Vari appelli sono stati lanciati contro la repressione del popolo mapuche in Cile. Questo è il link per chi volesse leggerne uno. Le informazioni che circolano ci sono sembrate piuttosto superficiali. Perché il problema è complesso e merita di essere conosciuto meglio, prima di condannare od assolvere. Così abbiamo chiesto ad un noto giornalista cileno, Jorge Fernandez, di darci un quadro più dettagliato della questione. Con lo stesso spirito, pubblichiamo nella sezione ‘documenti’, il testo originale della proposta operativa presentata al Parlamento cileno, dal senatore, di etnia mapuche, Francisco Huenchumilla.

ARAUCANIA  DUE MONDI OPPOSTI

 di Jorge Fernandez         [orig. spagnolo]

Sto scrivendo un romanzo, la cui storia si svolge nell’ultimo decennio del XIX secolo. Una famiglia va a vivere nelle terre della cosiddetta Frontiera (era chiamata così la zona abitata dai Mapuces). Terre che il Governo cileno aveva incorporato da poco al territorio nazionale che, eufemisticamente, chiamò l’operazione “Pacificazione dell’Araucania”.

Certo, è più facile capire oggi quello che succedeva allora, quando, col sangue e il fuoco, lo Stato-Nazione sottomise chi si opponeva a che la terra dei suoi antenati passasse ad avere altri proprietari venuti dal Nord o direttamente dall’Europa.

Era l’epoca di centinaia di coloni che cominciarono a lavorare la terra che il Governo regalava per produrre quello di cui il Paese e i suoi abitanti, avevano bisogno.

Il Cile aveva cominciato ad esercitare la sua sovranità su tutto il suo territorio, creando infrastrutture e riconoscendo come cittadini tutti i suoi abitanti. La cultura dominante era riuscita ad imporre le sue condizioni ai conquistati.

Con il ritorno della democrazia nel 1990, la società cilena ha dovuto progressivamente confrontarsi con le storiche rivendicazioni dei popoli indigeni. Richieste che lo Stato riconosce di aver sempre rinviato dal momento che lo Stato-Nazione ha cominciato a costituirsi.

Si trattava dei Diritti culturali, politici, economici e sociali dei popoli originari ormai relegati a cittadini di seconda classe, e costretti, nei fatti, a vivere in una situazione di indigenza. Una delle contraddizioni più strane è che la Araucania fu l’unica regione del Paese dove Pinochet riuscì a vincere il Plebiscito.

Dicevo che mi risulta più facile capire quello che succedeva 140 anni fa. Gli abusi, gli inganni, le umiliazioni, tutto metteva chiaramente in evidenza lo scontro tra due modi assai diversi di vedere il mondo. I Mapuces crede che l’essere umano acquisti identità solo quando mantiene il contatto e la relazione con la natura, gli alberi, i fiumi, i boschi, la terra considerata come una madre. La terra è, infatti, parte della vita e dell’habitat naturale nel quale la famiglia e la comunità si sviluppano; non un bene per la produzione. I Mapuces non concepiscono l’idea di rappresentazione politica e di sottomissione a un Governo centrale. Dal nostro punto di vista, sono anarchici, vivono in comunità che si gestiscono con le loro risorse e che usano il baratto per integrare ciò di cui hanno bisogno. Non accumulano beni, vivono alla giornata o, tutt’al più nell’orizzonte di una stagione.

Il mercato, lo scambio e il commercio, sono essenziali, ma non hanno lo scopo di creare eccedenti utilitari. Questo spiega la relazione speciale delle comunità con la terra e il suo habitat che, invece, per il mondo occidentale rappresentano terreni agricoli destinati ad essere produttivi.

Ma il problema della terra non può essere un problema agricolo, per i Mapuces. La terra forma parte della loro esistenza e del loro modo di vedere il mondo.

Naturalmente, questo ha provocato uno scontro con gli altri abitanti del Paese, comprese quelle etnie originarie che invece si erano integrate diffondendosi per tutta la regione e accettando l’idea imperante nella società cristiana occidentale, secondo la quale l’essere umano è il centro della vita e il fine assoluto della creazione. L’uomo è il centro dell’universo, la natura è al suo servizio e lui ha il compito di dominarla. In questo modo, quelli che arrivavano nelle terre che venivano incorporate al territorio nazionale, cercavano di generare ricchezza, produrre alimenti e trarre profitto dalla straordinaria ricchezza di legname. Lo Stato sosteneva questo sforzo, costruendo infrastrutture: strade, ferrovie, porti, collegamenti telegrafici.

Quanta differenza tra Mapuces e Cileni nel modo di vedere e interpretare il mondo!

Oggi il Cile segue un modello neoliberale. A questo modello si oppongono i discendenti di coloro che da sempre hanno abitato queste terre tra i fiumi Bio Bio e Toltèn, consapevoli degli abusi e delle spoliazioni fatte in nome dello Stato.

L’industria del legname è divenuta il simbolo della guerra che il neoliberalismo ha dichiarato agli indigeni. Alcuni (pochi) hanno anche preso le armi e attaccato insediamenti e strutture produttive, dando fuoco a camion e a macchinario agricolo. Gli incendi si contano a decine e hanno colpito attività di vario tipo, e in certi casi persino case di normale abitazione. Il fatto più drammatico si verificò quando una coppia di agricoltori morì a causa dell’incendio della loro casa. I colpevoli sono stati arrestati e condannati. Ma per protesta, stanno ora realizzando uno sciopero della fame.

La risposta dello Stato a questi attacchi incendiari è stata un’offensiva della Polizia. Cosa questa che non ha fatto altro che aumentare la tensione nella regione.

Attualmente, continuano a prodursi sporadici attacchi, ma con conseguenze spesso gravi, esigendo la liberazione di quelli che chiamano prigionieri politici. Camion e auto private sono il bersaglio di questi attacchi. Sulla strada della Longitudinale Sud, una bimba è stata colpita mentre viaggiava all’interno del camion di suo padre.

La paura aumenta e gli animi continuano ad inasprirsi. Anche la gente comune è scesa per le strade inveendo contro i Mapuces. Così, la xenofobia guadagna terreno in una delle regioni più prospere del Cile.

Secondo il senatore Francisco Huenchumilla, che appartiene all’etnia Mapuce, la soluzione è politica: “Bisogna accettare l’esistenza del popolo mapuce come attore politico all’interno dello Stato; coerentemente, anche gli altri popoli indigeni devono essere riconosciuti come tali. Bisogna accettare che esistono popoli originari la cui presenza è precedente alla formazione dello Stato. Accettare questa realtà implica trasformare la struttura dello Stato-nazione in uno Stato plurinazionale, cosa che necessariamente deve riflettersi nel patto politico che è la Costituzione. Più del 90 per cento degli Stati sono plurinazionali e questo non ha niente a che fare con la loro unità politica ma con la loro struttura sociologica”.

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