, facendo leva sulle risorse lavorative interne.  Sono pochi i casi in cui grande espansione economica non abbia coinciso con l’espansione dell’immigrazione: il Giappone rappresenta forse uno di questi pochi casi, ma si tratta di una realtà geopolitica particolare, visto il passato storico di isolamento di quel paese che è durato secoli, e che ha condizionato il suo atteggiamento verso l’immigrazione, anche se recentemente anche nel Giappone si registra un’inversione nella politica migratoria visto il suo crollo demografico. Oggi giorno, la Cina e l’India rappresentano paesi che hanno potuto espandere in modo accelerato le loro economie negli ultimi decenni attingendo alle enormi riserve di manodopera disponibili al loro interno, anche se la loro crescita si è accompagnata ad enormi migrazioni interne.  Ambedue i paesi, grazie ai loro elevati tassi di crescita demografica, hanno potuto sostenere elevati ritmi di crescita, pur mantenendo sostenuti flussi di emigranti. Tuttavia, l’India ha ricevuto molti immigranti da altri paesi della regione, mentre la Cina, pur se meno permeabile, continua ad alimentare forti flussi di emigrazione grazie anche alla sua dimensione semi-continentale, mentre continua ad assorbire ingenti riserve di forza lavoro da molte regioni interne, necessarie a sostenere il suo sviluppo manifatturiero.

[vii] T.J. Hatton e J.G. Williamson riproducono molte di queste analisi tradizionali del mercato del lavoro, specialmente della fine del XX secolo, riportando conclusioni di vari studiosi che sembrano avallare queste conclusioni negative, anche se parzialmente corrette con specificazioni varie, a seconda delle condizioni specifiche di alcuni paesi, gruppi di immigranti, o circostanze storiche.  Vedi T.J. Hatton e J.G. Williamson (2005), “Global Migration and the World Economy – Two Centuries of Policy and Performance”, cit., capitolo 14, pag. 288-311. Rivedremo alcune di queste conclusioni nel corso di questa Parte VIII, anche alla luce di analisi alternative e le tendenze più recenti, che sembrano arrivare a conclusioni diverse, sottolineando risultati analitici più positivi sugli effetti dell’immigrazione.

[viii] Vedi Khalid Koser (2007), “International Migration – A Very Short Introduction”, cit. pag. 94.

[ix] Che la crescita economica sia positivamente correlata con l’immigrazione non significa di per sé che l’immigrazione sia la causa della crescita dell’economia del paese che ha ricevuto gli immigrati che ad essa hanno contribuito. Infatti, il legame causale potrebbe essere in direzione causale inversa: che la crescita economica abbia generato i grandi flussi migratori, avendo prodotto una sostenuta domanda di lavoro immigrato, anche se questo non significa necessariamente che gli immigranti diano un contributo positivo all’economia dei paesi ospitanti. Per assurdo, la correlazione positiva tra i due fenomeni potrebbe nascondere meccanismi ben più complessi, che coinvolgono relazioni con altri fattori, rendendo il rapporto di causalità non immediato, ma controverso.

[x] IOM, “World Migration Report 2018”, Geneva, Capitolo 2, pag. 13.

[xi] I. Goldin, A. Pitt, B. Nabarro, K. Boyle, (2018) “MIGRATION AND THE ECONOMY –Economic Realties, Social Impacts & Political Choices”, cit., pag. 3.

[xii] I. Goldin, A. Pitt, B. Nabarro, K. Boyle, (2018) “MIGRATION AND THE ECONOMY –Economic Realties, Social Impacts & Political Choices”, cit., pag. 5.

[xiii] IOM, “World Migration Report 2018”, Geneva, Capitolo 2, pag. 23.

[xiv] Vedi Peter Stalker (2008), “The no-nonsese guide to International Migration”,  New Internationalist, Oxford, citato nella Parte VI, pag. 64.

[xv] Nei modelli teorici possiamo supporre che queste ultime variabili siano costanti, e isolare l’effetto produttivo dell’immigrazione. Nella realtà dei sistemi economici l’immigrazione e il suo contributo produttivo si realizzano simultaneamente all’effetto espansivo sull’economia generato dall’accumulazione capitalistica e dal progresso tecnico, che a loro volta si traducono in condizioni favorevoli ad un aumento della domanda di lavoro immigrato.

[xvi] Vedi risultati del rapporto preparato dal National Research Council (NRC) del 1997, dal titolo “The New American Economic, Demographic and Fiscal Effects of Immigration”, Smith and Edmonston, riportati in B. Hanlon & T.J. Vicino (2014), “Global Migration – the basics”, cit. pag. 82.  

[xvii] Nel 2007, uno studio del Consiglio dei Consiglieri Economici della Casa Bianca stimava che gli immigranti avevano contribuito al PIL degli Stati Uniti per $37 miliardi all’anno.  Vedi D.M. West, “Brain Gain – Rethinking US Immigration Policy”, Brookings Institution Press, June 15, 2010, Chapter One “The Costs and Benefits of Immigration”.

[xviii] I. Goldin, A. Pitt, B. Nabarro, K. Boyle, (2018) “MIGRATION AND THE ECONOMY –Economic Realties, Social Impacts & Political Choices”, cit., pag. 31.

[xix] La conoscenza della lingua nazionale del paese d’immigrazione è spesso condizione critica per essere assorbiti in posizioni a reddito superiore a quello minimo, non solo per assumere posizioni di elevato livello, ma anche per svolgere qualsiasi funzione che richieda contatti con il pubblico o continua interazione con colleghi di lavoro nella lingua nazionale.  Addirittura, il fatto di “avere un accento straniero” può rappresentare un handicap che pone l’immigrante in una posizione di inferiorità.

[xx] I. Goldin, A. Pitt, B. Nabarro, K. Boyle, (2018) “MIGRATION AND THE ECONOMY –Economic Realties, Social Impacts & Political Choices”, cit., pag. 42-43.

[xxi] De Haas e M.J.Miller, “The Age of Migration – International Population Movements in the Modern World”, Palgrave Macmillan, London (quinta edizione 2014), già citato nella Parte VI, pag. 243.

[xxii] Vedi ad esempio De Haas e M.J.Miller, “The Age of Migration – International Population Movements in the Modern World”, cit., pag. 243 e pag. 260-261.

[xxiii] Gli immigranti si portano con loro non solo capacità professionali, ma anche contatti sociali e culturali con il paese d’origine, stabilendo reti di comunicazione e di intercambio commerciale, che aprono nuovi canali d’investimento dai paesi d’origine a beneficio dei paesi d’immigrazione, utilizzando la loro presenza nel paese di destinazione finale e l’acquisita familiarità con nuove opportunità di mercato. I. Goldin, A. Pitt, B. Nabarro, K. Boyle, (2018) “MIGRATION AND THE ECONOMY –Economic Realties, Social Impacts & Political Choices”, cit., pag. 60.  Per una sintesi di studi che sull’effetto dell’immigrazione sul rapporto tra capitale e lavoro, si veda I. Goldin, A. Pitt, B. Nabarro, K. Boyle, (2018) “MIGRATION AND THE ECONOMY –Economic Realties, Social Impacts & Political Choices”, cit., pag. 36-37.

[xxiv] Vedi le conclusioni raggiunte con questo tipo di analisi dal gruppo Citi GPS  nelle simulazioni riportate in I. Goldin, A. Pitt, B. Nabarro, K. Boyle, (2018) “MIGRATION AND THE ECONOMY –Economic Realties, Social Impacts & Political Choices”, cit., pag. 37-43.

[xxv] L’impatto sullo sviluppo economico del Regno Unito, nel periodo 1990-2016, è stato stimato pari al 16,6% del PIL in termini aggregati, mentre l’immigrazione ha contribuito alla crescita della popolazione britannica nella misura dell’8%. Vedi risultati di analisi condotte da Chojnicki and Ragot (2011) sulla Francia, e quelle di Lisenkova and Sanchez-Martinez (2016) sul Regno Unito, riportate in I. Goldin, A. Pitt, B. Nabarro, K. Boyle, (2018) “MIGRATION AND THE ECONOMY –Economic Realties, Social Impacts & Political Choices”, cit., pag. 44.

[xxvi] Vernon, Raymond (1966). "International Investment and International Trade in the Product Cycle" in Quarterly Journal of Economics, 80 (2): 190–20.

[xxvii] I settori di punta più innovativi pagano salari più elevati, grazie al potere monopolistico che si associa a quelle innovazioni ed al potere delle imprese più innovatrici di imporre prezzi con elevati margini di profitto per i nuovi prodotti, mentre negli altri settori la sopravvivenza aziendale spesso richiede uno sforzo continuo di contenimento dei livelli salariali e degli altri elementi dei costi di produzione. 

[xxviii] Non ci dobbiamo però meravigliare se nei paesi OCSE le persone in età lavorativa effettivamente occupate rappresentino una percentuale relativamente costante della popolazione totale (dal 64,2% nel 1950 siamo passati al 65,1% nel 2012). Ciò confermerebbe la tendenza a generare un volume crescente di disoccupati (in termini assoluti) anche se la percentuale di disoccupati dovesse risultare abbastanza stabile o addirittura in calo.  Vedi su questo punto M. Zupi (2018), “Le cause delle migrazioni internazionali”, in “DALL’AFRICA ALL’EUROPA – La sfida politica delle migrazioni” (a cura di D. Friggeri e M. Zupi), Donzelli Editore, Annuario CeSPI (Centro Studi di Politica Internazionale), Roma, pag. 43-44.

[xxix] Questo spiega anche l’intenso uso di specialisti provenienti da alcuni paesi in via di sviluppo in alcune aree ad alta tecnologia.

[xxx] Le ristrutturazioni aziendali cercano di mantenere o espandere quote di mercato, garantendo elevati livelli di competitività contenendo i costi del lavoro. Politiche neo-liberiste hanno perseguito lo scopo di tutelare il libero funzionamento delle forze di mercato, anche a costo di ridurre diritti sindacali acquisiti in passato, come ad esempio le clausole per la stabilità dei livelli occupazionali. Queste politiche sono in sintonia con approcci come il Washington Consensus ed il trattato di Maastricht, che hanno cercato di assicurare il massimo adattamento alle crisi economiche, appoggiando queste ristrutturazioni aziendali.

[xxxi] Queste riorganizzazioni aziendali si sono andate accelerando a partire dagli anni successivi alla crisi petrolifera degli anni ’70 e dei primi anni ’80,  mentre le economie si confrontavano con forti pressioni inflazionistiche e recessive, con il rincaro accelerato dei prodotti petroliferi ed enormi squilibri nella bilancia dei pagamenti,  e con crescenti costi del lavoro e dilagante disoccupazione.  Quelle recessioni causarono riduzioni sensibili dell’occupazione in molti comparti manufatturieri e in quello minerario, e una flessione della domanda di lavoratori stranieri (i c.d. guestworkers), senza tuttavia ridurre significativamente i flussi migratori, spesso rimasti a livelli sostenuti grazie ai ricongiungimenti familiari, e all’espansione della domanda di lavoro in segmenti trascurati dai lavoratori nazionali.

[xxxii] I processi industriali trasferiti all’estero potranno essere seguiti anche da processi di assemblaggio dei prodotti ottenuti all’estero in altri stabilimenti industriali, anche se ubicati in altri paesi, a volte con l’accordo di reimportare il prodotto finito nel paese che ha iniziato l’operazione di outsourcing. La delocalizzazione può riguardare anche servizi forniti a distanza, come nel caso di call services, potendo essi essere forniti via telefono o attraverso la rete dell’Internet. Le delocalizzazioni possono essere promosse dagli stessi paesi in cui si realizzano investimenti, con incentivazioni governative e accordi quadro tra entità diverse.

[xxxiii] Il fenomeno di outsourcing, molto intenso negli ultimi decenni, sembra manifestare recentemente un leggero rallentamento dovuto alla crescita dei costi salariali anche nei paesi di nuova industrializzazione. In questi ultimi paesi, infatti, assistiamo ad un rafforzamento di una classe media (pur a basso salario), che preme per un miglioramento delle proprie condizioni contrattuali, e che allo stesso tempo può esercitare l’opzione di cercare la via dell’emigrazione. Questa delocalizzazione di attività manifatturiere ha generato anche flussi migratori verso alcuni paesi di recente industrializzazione, quali Taiwan, Corea del Sud e Malesia, mentre altri immigranti si sono diretti anche verso economie legate a ingenti dotazioni petrolifere, come i paesi del Golfo, che hanno vissuto anch’essi un accelerato sviluppo economico, con diversificazione settoriale, che ha assorbito molti immigranti, specialmente nel settore edile.

[xxxiv] L’introduzione sempre più diffusa di tecnologie ad alta intensità di capitale ha interessato sia i settori a tecnologia matura che quelli nuovi di punta. Nei settori più innovativi, le nuove tecnologie hanno richiesto conoscenze sempre più sofisticate, esprimendo una domanda di lavoro particolarmente qualificato.

[xxxv] Non tutte le attività produttive si prestano ad essere delocalizzate all’estero. Salvo i casi di servizi che possono essere forniti a distanza, normalmente la prestazione di servizi richiede una presenza fisica nel territorio nazionale.  Analogo requisito ha l’attività edile, che si concepisce solo nel territorio nazionale (ad esclusione dell’attività edile per contratti internazionali). Le attività manifatturiere, per loro natura, si prestano maggiormente ad una possibile delocalizzazione all’estero, ma esistono attività manifatturiere che, per le loro caratteristiche qualitative uniche e l’intensità di domanda locale per certi prodotti, non sono trasferite all’estero, nonostante gli elevati costi di lavoro. Infine, alcune attività manifatturiere dipendono dalla vicinanza di approvvigionamenti di alcune materie prime (per esempio, le attività agro-industriali) e non sono trasferibili indipendentemente dalla facilità di accesso a quelle materie prime o produzioni agricole. 

[xxxvi] Questo fenomeno è stato particolarmente sentito in Italia, ove la carenza di investimenti innovativi e l’inadeguatezza della classe imprenditoriale e manageriale non hanno permesso un’accelerazione del tasso di sviluppo tecnologico in settori ad alta specializzazione se non in misura modesta, e molte imprese hanno preferito continuare ad operare in settori tradizionali,  cercando di contenere il costo reale del lavoro per difendersi dalla concorrenza internazionale, ricorrendo anche all’impiego di lavoratori stranieri con qualificazione generica. Vedi M. Zupi (2018), “Le cause delle migrazioni internazionali”, cit., pag. 46.

[xxxvii] Questo è quello che è avvenuto in Germania negli anni ’70, quando l’utilizzazione su vasta scala di quadri stranieri con gli schemi degli immigranti temporanei (i guest-worker o gastarbeiter) permise a molte aziende tedesche manufatturiere di mantenere alti ritmi produttivi, nonostante che molti operai tedeschi stessero abbandonando le proprie posizioni per trasferirsi in posti meglio remunerati nelle stesse imprese o in altre aziende più dinamiche. Lo sviluppo dell’economia tedesca di quegli anni, in accelerato boom economico e fortemente orientato verso il mercato d’esportazione, beneficiò grandemente di un flusso significativo di immigranti, che svolsero una funzione importante come un esercito di riserva, con un ruolo sostitutivo dei quadri nazionali in alcuni settori, evitando che il trasferimento verticale di maestranze locali verso posizioni richieste da un’industria in espansione, disposta a pagare salari crescenti, dovesse produrre dei momenti di arresto a causa dei vuoti lasciati. Vedi B. Hanlon & T.J. Vicino (2014), “Global Migration – the basics”, Routledge, London/New York, citato nella Parte VI, pag.111-112.

[xxxviii] Vedi anche I. Goldin, A. Pitt, B. Nabarro, K. Boyle, (2018) “MIGRATION AND THE ECONOMY –Economic Realties, Social Impacts & Political Choices”, cit., pag. 60.

[xxxix] Sarà questa assistenza che permetterà alle casalinghe di entrare nella popolazione attiva.

[xl] Il deficit di manovalanza generica presenta particolari problemi di fronte a spinte espansionistiche, quando l’economia si confronta con strozzature nel mercato del lavoro manuale, mentre quadri nazionali si trasferiscono verso mansioni più qualificate, comprese attività direttive e funzioni specialistiche.

[xli] Vedi M. Piore (1979), “Birds of Passage: Migrant Labor and Industrial Societies”, Cambridge, Cambridge University Press, citato in De Haas e M.J.Miller, “The Age of Migration – International Population Movements in the Modern World”, cit. pag. 35-36.

[xlii] Vedi De Haas e M.J.Miller, “The Age of Migration – International Population Movements in the Modern World”, cit., pag. 272. e

[xliii] Anche se lo facessero, un neonato non sarebbe produttivo prima di 18 anni, e per divenire un quadro specializzato occorre aggiungere un periodo ulteriore di formazione che va dai 4 ai 10 anni.

[xliv] Maestranze che avevano desistito dal cercare un’occupazione lavorativa (e non registrate neanche come disoccupate) potranno rientrare nel mercato del lavoro, sotto la spinta incentivante di salari in crescita.

[xlv] Vedi le variazioni nella composizione occupazionale degli immigranti in due grandi centri metropolitani d’immigrazione come New York e Toronto nel corso della loro storia, come illustrato in De Haas e M.J.Miller, “The Age of Migration – International Population Movements in the Modern World”, cit., pag. 260.

[xlvi] Vedi P. Stalker (2008), “The no-nonsese guide to International Migration”, cit., Sezione su “Smoothing the peaks and the troughs”, page. 73.

[xlvii] Naturalmente resistenze ad impiegare lavoratori stranieri non si estendono necessariamente ai lavoratori ad alta qualificazione, anche se il loro impiego richiede il rispetto di certe compatibilità con l’offerta dei lavoratori nazionali con analoga qualifica, che in fasi recessive potrebbero opporsi ad un assorbimento di tecnici stranieri.

[xlviii] Questi fenomeni non sono altrettanto frequenti nei paesi d’immigrazione con un’economia più dinamica, con una capacità più elevata di assorbimento della manodopera straniera, ove il fenomeno di accattonaggio di immigranti è più raro. Non è escluso, tuttavia, che anche in questi ultimi paesi ci siano manifestazioni di ghettizzazione degli immigranti, nel caso in cui questi ultimi vengano spinti a vivere in enclave povere dei grandi centri metropolitani, concentrati in zone ove vivono persone con la stessa provenienza geografica o etnica o culturale. Nonostante le condizioni espansive dell’economia, assistiamo in tal caso a processi di esclusione sociale e di pauperizzazione forzata di immigranti che vengono confinati in posizioni marginali della società, svolgendo lavori che non permettono lo sviluppo di capacità produttive e perpetuano processi cumulativi di marginalizzazione.

[xlix] La crisi economica del 2008, ad esempio, comportò una riduzione dei flussi migratori intra-europei, ma tale flessione non fu necessariamente della stessa intensità per quanto riguarda gli immigranti di origine extra-europea, che hanno motivazioni che li spingono ad emigrare che spesso sono indipendenti dalla congiuntura economica, anche se gli immigranti stagionali o temporanei sono quelli che maggiormente hanno risentito dell’effetto della recessione (ma i rimpatri hanno interessato più che altro i lavoratori originari dei paesi europei, ed in minor misura gli extra-europei, vista la rigidità del sistema migratorio europeo). Il fatto è che la domanda di lavoratori stranieri nei settori quasi esclusivamente occupati dagli immigranti (come l’assistenza degli anziani) continua ad esser persistente, e così la domanda di personale ad elevata qualificazione (per alcuni paesi europei).

[l] La fase recessiva dell’economia si traduce in effetti negativi sul mercato interno del lavoro: si elimineranno gli straordinari per i lavoratori occupati, si cercherà di sostituire contratti a tempo pieno con contratti a tempo parziale, si licenzieranno lavoratori. In Italia, si farà ricorso alla Cassa Integrazione, in altri paesi si useranno sussidi alla disoccupazione. Si favoriranno pensionamenti accelerati. Alcuni lavoratori che hanno perso il loro lavoro, di fronte alle difficoltà a trovare occupazione in altre imprese o in altri settori, potranno decidere di lasciare la popolazione attiva. L’immigrazione potrebbe rallentare tutti questi effetti negativi, se saranno gli immigrati a pagare per primi il costo della recessione.

[li] L’esperienza della Malesia e della Tailandia alla fine del secolo scorso conferma questo uso dell’immigrazione come ammortizzatore delle oscillazioni economiche, a vantaggio di una crescita più stabile nel lungo periodo. Vedi P. Stalker (2008), “The no-nonsese guide to International Migration”, cit., sezione su “Smoothing the peaks and the troughs”, page. 74-75.

[lii] La proporzione di immigranti che non ha completato l’intero ciclo di scuola secondaria prima del loro arrivo nel paese di destinazione (che dovrebbe corrispondere dai nove ai dodici anni complessivi tra istruzione primaria e secondaria) è maggiore rispetto alla stessa proporzione calcolata nella popolazione attiva dei lavoratori nazionali. Vedi T.J. Hatton e J.G. Williamson (2005), “Global Migration and the World Economy – Two Centuries of Policy and Performance”, cit., pag. 320.

[liii] De Haas e M.J.Miller, “The Age of Migration – International Population Movements in the Modern World”, cit., pag. 261.

[liv] La loro capacità di resistere alla concorrenza internazionale potrebbe essere limitata, e questo potrebbe causare comunque una riduzione della quantità e della gamma di prodotti offerti da questi settori nazionali, limitando l’attività, ad esempio, alla produzione di articoli esclusivi o di lusso.

[lv] La riduzione del ruolo della manifattura nei paesi di vecchia industrializzazione non riguarda tutti i settori, e non è uniforme in tutti i paesi ad economia avanzata.

[lvi] La riduzione del ruolo della manifattura nella produzione nazionale è stata più accentuata in alcuni paesi rispetto ad altri, ed è legata al condizionamento imposto da forze competitive provenienti da nuovi paesi produttori (specialmente asiatici, ma anche latino-americani e di altre regioni geografiche) che sono entrati in alcune attività manufatturiere come nuovi esportatori, grazie ai loro bassi costi di lavoro, in processi fortemente globalizzati.

[lvii] La miniaturizzazione di certe produzioni elettroniche ha ridotto la dimensione fisica del prodotto finale, ove il peso relativo dell’input materiale è minimo rispetto al prodotto ottenuto: basta pensare alla dimensione di uno smart phone rispetto alle molte funzioni che svolge e le dimensioni dei primi “calcolatori elettronici” che occupavano stanze intere per svolgere funzioni che oggi possono essere svolte da attrezzature fisicamente molto più contenute. Nei soft products è più importante il contenuto tecnologico e conoscitivo che non le materie prime impiegate per ottenerli, diversamente dagli hard products, ove il contenuto metallico o di plastica del prodotto finale è dominante. Molti dei prodotti di oggi hanno una dimensione fisica minima o addirittura irrilevante (quando non coesistono solo di qualcosa che può essere racchiusa in una pennetta o in un dischetto di plastica, e in qualche manuale d’istruzione). Anche quando appaiono simili ai vecchi prodotti, essi hanno un contenuto tecnologico molto più complesso: basta pensare ad un’automobile o ad un aereo di oggi, e alle sofisticate tecnologie computerizzate che contengono per essere operativi, rispetto ai corrispondenti prodotti fabbricati cento anni fa, che utilizzavano tecnologie puramente meccaniche, con un ruolo minimo dell’elettronica.

[lviii] Tra i quadri intermedi, ricordiamo l’elevata domanda di infermieri e di fisioterapisti provenienti dall’Asia e assorbiti da paesi anglosassoni come gli Stati Uniti, il Canada ed il Regno Unito.

[lix] Questo fenomeno è aggravato dall’invecchiamento demografico della popolazione nazionale, che riduce il numero di giovani come percentuale della popolazione globale.

[lx] Alternativamente le 3 D sono state definite come la sigla di lavori “Dirty, Dangerous and Demeaning,” cioè come “Sporchi, Pericolosi e Degradanti”.

[lxi] Ho visto immigranti irregolari dal Centroamerica che, appena arrivati in North Carolina, nonostante tutte le difficoltà legali e i problemi con l’lCE e con il tribunale per l’immigrazione, hanno trovato lavoro sottobanco (ma a tempo pieno) in pochi giorni. E non era un caso. Questo vale per donne e per uomini, indifferentemente. Il mercato sommerso è molto intenso nella città dove vivo (Charlotte), che cresce rapidamente, mentre il mercato offre molti posti di lavoro a salari elevati per i nazionali (ma anche per stranieri super qualificati), creando una domanda indotta di lavoro nei servizi e nel settore edile che non riesce ad essere soddisfatta soltanto da lavoratori nazionali. Ciò non di meno, l’uso di immigranti irregolari attraverso il mercato sommerso si presta a speculazioni, sfruttamenti e abusi.  Le autorità ufficiali a volte fanno finta di non vedere la realtà del mercato sommerso degli immigranti, nonostante la stretta imposta dal Department of Homeland Security (DHS), che pure frequentemente minaccia retate e deportazioni.  Ma il mercato del lavoro non guarda tanto in faccia a queste misure repressive.

[lxii] Vedi P. Stalker (2008), “The no-nonsese guide to International Migration”, cit., sezione su “Keeping old industries afloat”, page. 75.

[lxiii] Questa è una distorsione dei fatti. L’immigrazione non è né l’origine di recessioni né la causa primaria della conseguente disoccupazione, anche se può aver contribuito ad amplificarne gli effetti in alcuni comparti. Le vere cause della disoccupazione vanno ritrovate nelle condizioni generali dell’economia, nella debole domanda aggregata, nell’insufficienza degli investimenti produttivi (fonte cruciale di nuovi posti di lavoro), nella congiuntura negativa, e nella disoccupazione tecnologica legata all’evoluzione strutturale dell’economia che porta ad un uso meno intensivo della forza lavoro, e, naturalmente, nelle carenti politiche economiche e le loro ricadute sull’economia.

[lxiv] Il modello neoclassico potrebbe essere ulteriormente articolato come meccanismo che tiene conto della varietà di segmenti lavorativi a diversa produttività. In tal modo, potremmo seguire come i lavoratori si muovono verso i comparti a maggiore produttività, che pagano salari più elevati. Grazie a questa mobilità e all’ipotesi di produttività marginale decrescente all’aumento dell’occupazione, si potrebbe così raggiungere un livellamento dei salari tra i vari settori produttivi. Se applicassimo un simile modello a livello internazionale, l’immigrazione porterebbe lavoratori da settori meno produttivi nei paesi in via di sviluppo in settori più produttivi nei paesi di destinazione, favorendo un abbassamento nei salari medi di questi ultimi paesi e una teorica convergenza dei livelli salariali tra i due gruppi di paesi.  Un simile modello di equilibrio supporrebbe perfetta mobilità del lavoro e flessibilità dei prezzi e dei salari, in mancanza delle quali il modello non riesce a prevedere un tale effetto.

[lxv] Vedi su queste teorie neoclassiche De Haas e M.J.Miller, “The Age of Migration – International Population Movements in the Modern World” cit., pag. 29-30.

[lxvi] La domanda di lavoro verrebbe rappresentata graficamente dalla consueta curva inclinata verso il basso, e l’offerta potrebbe essere rappresentata da una linea verticale, che ne riassume la rigidità, o da una curva inclinata positivamente, se la supponiamo sensibile ai livelli salariali. La curva dell’offerta si sposterebbe verso destra per effetto dell’immigrazione. Per una rappresentazione tradizionale semplificata di questa teoria sull’effetto che l’immigrazione esercita sul livello salariale, si veda T.J. Hatton e J.G. Williamson (2005), “Global Migration and the World Economy – Two Centuries of Policy and Performance”, cit. pag. 289-290.

[lxvii] Questi investimenti potrebbero essere sia interni che provenienti dall’estero.

[lxviii] Questo avviene se rimuoviamo l’ipotesi di costanza del capitale investito. L’aumento di investimenti in capitale sarebbe in risposta all’aspettativa di maggiori profitti prodotta dall’immigrazione, contribuendo ad uno spostamento verso l’alto (e a destra) della domanda di lavoro, così neutralizzando (del tutto o in parte) la riduzione del salario medio.

[lxix] Se già impiegati in quei segmenti, gli immigranti condivideranno le stesse ansie dei lavoratori nazionali per difendere le posizioni già acquisite; se non fossero impiegati in quei segmenti, essi potrebbero cogliere l’occasione di una eventuale espulsione dei lavoratori nazionali, per essere reclutati da quelle stesse imprese per rimpiazzare i quadri nazionali espulsi, poiché sono disposti ad accettare salari più bassi.

[lxx] Nel modello a piena occupazione, la rinuncia a lavorare per un salario più basso non equivarrebbe a disoccupazione, ma piuttosto all’uscita di lavoratori nazionali dal mercato del lavoro, perché non più interessati a lavorare per remunerazioni più modeste, il che è plausibile se la curva di offerta del lavoro fosse inclinata positivamente, e pertanto sensibile (elastica) al livello dei salari. I lavoratori nazionali ridurrebbero il volume di lavoro che sono disposti a offrire a causa dell’abbassamento del salario, decidendo così di ridurre il numero di ore lavorate o rinunciando del tutto a lavorare, uscendo così dalla popolazione attiva.

[lxxi] I nuovi investimenti introdurranno nuovi prodotti e nuove tecnologie, assorbendo lavoratori nazionali anche con salari più elevati. Questo aumento di domanda di lavoro potrebbe beneficiare anche gli immigranti.

[lxxii]  A comprova del fatto che non è l’immigrazione il fattore determinante del tasso di disoccupazione, citiamo l’esempio di alcuni paesi europei come Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Paesi Bassi e Svezia, in cui i tassi di disoccupazione degli immigranti sono spesso di gran lunga più elevati rispetto ai tassi di disoccupazione dei residenti, negando perciò che ci sia un prevalente “churning effect” ai danni dei lavoratori nazionali, pur in presenza di elevata disponibilità di immigranti (molti dei quali sono disoccupati).

[lxxiii] Ad esempio, misure che garantiscono l’applicazione del concetto di “lavoro decente” internazionalmente riconosciuto, quali quelle relative alla sicurezza sul posto di lavoro, all’orario di lavoro, condizioni sanitarie del luogo di lavoro, e via di seguito.

[lxxiv] Ci sono conseguenze collaterali negative per gli immigranti che derivano da questa tendenza ad espandere il mercato sommerso del lavoro a danno del mercato formale. Il trattamento economico dei lavoratori stranieri peggiora a causa di questa espansione del sommerso. Dal punto di vista del paese d’immigrazione, si riduce la produttività con cui vengono impiegati gli immigrati, e quindi si riducono i benefici ottenibili dall’immigrazione per l’economia nazionale, con conseguente riduzione del gettito fiscale che il reddito distribuito ai lavoratori stranieri potrebbe generare.

[lxxv] Specialmente in un clima di deregolamentazione del mercato del lavoro, ogni volta che un lavoratore è rimpiazzato da un altro, è un’occasione per le imprese di imporre termini più flessibili e salari più bassi.

[lxxvi] Questo rapporto di complementarietà, infatti, può riguardare addetti nazionali e stranieri, ambedue ad alta qualificazione, impiegati congiuntamente e con rapporti di reciproca interazione, o con leggera differenziazione di qualifica (spesso l’immigrato con mansioni subordinate al quadro nazionale); ma potrebbe anche riguardare la complementarietà tra quadri nazionali altamente qualificati e immigranti con qualificazione generica (manovali), che potrebbero interagire in modo complementare con i primi sia lavorando negli stessi comparti che in comparti completamente diversi (in quest’ultimo caso, ad esempio, svolgendo attività di cui abbisognano i lavoratori nazionali qualificati).

[lxxvii] Non c’è dubbio che molti immigranti, dopo un periodo di aggiustamento, riusciranno a valorizzare il proprio capitale umano dopo essere stati esposti a esperienze lavorative significative e aver avuto accesso a processi che ne potenziano le capacità professionali.  Ma questo non vale per tutti. Alcuni immigranti rimarranno confinati in posizioni lavorative poco qualificate, che non permetteranno una crescita personale significativa. Queste potenzialità di crescita dipendono anche dall’età dell’immigrante, dall’istruzione di base iniziale, e da altri fattori socio-culturali che ne possono limitare lo sviluppo. Tuttavia, quanto più giovani sono gli immigranti, tanto migliori saranno le prospettive di una relativamente rapida mobilità sociale. In ogni caso, è sintomatico che normalmente, pur migliorando le proprie condizioni economiche rispetto alle generazioni che li hanno preceduti, gli immigranti di seconda generazione percepiscono mediamente redditi inferiori rispetto ai residenti con analoga qualifica che non discendano da genitori immigrati, anche dopo aver completato il processo di integrazione.

[lxxviii]  I. Goldin, A. Pitt, B. Nabarro, K. Boyle, (2018) “MIGRATION AND THE ECONOMY –Economic Realties, Social Impacts & Political Choices”, cit., pag. 6.

[lxxix] Il grado di concentrazione degli immigranti (percentuale di lavoratori stranieri rispetto all’occupazione totale) in singoli segmenti lavorativi non è deciso dagli immigranti, ma dipende in misura prevalente dalla dinamica strutturale dell’economia (che definisce i settori in crescita e i settori in crisi) e dai movimenti della forza lavoro. Questi fattori strutturali definiscono movimenti in uscita ed in entrata dei lavoratori (nazionali e stranieri) e le competenze richieste, sottolineando di volta in volta la complementarietà o, alternativamente, la sostituibilità della manodopera nazionale con lavoratori immigrati, che varia da un comparto all’altro.  Questi fattori strutturali determinano le tendenze di lungo periodo di quei segmenti, alle quali l’immigrazione risponde, e sono quei fattori che determinano i livelli salariali e quelli occupazionali nei singoli segmenti, assorbendo maestranze straniere in proporzioni diverse nei singoli comparti, a seconda dei paesi.

[lxxx] Vedi P. Stalker (2008), “The no-nonsese guide to International Migration”, cit. pag. 80.

[lxxxi] T.J. Hatton & J.G. Williamson (2005), “Global Migration and the World Economy – Two Centuries of Policy and Performance”, cit. pag. XXX  Vedi anche B. Hanlon & T.J. Vicino (2014), “Global Migration – the basics”, cit. pag. 81.

[lxxxii] T.J. Hatton e J.G. Williamson (2005), “Global Migration and the World Economy – Two Centuries of Policy and Performance”, cit. pag. 292.

[lxxxiii] Nel corso dell’ultimo decennio del XX secolo sembrava prevalere l’opinione che l’effetto dell’immigrazione sui salari medi non fosse particolarmente elevato, ma fosse tuttavia negativo, pur se di piccole dimensioni. Tuttavia, la validità di quell’opinione è stata fortemente criticata da molti analisti, che l’hanno considerata con molto scetticismo per l’inadeguatezza metodologica degli strumenti di analisi e dei modelli adottati.

[lxxxiv] Vedi R. Münz, T. Straubhaar, F. Vadean, N. Vadean (2006), “The Costs and Benefits of European Immigration”, HWWI Policy Report No.3, Policy Research Group on Migration, Harburgisches WeltWirtshafts Institut, Hamburg, pag. 32-37, consultabile su

https://www.researchgate.net/publication/310832569_The_Costs_and_Benefits_of_Migration_into_the_European_Union_Debunking_Contemporary_Myths_with_Facts/link/59c73354a6fdccc7191edabf/download

[lxxxv] ibidem, pag. 16-20.

[lxxxvi] Ibidem, pag. 34.

[lxxxvii] Negli Stati Uniti, si tratta di New York, Los Angeles e Miami. Gli stati che rappresentano la porta d’ingresso verso quel paese sono in primo luogo la California e lo stato di New York, seguiti da Arizona e Texas. In Francia, la concentrazione degli immigranti nella grande zona metropolitana di Parigi è dominante. Lo stesso vale per Londra nel Regno Unito e per Sidney in Australia.

[lxxxviii] In altre parole, l’immigrazione si è concentrata in quei paesi ove la curva di domanda di lavoro tende a spostarsi verso l’alto (e verso destra), per cui non riesce ad esercitare un’influenza rilevante sul salario medio.

[lxxxix] Vedi G. Borjas (2004), “Increasing the Supply of Labor through Migration: Measuring the Impact on Native-born Workers”, Washington DC, Center of Immigration Studies.

[xc] Vedi anche B. Hanlon & T.J. Vicino (2014), “Global Migration – the basics”, cit. pag. 82.

[xci]  Vedi T.J. Hatton e J.G. Williamson (2005), “Global Migration and the World Economy – Two Centuries of Policy and Performance”, cit. pag. 304-307.

[xcii]  Vedi Sezione su “Sviluppo post-industriale, terziarizzazione delle economie avanzate e immigrazione” nella Sezione 3 di questa Parte VIII.

[xciii]  La capacità di adattamento dei lavoratori nazionali disoccupati ad accettare funzioni lavorative di livello inferiore ha un limite: per questo il ruolo degli immigranti sarà essenziale. Probabilmente l’impiegato o l’operaio nazionale che si trova in situazione di esubero cercherà un lavoro analogo a quello perso, anche se dovrà accettare una riduzione remunerativa o contratti più precari, ma non si metterà a competere con gli immigranti nei settori più faticosi e degradanti.  Spesso preferirà ricevere un sussidio di disoccupazione o addirittura uscire dal mercato del lavoro, anziché accettare posizioni che considera “degradanti”. Ciascun lavoratore stabilisce il livello qualitativo del declassamento professionale che è disposto ad accettare in caso di necessità, al di sotto del quale non accetterà di lavorare.

[xciv] Vedi quanto già menzionato al riguardo nella Sezione 2 e nel paragrafo su “Complementarietà e sostituibilità dei lavoratori immigrati” nella Sezione 4.

[xcv] Così vediamo il pescivendolo al mercato che utilizzerà l’immigrante irregolare per pulire il pesce, il mastro edile che si avvarrà del manovale straniero per i compiti più pesanti o meno qualificanti, i braccianti agricoli immigrati che avranno un capo squadra nazionale.

[xcvi] Vedi K. Koser (2007), “International Migration – A Very Short Introduction”, cit. pag. 94-95.

[xcvii] De Haas e M.J.Miller, “The Age of Migration – International Population Movements in the Modern World”, cit., pag. 255.

[xcviii] Le economie sviluppate continueranno ad aver bisogno di badanti, di addetti alla pulizia, di manovali edili, di braccianti agricoli, cioè di lavoratori con mansioni che la forza lavoro nazionale spesso si rifiuta o non è in grado di svolgere, anche se il tasso di crescita del PIL è negativo. L’operaio specializzato che perde lavoro perché messo in esubero a causa della contrazione del fatturato aziendale, non si metterà immediatamente a spazzare le strade o a raccogliere la spazzatura, o andrà a fare il lavapiatti nei ristoranti o il facchino al mercato rionale, o andrà a raccogliere i pomodori nelle campagne. Per questo in Italia assistiamo alla simultanea presenza di grosse sacche di disoccupazione e un intenso uso di immigranti con quelle mansioni considerate inferiori.

[xcix] Alcuni studi hanno esaminato l’effetto spostamento non come conseguenza dell’immigrazione ma come risultante dall’arrivo di flussi di rifugiati, specialmente quando questi flussi sono il risultato di emergenze dovute a calamità naturali o grandi sconvolgimenti geo-politici. Tuttavia, l’analisi di questi fenomeni non equivale a quella dei flussi migratori, in quanto si tratta di flussi imprevedibili ed eccezionali, le cui influenze sul mercato del lavoro non equivalgono agli effetti di flussi più continuativi di immigranti alla ricerca di lavoro.

[c] Su alcune analisi di questo tipo di effetto si veda T.J. Hatton e J.G. Williamson (2005), “Global Migration and the World Economy – Two Centuries of Policy and Performance”, cit. pag. 296-299.  Questo fenomeno è stato analizzato anche da G. Borjas (2003), “The Labor Demand Curve Is Downward Sloping: Reexamining the Impact of Immigration on the Labor Market” , National Bureau of Economic Research.

[ci] Queste reazioni a catena dei lavoratori nazionali, che cercano di evitare le conseguenze negative della concorrenza del lavoro straniero, influenzeranno la mobilità inter-statale dei lavoratori nazionali, che è una caratteristica tipica di un paese di dimensioni semi-continentali come gli Stati Uniti, ove flussi migratori da uno stato all’altro sono frequenti. La mobilità geografica dei lavoratori nazionali ha un importante ruolo nel distribuire l’impatto dell’immigrazione su di un piano regionale più esteso rispetto alla concentrazione tipica degli immigranti, che tendono a convergere in un numero ridotto di punti di entrata nel paese d’immigrazione, attenuando così l’intensità dell’impatto del flusso migratorio.

[cii] I. Goldin, A. Pitt, B. Nabarro, K. Boyle, (2018) “MIGRATION AND THE ECONOMY –Economic Realties, Social Impacts & Political Choices”, cit., pag. 92.

[ciii] Vedi P. Stalker (2008), “The no-nonsense guide to International Migration”, cit. pag. 81-82.

[civ] Secondo Borjas, di fronte ad un aumento dell’immigrazione dell’11% negli Stati Uniti nel periodo dal 1980 al 2000, la diminuzione globale dei salari sarebbe stata del 3, 2%, corrispondente ad una riduzione del 6,8% per i lavoratori meno qualificati (quelli che Borjas considera i dropouts, che non hanno completato la formazione secondaria), ma solo del 2,6% per i lavoratori laureati. Vedi C.J. Borjas (2003) in “The Labor Demand Curve is Downward Sloping: Reexamining the Impact of Immigration on the Labor Market”, in Quarterly Journal of Economics, n. 118, pag. 1370, citato in T.J. Hatton e J.G. Williamson (2005), “Global Migration and the World Economy – Two Centuries of Policy and Performance”, cit. pag. 295.

[cv] Un esempio caratteristico di questo effetto diffusivo che praticamente annulla l’impatto di flussi migratori, anche di notevole dimensione, è quello dell’arrivo di numerosi cubani a Miami, dopo l’improvvisa decisione di Fidel Castro di aprire le porte dell’emigrazione nell’aprile del 1980. In pochi mesi circa 127.000 cubani, prevalentemente a bassa qualifica professionale, arrivarono in Florida, di cui la metà decise di restare a Miami (aumentando del 7% l’offerta di lavoro in quella città). Tuttavia, l’impatto di quel salto improvviso nei flussi migratori da quel paese non produsse l’impatto sui salari e sull’occupazione di Miami che alcuni avevano anticipato, grazie alla riduzione del trasferimento di lavoratori nazionali da altri stati verso la Florida. Vedi T.J. Hatton e J.G. Williamson (2005), “Global Migration and the World Economy – Two Centuries of Policy and Performance”, cit. pag. 296-297.

[cvi] Vedi T.J. Hatton e J.G. Williamson (2005), “Global Migration and the World Economy – Two Centuries of Policy and Performance”, cit. pag. 297-299.

[cvii] Questa transizione verso la mobilità, secondo Z. Zelinski (1971) in “The Hypothesis of Mobility Transition” Geographical Review, 61:2 (citato in De Haas e M.J.Miller, “The Age of Migration – International Population Movements in the Modern World”, cit., pag. 47), sarebbe parallela ad altri due processi transizionali: transizione demografica (dagli alti tassi di fecondità ai tassi più bassi) e transizione dello sviluppo (da basso livello di sviluppo ad economia moderna sviluppata). Nelle economie moderne questi processi di transizione si realizzano anche con una diminuzione dei flussi di emigrazione, mentre si intensificano quelli di immigrazione, accompagnati ad alta mobilità interna, da città a città, dalle zone rurali verso quelle urbane, e naturalmente immigrazione dall’estero. Questo potrebbe anche spiegare l’evoluzione dei flussi migratori di alcuni paesi in via di sviluppo, che hanno fatto passi importanti nella transizione demografica e nella transizione dello sviluppo, e che oggi svolgono un ruolo diverso nella dinamica migratoria rispetto a quanto tradizionalmente fanno molti altri paesi in via di sviluppo, fonti frequenti di emigranti. L’evoluzione dell’emigrazione da molti paesi dell’America del Sud ne è un esempio: mentre permane elevato il tasso di emigrazione di alcuni di paesi centro-americani, la riduzione del numero di emigranti provenienti dagli altri paesi latino-americani evidenzia che questi ultimi sono entrati in una diversa dinamica, avendo compiuto una transizione verso la mobilità che ne ha ridotto la propensione ad emigrare, rispetto ai paradigmi tradizionali che prevalevano in precedenza.

[cviii] De Haas e M.J.Miller, “The Age of Migration – International Population Movements in the Modern World”, cit., pag. 50.

[cix] Vedi nota 27 di questa Parte VIII sull’esempio tedesco.

[cx] La flessibilità nel mercato nazionale del lavoro non avviene senza ostacoli. Non è facile licenziare personale con contratti di lavoro dipendente di lunga durata. Chiudere una fabbrica è sempre un fatto estremamente traumatico. L’uso di strumenti come la Cassa Integrazione non è senza limiti.  Anche in paesi come gli Stati Uniti, ove il lavoro è meno protetto in fasi di recessione, c’è un costo sociale prodotto dall’aumento della disoccupazione, che porta all’aumento dei sussidi per i disoccupati ed un maggior malessere sociale.

[cxi] In tutto questo periodo nuove ondate migratorie si sono succedute, in aggiunta a quelle precedenti, a sostegno del rinnovato processo di crescita, ma anche sulla spinta di processi migratori avviati in passato (ricongiungimenti familiari) e della pressione di fenomeni originati nei paesi di provenienza (vedi i fattori legati all’autonomia dell’immigrazione illustrati nella Parte VI di questo saggio). L’immigrazione ha coinvolto in misura crescente nuove aree d’immigrazione, come i paesi del sud europeo. Queste nuove ondate hanno anche risentito dell’effetto dell’espansione dell’Unione Europea e degli effetti della fine della guerra fredda e del diverso rapporto con l’est europeo. La crisi economica del 2008, tuttavia, ha messo un freno al processo sostenuto di crescita, rendendo la crescita dell’immigrazione meno intensa in molti paesi OCSE, anche se non abbiamo visto segni di inversione nella direzione di marcia degli immigranti, i quali hanno mostrato la tendenza a consolidare la propria posizione nei paesi ove erano immigrati in precedenza e mantenere flussi, anche se ridotti, dai paesi ove fenomeni espulsivi sono particolarmente acuti. De Haas e M.J.Miller, “The Age of Migration – International Population Movements in the Modern World”, cit. pag. 103.

[cxii] Queste imprese spesso applicano contratti di lavoro a più bassi salari rispetto alle imprese appaltatrici. La trasformazione di un lavoratore dipendente in lavoratore autonomo, inoltre, ha il vantaggio, anche a remunerazione nominale uguale (o addirittura più elevata) di permettere una riduzione dei costi per l’impresa che ne utilizza i servizi: il lavoratore autonomo si assume il costo per l’acquisto delle attrezzature di cui ha bisogno (utensili, computer, trasporto, materiale vario), è responsabile delle conseguenze di eventuali malattie, si assume il rischio dell’instabilità nel lavoro, e assume l’onere di eventuali misure di sicurezza fisica nel posto di lavoro, oltre a parare il premio di assicurazioni eventuali contro danni e responsabilità civile.

[cxiii] Tipico esempio è quello del settore tessile e quello dell’abbigliamento, attività produttive ad elevata intensità di lavoro. Si tratta di settori manufatturieri che ebbero un ruolo storico centrale nella rivoluzione industriale ma oggigiorno, proprio per l’alto uso del fattore lavoro, sono stati trasferiti nei paesi in via di sviluppo a più basso costo salariale. Ma alcune frange di quelle attività, specialmente quelle di più alta qualità, sono ancora mantenute nei paesi di più vecchia industrializzazione, grazie all’uso di subappalti a gruppi di modeste dimensioni (incluso il lavoro a domicilio). È in questo settore, tuttavia, che si verificano forme di sfruttamento del personale (spesso straniero) in condizioni pressocché disumane, con la nascita di laboratori più o meno clandestini (sweatshops) ove le norme minime di sicurezza e di protezione della dignità dei lavoratori possono non essere rispettate.

[cxiv] Negli Stati Uniti è frequente che servizi di trasporto per l’aeroporto che una volta venivano offerti da dipendenti di grandi aziende di servizi di taxi, siano adesso offerti da tassisti immigrati, che magari acquistano il veicolo a rate (per conto personale o in associazione con altri, costituendo piccole cooperative).

[cxv] T.J. Hatton e J.G. Williamson (2005), “Global Migration and the World Economy – Two Centuries of Policy and Performance”, cit., pag. 324-325.

[cxvi] Queste contraddizioni valgono non soltanto per i settori conservatori della politica, di ispirazione sovranista, tradizionalmente isolazionisti e contrari ai flussi migratori, ma anche per alcuni settori della sinistra e dei movimenti sindacali, che occasionalmente esprimono posizioni contrarie all’apertura verso l’immigrazione, proprio per difendere gli interessi dei lavoratori nazionali, ricollegandosi a posizioni tradizionali di alcuni ambienti sindacali fortemente critiche alla libera circolazione di merci, di capitali e di lavoro.  La vittoria social-democratica alle ultime elezioni politiche in Danimarca del 2010 si spiega sulla base di una notevole disaffezione dell’elettorato danese nei confronti della compagine di destra che l’aveva preceduta, e il piano sociale proposto dal nuovo governo per la tutela del welfare state dei lavoratori danesi. Ma una delle componenti di questo piano di salvaguardia dell’assistenza ai lavoratori nazionali è una posizione molto restrittiva nei confronti dell’immigrazione illegale ed un programma sostanzialmente “anti-immigrazione” sotto la bandiera della difesa dei lavoratori nazionali.  Vedi F. Rampini, “La lezione della Danimarca”, su La Repubblica, 7 giugno 2019, pag. 32.

[cxvii] Non si tratta di un esodo recente ma di lungo periodo, iniziato in date ben remote, soltanto ulteriormente confermato in questi ultimi anni, creando problemi significativi in alcuni segmenti produttivi particolarmente strategici per l’agricoltura italiana (ad esempio, nella produzione di pomodori).

[cxviii] È sintomatico che nel 2005-2017 abbiamo assistito ad un esodo di 590.000 operai dal settore industriale in senso stretto, in concomitanza con un processo che può essere attribuito alla crisi del settore manufatturiero di lungo periodo e alla deindustrializzazione dell’economia, di fronte ad una forte concorrenza internazionale.

[cxix] I dati citati in questa Sezione sono tratti da F.R. Pizzuti (a cura di), “Rapporto sullo Stato Sociale 2019 – Welfare Pubblico e Welfare Occupazionale”, Sapienza Università Editrice, Roma, Sezione 3.5.1, “Immigrazione e presenza straniera: effetti demografici e dinamiche occupazionali”, pag. 314, Tab. 3.23, che presenta elaborazioni statistiche basate su dati originati dell’ISTAT.   

[cxx] Il settore dell’assistenza domestica alle famiglie copre sia le posizioni di badanti che quelle di colf, anche se si tratta di funzioni distinte. In ambedue i casi abbiamo visto l’impiego significativo di personale straniero in Italia, specialmente a partire dagli anni ’70, e il loro uso si è intensificato negli anni ’80 e ’90, in coincidenza con un aumento di domanda di aiuto domestico legato all’ingresso di donne nel mercato del lavoro, anche a tempo parziale. L’uso di immigranti regolari per questi due tipi di mansioni, colf e badanti, mostra tuttavia tendenze contrastanti: mentre è in aumento l’impiego di immigranti regolari con contratti, generalmente temporanei, di badanti (moltissime sono le Ucraine), vi è una tendenza alla riduzione delle immigranti in posizioni di colf (molte di provenienza dalle Filippine, ma anche da alcuni paesi latino-americani e africani). Pur essendo le due funzioni molto diverse, spesso le loro figure professionali si sovrappongono, specialmente se il ruolo di badante non è sufficientemente chiarito in termini di qualificazioni professionali richieste e delle funzioni specifiche da svolgere, che specialmente per i contratti informali di lavoro tendono a confondersi con altre forme di servizio domestico. A questo contribuisce anche il fatto che il trattamento economico delle due categorie professionali non è molto diverso.

[cxxi] Tale assistenza potrebbero essere fornita da adeguate strutture pubbliche o private (disponibili in altre economie moderne),  centri di cura, ospizi, centri residenziali specializzati per persone anziane, ospedali geriatrici, strutture sanitarie specializzate per certe infermità, centri di riabilitazione, e servizi di assistenza a domicilio con personale specializzato forniti da simili istituzioni.

[cxxii] In particolare, il 60% delle badanti proviene da paesi europei (prevalente, dall’est europeo), il 20% dall’Asia, l’11% dall’America Latina, ed il 9% dall’Africa. Per un’analisi dettagliata del fenomeno delle “badanti” in Italia, si veda F.R. Pizzuti (a cura di), “Rapporto sullo Stato Sociale 2019 – Welfare Pubblico e Welfare Occupazionale”, cit., in particolare il paragrafo 3.5.2 “Esigenze economico-sociali e lavoro immigrato: il caso di colf e badanti”, pag. 315-323.

[cxxiii] Il numero degli addetti di nazionalità italiana è aumentato di 215.000 individui nel periodo sopra-indicato, mentre sono 171.000 gli immigranti che sono entrati in questo settore.

[cxxiv] Anche in questo segmento l’occupazione totale è cresciuta nel periodo considerato, sia per addetti italiani che immigrati: in particolare, 113.000 nuovi addetti italiani sono stati assorbiti in questo comparto, con l’aggiunta simultanea di 78.000 lavoratori stranieri.

[cxxv] Vedi R. Pira e F. Pettinau (2018), “Gli effetti dell’immigrazione sull’offerta del lavoro delle donne. Un’analisi empirica per l’Italia”, EyesRe, 8, 5 settembre, citato in F.R. Pizzuti (a cura di), “Rapporto sullo Stato Sociale 2019 – Welfare Pubblico e Welfare Occupazionale”, cit., pag.  316.

[cxxvi] Esistono differenze sostanziali tra le condizioni degli immigranti e quelle dei giovani alla ricerca di un lavoro. Questi ultimi non sono generalmente interessati agli stessi comparti su cui convergono gli immigranti. I giovani lavoratori nazionali mostrano scarso interesse, se non in via provvisoria, per posizioni che corrispondono ai comparti 3D, anche perché godono di molti vantaggi rispetto agli immigranti (lingua, familiarità col contest nazionale, contatti). Le difficoltà che i giovani italiani incontrano dipendono non dalla concorrenza degli immigranti ma da fattori come carenze di investimenti nazionali (sia privati che pubblici), tendenza delle imprese a privilegiare reclutamenti di chi ha esperienze pluriennali, difficoltà ad acquisire le qualificazioni richieste dalle imprese, prolungata scolarizzazione, scarsa mobilità geografica o settoriale, crisi motivazionale in parte legata alla precarizzazione del mercato del lavoro, scarsa disponibilità a svolgere mansioni manuali, tutti fenomeni non generati dall’immigrazione. 

[cxxvii] Una componente minore, ma degna di essere ricordata, è inoltre quella di coloro che provengono da alcuni paesi latino-americani.

[cxxviii] Vedi F.R. Pizzuti (a cura di), “Rapporto sullo Stato Sociale 2019 …”, cit., Sezione 3.5.1, “Immigrazione e presenza straniera: effetti demografici e dinamiche occupazionali”, pag. 304-305.

[cxxix] Vedi S. Strozza, “Immigrazione e presenza straniera in Italia: evoluzione, caratteristiche e sfide attuali e future” in “DALL’AFRICA ALL’EUROPA – La sfida politica delle migrazioni” (a cura di D. Friggeri e M. Zupi), Donzelli Editore, Annuario CeSPI (Centro Studi di Politica Internazionale), Roma, pag. 298. Molti figli di immigranti hanno studiato nelle scuole italiane, e parlano la lingua italiana come qualsiasi cittadino italiano, anche se il nostro paese non ha ancora risolto il problema della concessione della cittadinanza a chi è nato sul suolo italiano da genitori stranieri, e ancora rende difficile l’accesso alla cittadinanza italiana per molti stranieri che sono stati residenti nel paese per anni.

[cxxx] In ogni caso, quando possono, cercano di trasferirsi nei paesi ambiti, anche se è difficile seguirne le tracce. Molti di coloro che sono stati registrati come temporaneamente presenti sul territorio italiano scompaiono dall’Italia, sfuggendo a qualsiasi rilevazione statistica, anche perché non registrano la loro partenza. Molti sono gli immigranti irregolari, che per lo più sfuggono a qualsiasi accertamento, specialmente se si considerano “in transito”, anche se possono nel frattempo cercare lavoro nel territorio nazionale in via provvisoria. La gran parte di questi immigranti irregolari alimenta il mercato sommerso del lavoro, non aspettando un permesso di soggiorno o di lavoro: per costoro non disponiamo di statistiche attendibili, ma solo di informazioni aneddotiche. Per altri, invece, esistono statistiche provvisorie.

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