DEMOCRAZIE ALLO SBANDO

LITIO, SMARTPHONE E ALTRE STORIACCE

di Paolo Basurto

MESSICO NEL PRECIPIZIO

Il 26 settembre 2014 quattro studenti della scuola Normale Raul Burgos di Ayotzinapa e altre 5 persone, accidentalmente presenti, muoiono in uno scontro a fuoco con la polizia dello Stato messicano di Guerrero, nella città di Iguala. Il giorno dopo altri 43 studenti scompaiono e ancora oggi non si è trovata traccia di loro. Inutili i 4 anni di pretese indagini da parte delle autorità. Più utili le indagini del giornalista Pablo Morrugares, che con prove abbastanza contundenti aveva cominciato a denunciare la collusione tra istituzioni (in particolare quelle della polizia) e il narcotraffico.

Il 3 agosto la Deutsche Welle annunciava nel suo bollettino che Morrugares era stato ucciso, crivellato di colpi, lui e la sua scorta, in un ristorante di Iguala.

In quest’epoca di confinamento, di angoscia e di noia, le serie televisive sono state una vera e propria salvezza, almeno per me. Ultimamente ho visto il Prigioniero n.1 . Una produzione messicana, normalmente specializzata in storie di narcotraffico. Questa volta, l’argomento era più complesso. Un candidato, di umili origini contadine, riusciva a presentarsi da indipendente e, finalmente, vinceva le elezioni. Una persona onesta che comincia subito a fare pulizia. Ma i grandi poteri occulti (ma non tanto) del capitale, del malaffare e, naturalmente dei gringos (gli ‘americani’ degli USA), costringono il neopresidente a dimettersi per sostituirlo con un loro burattino. La serie si dilunga per più di 50 episodi, raccontando, con mezzi modesti, avventure e retroscena, dove i buoni ci rimettono quasi sempre. Alla fine, il Presidente eletto ha la meglio e pronuncia un discorso magistrale per celebrare il suo ritorno dinnanzi a una folla immensa e osannante. Però la storia non finisce bene, perché appostati con perizia professionale, due tiratori scelti (e gringos) sparano sul Presidente per ucciderlo.

Il Messico, è un paese con una storia di tutto rispetto. La sua prima Costituzione repubblicana è una delle migliori al mondo e pone al centro i diritti umani in modo indiscutibile e illuminato. Un grande Paese, destinato ad essere leader in America Latina, per tradizioni, cultura e valori politici. Un Paese, le cui istituzioni sembrano essere perfettamente bilanciate tra loro per garantire una democrazia plurale ed efficiente, centralista quanto basta, mirando a salvaguardare i poteri e le autonomie degli Stati locali. Oggi, questo Paese è nelle mani di una criminalità organizzata, così infiltrata e così efficiente da rendere gli avvenimenti della serie televisiva più che credibili.

L’AMERIKA DEI GRINGOS

Domando ai miei amici messicani se sono esagerato in questo giudizio e quale può essere la causa di questo terribile sfacelo politico. ‘I gringos sono da sempre la nostra maledizione’, dice uno. Per più di 15 anni di lavoro in diversi Paesi latinoamericani, mi è stata ripetuta questa frase. Francamente ho pensato che fosse un comodo modo per scaricarsi da ogni responsabilità. Gli USA hanno grandi meriti storici. Noi europei non possiamo dimenticare che ci hanno salvato a caro prezzo dalla orribile tirannia nazifascista e che la loro democrazia è un modello per quasi tutte le altre democrazie nel mondo. Inoltre, sono stati il baluardo contro un’altra orribile tirannia: quella pseudo-comunista che è riuscita a dominare tutta l’Europa orientale e vari altri Paesi nel mondo. Per noi, gli Americani sono degli amici. Un po’ imbarazzanti e maldestri nella loro politica estera, sfacciatamente al servizio della loro ricchezza, ma pur sempre un grande Paese, capace di reagire al momento giusto. Capace di eleggere un uomo di colore come Obama, quando la prepotenza e l’arroganza sembravano precipitare gli USA nell’abisso di una crisi finanziaria e militare dal quale sarebbe stato difficile risalire.

Ma la prospettiva latino-americana non è la stessa. Troppo lungo sarebbe elencare le tirannie e le guerre civili che i gringos hanno sostenuto e favorito per servire gli interessi di gruppi finanziari e commerciali, in quasi tutti i Paesi del sub-continente. Argentina, Cile, Uruguay, Cuba, Ecuador, Brasile, Venezuela, Perù… pochi sfuggono. Il neocolonialismo in quest’area del mondo è una realtà storica attuale e quello che più spaventa è che non si tratta di un imperialismo geopolitico ma di interessi di pochi capitalisti senza scrupoli che si servono delle istituzioni e delle risorse del loro Paese per conseguire esclusivi e privati obbiettivi finanziari e commerciali.

BOLIVIA, LITIO E SMARTPHONE

Il sostegno degli USA al recente colpo di Stato in Bolivia cerca di rafforzare la repressione e la tirannia per mantenere nel pugno di pochi investitori, l’ennesimo piano di sfruttamento di un paese latino-americano. Non mancano dati e prove nelle testimonianze che Glenn  Greenwald raccoglie su Intercept del 23 luglio . La Bolivia è un Paese potenzialmente ricco, ma il suo indice di povertà è tra i più alti dell’America. Nel 2005 riuscì ad essere eletto presidente Evo Morales, un contadino aymara fortemente deciso ad inaugurare una politica sociale che aiutasse le classi più emarginate. Precisamente quelle delle campagne, le più coinvolte nel meccanismo infernale della produzione e commercializzazione clandestina della coca. Ma la sfortuna della Bolivia non è oggi solamente lo strapotere dei narcotrafficanti ma l’abbondanza nelle sue terre di un metallo sempre più ricercato: il litio. Gli ioni del litio sono ormai gli elementi essenziali per le batterie di quasi tutti gli strumenti elettronici in grado di funzionare in assenza di energia elettrica. Dai nostri smartphone ai laptop da combattimento in dotazione alle truppe di qualsiasi esercito moderno. Per non parlare dei droni il cui impiego commerciale e militare è destinato a crescere esponenzialmente nei prossimi anni. Nel 2019 Morales si candida per la quarta volta, dopo 14 anni di potere. La sua politica ha dato concrete prospettive di crescita e giustizia sociale alla Bolivia ma molto potere nelle sue mani. Non è un uomo né comodo né accomodante. La longevità dell’incarico presidenziale è un ottimo pretesto per organizzare proteste di piazza sempre più violente. La polizia interviene pesantemente e nel novembre tutto sfocia in un vero e proprio massacro con decine di morti. Morales è costretto fuggire dal paese e a rifugiarsi in Argentina. Dopo nove mesi, la Presidente ad interim voluta dall’opposizione di destra, Jeanine Añez, ancora non ha iniziato il promesso processo per indire nuove elezioni.

SE PERDE TRUMP…

A proposito di elezioni, siamo alle porte di quelle americane. Nei sondaggi, Trump è sotto di vari punti rispetto al suo rivale Biden. Trump potrebbe perdere le elezioni. Ma il punto oggi è: può Trump permettersi di non essere rieletto? Se non lo fosse rischierebbe moltissimo come uomo politico e come uomo d’affari… sporchi, toccherebbe di aggiungere. L’attuale presidente americano ne è così cosciente che non riesce a nascondere la sua determinazione nel voler fare qualsiasi cosa pur di non accettare un verdetto di sconfitta. Ha già dichiarato che ritiene sin d’ora le elezioni gravemente viziate dal forte ricorso al voto per corrispondenza, a causa della pandemia. Sta facendo di tutto per togliere risorse all’organizzazione postale e dimostrare quanto sia inadeguata al servizio che dovrebbe offrire nelle prossime elezioni. Non ha esitato a prestare tutto il suo sostegno alle forze di polizia che hanno represso violentemente le proteste scatenate dagli omicidi istituzionali contro gente di colore. Il suo obbiettivo di spaccare in due il paese ha come motivo la speranza di non rendere credibile il risultato elettorale. I Centri di registrazione dei votanti sono stati deliberatamente soppressi proprio nelle zone dove più probabilmente gli elettori sono democratici. E’ stato abolito il Decreto che dal 1980, proibiva azioni intimidatorie nei confronti dei votanti, con il pretesto di garantire la sicurezza del voto stesso. Gli oppositori di Trump non esitano ormai ad accusarlo di voler rubare le elezioni.

Che cosa succederebbe alla Democrazia americana se Trump decidesse davvero di farle la guerra?

EUROPA AL BIVIO

È dalla elezione del secondo Bush, dopo il tremendo pasticcio del riconteggio dei voti della Florida, che finalmente cominciamo a dubitare che il luminoso modello costituzionale americano, sia poi così brillante e rispettoso della Democrazia. Anche gli USA hanno un sistema istituzionale fragile e manipolabile. Queste fragilità stanno venendo a galla e bisognerebbe seriamente considerarle come un gravissimo pericolo a livello mondiale. L’Europa è già vittima di questo processo di deterioramento. Trump non ha fatto altro che insultarla e sconfessarla come alleata strategica e come partner commerciale. L’opinione pubblica ha cominciato a diffidare di questa America prepotente ed arrogante e, spesso, catastroficamente inefficiente, come ha dimostrato il caso della pandemia. Secondo un’inchiesta del Consiglio Europeo per le Relazioni Estere, due terzi del 70% degli europei diffidano esplicitamente degli USA, nella sfida provocata dalla pandemia. Molto più prudenti sono i loro governanti, con l’unica eccezione della Germania che lo stesso Trump ha obbligato a prendere formalmente le distanze dalla politica americana.

Eppure, è tempo di rendersene conto in modo operativo: l’Europa deve recuperare identità e unione. L’Europa deve profondamente rinnovare le sue istituzioni e riuscire ad essere un modello realistico di sistema politico dove la democrazia apre ampi spazi decisionali alle persone, al di là dei confini nazionali e dei provincialismi etnici e religiosi. La Democrazia rappresentativa ha fatto il suo tempo è ora di dedicarsi a costruire qualcosa di nuovo dove essere Comunità abbia un senso pratico oltre che morale; dove l’informazione sia verificabile; dove l’istruzione sia utile ma anche ampia e capace di consentire fondatezza di giudizio; dove la responsabilità sia diretta e non delegata a classi dirigenti abusive e manipolatrici.

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